La Casa di Riposo di Buja di Roberto Zontone | |
La Casa di Riposo di Buja nacque nel 1910, come Casa di Ricovero, per volontà del pievano di allora, mons Giuseppe Bulfoni, e grazie alla donazione della signora Vittoria Vezzio ved. Piemonte. Le prime persone ricoverate nel 1912 furono quindici uomini assistiti da una donna, pur essa ricoverata; il vitto necessario proveniva quasi totalmente “dalla pubblica carità del paese” (1). Da subito, però, ci si rese conto che con un tipo di assistenza così precario non era possibile continuare. Nel verbale della Congregazione di Carità, all’epoca ente gestore della Casa di Ricovero, redatto il 15 agosto 1914, “si auspica che venga provveduto in miglior modo all’assistenza dei ricoverati affidandone l’incarico a due Suore, per il mantenimento delle quali si indicavano i proventi della Braida annessa alla Casa e la pubblica carità.” (1). Mons. Bulfoni si incaricava di ottenere le approvazioni ecclesiastiche e quindi di individuare l’ordine religioso cui rivolgersi. La scelta cadde sulle Ancelle di Carità di Brescia. Le decisioni assunte dal Consiglio di Amministrazione della Congregazione, a seguito degli eventi bellici già presenti in Europa e, poi, nel 1915 anche in Italia, non poterono aver seguito e le Suore di Brescia, di fatto, mai presero possesso e direzione della Casa di Ricovero. Superata con estrema difficoltà la fase bellica, la giovane istituzione, pur stremata nelle forze e nelle possibilità, si diede da fare per riorganizzare al meglio l’attività, per consolidare il fabbricato e fronteggiare le crescenti necessità derivate dai lutti e dalla miseria generati dalla guerra. Infatti emerse la dura realtà che non solo era necessario provvedere ad un maggior numero di anziani indigenti, ma anche di bambini e giovani orfani di guerra. Ciò richiedeva di ampliare ancora il fabbricato per sopperire con un Asilo infantile e con un Ricreatorio festivo a queste due emergenze sociali. Di fronte a tali nuovi bisogni la presenza delle Suore divenne esigenza primaria e nel 1920, dopo la rinuncia delle Ancelle di Brescia, vennero chiamate a dirigere la Casa le Suore francescane di Gemona. Queste iniziarono la loro attività il 1° marzo 1920; il successivo 1° aprile vennero accolti i primi bambini nel neocostituito Asilo infantile. Iniziò così un profondo, generoso e proficuo impegno ricco di appassionata dedizione delle Suore francescane di Gemona per la Casa di Ricovero di Buja che, superando traversie di ogni genere, si sarebbe mantenuto intatto nello spirito e nelle cose per oltre ottant’anni! Con l’aumentare del numero dei ricoverati e l’ampliamento delle attività dovuto all’Asilo, aumentarono di molto i problemi e le difficoltà finanziarie e logistiche: Dice il Menis: “il vecchio locale era zeppo fino all’inverosimile; si dormiva ammassati nelle camere, lungo i corridoi, sul granaio adattato al meglio. C’è stato un tempo che i ricoverati, tra cui c’erano gli orfani di guerra, superavano le cinquanta unità. A stento si poteva, al piano terreno, nella sua prima parte, isolare i bambini che frequentavano l’Asilo. E in quel miscuglio eterogeneo le Suore dovevano aver gli occhi sempre aperti, prodigarsi diuturnamente in favore di quella umanità, accollandosi le mansioni più umili ed ingrate.” (1). Indubbiamente era una situazione seria e preoccupante sotto ogni aspetto: da quello sociale a quello igienico, da quello morale a quello, non ultimo, finanziario. Da tutte le parti si auspicava e si conclamava l’assoluta necessità di riorganizzare la pia Istituzione, di ampliare i locali, di migliorare il servizio. I tempi però erano tali che non consentivano grandi disegni, a fatica si riusciva a sbarcare l’ordinaria quotidianità; certo non esistevano allora pensioni né assegni di invalidità o accompagnatorie. E’ pur vero che le esigenze individuali e collettive erano diverse dalle attuali, tuttavia le esigenze essenziali, primarie della persona dovevano essere in qualche modo soddisfatte. Le persone che per prime soffrivano di queste angustie perchè conoscevano le reali dimensioni del problema erano le Suore. Ma come affrontare e risolvere in qualche modo tutto questo? Per loro, per le Suore la risposta era semplice: con la carità. Risposta semplice nell’enunciazione del principio, più complicata nella sua attuazione. Non per questo si persero d’animo. Dopo aver accudito gli anziani, riassettata la casa, ottemperato agli obblighi imposti dalla loro professione religiosa, giorno dopo giorno, a piedi percorsero le strade di Buja per bussare alle porte di chi poteva e chiedere un aiuto, liquido o solido che fosse, onde provvedere alla cena o al pranzo dei ricoverati. Sì, perché allora, a cavallo delle due guerre, erano molti i giorni in cui a mezzogiorno non sapevano cosa dare da mangiare la sera a quella povera gente. Questo è il motivo principale per cui la Casa di Ricovero divenne tanto popolare e sentita in tutta la nostra comunità buiese. In quegli anni difficili nessun miserabile, diseredato, abbandonato o orfano fu lasciato fuori dalla porta; ma ciò fu possibile grazie all’indefesso “vedere e provvedere” delle Suore nonostante la situazione della Casa fosse costantemente carente e miserevole anche dal punto di vista abitativo. Le stesse Suore erano mal sistemate; al riguardo dice ancora il Menis: “Ci fu una Superiora Generale che minacciò di ritirare le religiose se non si provvederà ad una sistemazione più decorosa ed umana.” (1). Ma la volontà di andare avanti fugò anche questo pericolo. Superata la crisi economica acuta rimaneva pur sempre presente la dura realtà dell’ampliamento del fabbricato, di dare il dovuto spazio vitale alle due attività che in esso si svolgevano: l’assistenza ai vecchi e l’Asilo infantile. Le Suore con i loro sforzi e la loro creatività facevano il possibile per assicurare un clima di vivibilità accettabile ma l’obbligata convivenza sostanzialmente nel medesimo spazio rendeva il tutto estremamente problematico. Per anni i diversi Consigli della Congregazione studiarono progetti di ampliamento e sistemi di finanziamento dei relativi lavori, ma la quadratura del cerchio della spesa e delle disponibilità rimaneva irraggiungibile. Quando poi sembrava imboccata la strada giusta, eravamo nel 1940, il problema che sembrava risolto con la presentazione del progetto e con il reperimento dei fondi necessari, bruscamente si involse perché i prezzi schizzarono alle stelle. All’arrivo delle autorizzazioni le speranze concrete di realizzare il nuovo fabbricato si dissolsero come nebbia al sole: l’Italia era di nuovo in guerra! I finanziamenti promessi sparirono e l’inflazione fece il resto; il tanto auspicato ampliamento della struttura, per forza maggiore, doveva attendere tempi migliori. La Casa intanto tristemente si avviava verso un nuovo amaro e doloroso periodo di ristrettezze e difficoltà dove i bisogni e le miserie umane erano crescenti mentre le disponibilità economiche e materiali della benemerita Istituzione scemavano giorno dopo giorno. Ancora una volta furono le Suore a pareggiare la differenza con la loro volontà e con la loro quasi ostinata francescana fiducia nella Carità. “Ci vorrebbe la testimonianza viva di Madre Arcangela (2), che allora era alla direzione del pio luogo, la quale seppe battere a determinate porte quando ogni speranza era perduta… -Ai malati bisogna provvedere…, i vecchietti non si possono trascurare…, i bambini non ragionano, non hanno colpa…- soleva dire e non si dava pace finché la sua sacca, nascosta sotto l’ampio abito monacale, non era riempita” (1). Passata la parentesi bellica con il suo carico di lutti e miserie, La Casa di Ricovero si presentava alla nuova primavera della storia mostrando tutti i suoi limiti e le sue ormai croniche necessità. I nuovi tempi erano speranzosi di novità e di maggiori possibilità. Alla Congregazione di Carità subentrò l’E.C.A. (Ente Comunale di Assistenza) che prese a cuore la Casa di Ricovero, ora denominata Casa di Riposo, e riprese l’iniziativa per costruire un nuovo fabbricato in quanto l’esistente non era assolutamente recuperabile. Un primo sospiro di sollievo si ebbe nel 1947 quando, a S. Stefano, la Signora Rachele Fulchir donò alla parrocchia un moderno locale per l’Asilo infantile, in memoria di suo figlio caduto in guerra, Franco Andrea Nicoloso. Finalmente i bambini potevano beneficiare di uno spazio tutto loro, spazio ampio e organizzato alle loro esigenze. La Casa di Riposo così liberata dai fanciulli ritornava alla sua funzione originaria cioè al ricovero “dei poveri, di impotenti e di ammalati” (1). Non per questo la situazione migliorò di molto: la struttura era ormai vetusta, lo spazio a disposizione era scarso e male distribuito, le condizioni igienico-sanitarie lasciavano a desiderare, mancavano del tutto gli impianti e i servizi più essenziali. Lo stesso arredo era vecchio, raccogliticcio e scarsamente funzionale. A fronte della modernità che cominciava a farsi sentire la Casa di Riposo mostrava tutta la sua precarietà e desolazione. Ora però i tempi cominciarono ad essere propizi per cose concrete. Nel 1953 il Consiglio dell’E.C.A. nella seduta del 22 ottobre approvò il progetto di un nuovo fabbricato a firma dell’ing. Diego Ronchi per un costo complessivo di 28 milioni di lire, da coprirsi con un mutuo garantito dal Comune e da stipularsi con la Cassa Depositi e Prestiti. Ma non era ancora arrivato il momento buono! Infatti l’amministrazione comunale successiva decideva di stornare dal mutuo 16 milioni per asfaltare alcune strade. Solo nel 1959 il Comune provvide ad appaltare i lavori per la costruzione del nuovo fabbricato, ovviamente, per la rimanente somma disponibile di 12 milioni. All’E.C.A. non restò altro da fare che provvedere con urgenza alla stesura di un progetto stralcio per la parte non inclusa nel programma comunale e comunque da farsi se non voleva rimandare alle calende greche l’apertura dei nuovi locali. Detti lavori dovevano però essere finanziati con mezzi propri dell’Ente e a tal fine venne predisposta una perizia di stima di tutti i terreni di proprietà dello stesso che potevano essere alienati. Le opere, affidate all’impresa Piemonte Aristide-Mario di Buja, iniziarono nel maggio del 1959 e entro lo stesso anno la struttura muraria fu ultimata. La tenacia e la ferrea volontà degli amministratori E.C.A. di allora riuscirono a superare ogni difficoltà burocratica e così, grazie ai lasciti pervenuti nel tempo da benefattori e ricoverati e ad ulteriori finanziamenti ottenuti per sopperire alle maggiori spese, fu possibile per la benemerita Casa di Riposo di Buja avere a disposizione nuovi e più razionali locali ove accogliere gli anziani bisognosi. Con questa nuova struttura a disposizione il lavoro delle Suore, pur rimanendo duro e impegnativo, poteva svolgersi in un ambiente più confortevole ed accogliente; ciò rasserenò i loro animi e rafforzò il loro entusiasmo. Nel contempo la situazione generale della società migliorava su ogni versante: il benessere compariva nelle famiglie, le pensioni cominciavano a far sentire i loro benefici effetti sugli anziani e invalidi. Le prime leggi sull’assistenza sociale permisero alla Casa di Riposo di disporre di maggiore sussidi e ciò consentì di migliorare l’assistenza e nello stesso tempo aumentare il numero dei ricoverati ricorrendo all’assunzione stabile di personale laico. Negli anni sessanta, superata l’emergenza di provvedere in prima persona alle primarie necessità della casa, le Suore non per questo abbassarono la guardia sul fronte della carità e dell’aiuto esterno alla casa stessa. Esse, nelle ore che riuscivano a rendersi libere, uscivano all’esterno dell’istituzione e ripercorrevano le strade di Buja a confortare e rasserenare gli animi delle persone anziane e bisognose nelle loro abitazioni, mantenendo in tal modo ben vivo quello scambio di fattiva solidarietà, messo in essere nei momenti più difficili tra la gente di Buja e la sua Casa di Riposo. Di questo silenzioso servizio, poco conosciuto e tanto meno documentato, nessuno ora e forse nemmeno allora, è in grado di quantificare in termini concreti gli effetti di questa solidarietà diffusa e personificata dalle Suore della Casa di Riposo. Per chi scrive, questo aspetto della presenza delle Suore francescane nella nostra benemerita istituzione è più pregnante, più feconda della stessa loro fatica prestata all’interno della casa per l’assistenza ai ricoverati perché così facendo hanno inculcato nella coscienza sociale bujese il vero significato di cosa sia una casa di riposo e quali siano i benefici che essa può portare all’intera comunità. Il continuo progresso del paese, se da un lato permetteva maggiori possibilità di miglioramento dell’assistenza, dall’altro creava nuove esigenze e nuovi bisogni ai quali era necessari dare risposta. Negli anni settanta la casa di riposo ospitava circa 45 persone e i locali, pur recenti nella loro struttura muraria, manifestavano già la loro limitatezza rispetto alle nuove aspettative. La cucina, la lavanderia furono dotate di nuove attrezzature; il numero e le condizioni fisiche delle persone ospitate facevano sentire la mancanza di un ascensore a servizio dei piani superiori. Anche l’area esterna della casa cambiava aspetto: l’orto e la braida perdevano importanza e la parte coltivata si riduceva a vantaggio di uno spazio più gradevole e fruibile per gli anziani ospiti. La vita si svolgeva serena e già erano predisposti i progetti per un ulteriore ammodernamento degli ambienti. Ma arrivò il terremoto: il fabbricato non subì danni rilevanti, non si ebbero feriti ma la paura e lo shock furono forti. Immediata e concreta fu la solidarietà pervenuta da tutte le parti, però come sempre nei momenti più difficili, le Suore furono in prima linea in quei giorni terribili, senza neanche un attimo di smarrimento. Subito ci si rese conto che gli anziani non potevano rimanere sul posto, la tenda non confaceva alle loro esigenze e non si palava ancora di baraccamenti. La disponibilità, la generosità e la professionalità degli Enti ospedalieri della bassa veronese (Bovolone, Cerea, Isola della Scala e Nogara) fecero sì che i nostri anziani della casa di riposo fossero, nel giro di pochi giorni, ospitati presso i loro nosocomi e case di lunga degenza. E affinché essi non si sentissero spaesati, due suore partirono con loro per assisterli e rasserenarli in quei luoghi, sì ospitali e pieni di attenzioni, però pur sempre estranei al loro modo di vivere. Gli amministratori della Casa settimanalmente si recavano colà per verificare con i responsabili di quegli ospedali e con le Suore le iniziative da adottare per garantire agli anziani le migliori condizioni di permanenza. Nel contempo, a Buja, venivano affrontati i problemi edilizi per un rapido recupero della struttura che mai cessò di operare divenendo, in assenza dei ricoverati, un centro logistico per i tanti volontari operanti nella zona e bisognosi di un pasto caldo e altre necessità personali. La cucina, sotto l’energica direzione di suor Timotea (3), forniva pasti a tutte le ore del giorno a chi ne aveva bisogno e mai le dispense si esaurirono. Gli amici veronesi dimostrarono per i nostri anziani cura, amore e ogni assistenza possibile ma, ciò nonostante, le nostre Suore quotidianamente raccoglievano il loro accorato desiderio di rientrare a Buja quanto prima e ritornare così nei luoghi a loro famigliari. Queste richieste non prontamente esaudibili influivano negativamente sul loro morale, sulla loro forza di combattere gli acciacchi e i malanni propri della vecchiaia. Ciò spinse i responsabili della Casa ad accelerare al massimo i lavori di ripristino dei locali ed ai primi di agosto tutti rientrarono in sede. Due prefabbricati in legno, sistemati nell’area prospiciente la Casa consentirono di risolvere la sistemazione di quanti erano alloggiati all’ultimo piano del fabbricato. Erano da poco reinseriti nel loro ambiente quando le scosse telluriche di settembre risvegliarono in essi l’angosciante paura appena assopita. Ancora si ripresentò l’esigenza di un esodo forzato: questa volta la meta fu Lignano. Non tutti vollero andare, i più coraggiosi, visto che la Casa non aveva subito danni di sorta, rimasero nei prefabbricati. Poi, passata la paura, rientrarono tutti. La situazione generale cominciava intanto ad assestarsi, la continua emergenza lasciò il posto ad un lavoro meno assillante; la maggiore disponibilità di mezzi, in passato sempre carente, dovuta ai provvedimenti legati alla ricostruzione consentirono di dotare la Casa di nuovo arredo e nuove attrezzature e, finalmente, fu risolta la cronica insufficienza del personale inserviente. Nel vasto programma di ricostruzione del Friuli terremotato, un poderoso impegno finanziario venne assunto dagli Stati Uniti d’America a favore della popolazione anziana e bisognosa di alloggi: trovarono attuazione in questo modo una serie di “Centro Anziani” dislocati nei principali comuni disastrati tra cui Buja. Per questa iniziativa venne individuata e scelta la vasta area costituita dalla “braida” di proprietà della Casa di Riposo e ormai scarsamente utilizzata. Su di essa fu edificato il complesso edilizio articolato in diversi miniappartamenti e un corpo centrale adibito a servizi collettivi funzionali allo stesso Centro Anziani. Fu possibile così venire incontro a quelle persone anziane e sole rimaste senza una casa e comunque in grado di vivere autonomamente in un alloggio adeguato. Il Centro Anziani offriva questo all’interno di un sistema protetto dove la Casa di Riposo fungeva da punto di riferimento in caso di un immediato aiuto. Così le Suore, se sollevate di alcuni impegni all’interno della Casa dettero la loro assistenza e portarono la loro confortevole parola alle persone arrivate nei nuovi alloggi del Centro. Non possiamo dimenticare infatti che tali persone, per lo più sole, arrivavano da tutte le frazioni del Comune, non si conoscevano fra di loro e mai avevano vissuto in ambienti così organizzati. Nel 1981, con la soppressione dell’E.C.A., la Casa di Riposo di Buja, non avendo ottenuto il riconoscimento di I.P.A.B. (4), passò sotto la gestione diretta del Comune perdendo in tal modo la propria autonomia gestionale e l’identità di istituzione benefica che l’aveva caratterizzata fin dalla sua fondazione. Non per questo la struttura nel suo complesso ne risentì. Anzi, possiamo dire che la gestione diretta del Comune dava più tranquillità economica in quanto le eventuali difficoltà finanziarie venivano assorbite dal bilancio comunale. Negli anni più recenti nuove e più severe norme di legge vennero emanate a tutela degli anziani ospitati nelle Case di Riposo pubbliche e private che fossero obbligando queste strutture ad adeguarsi agli standard previsti dalle autorità sanitarie. Anche la nostra Casa di Riposo fu interessata da tali continue innovazioni: non potendo ampliare il fabbricato venne ridotto il numero dei posti letto per dare maggiori spazi agli ospiti, i servizi furono ulteriormente ammodernati, l’arredo reso più funzionale, rivisti i locali di soggiorno. Sul finire degli anni ottanta, per iniziativa di alcune persone e grazie all’impegno e alla generosità degli artigiani locali e di altre associazioni, con la collaborazione del Comune e della Parrocchia, è stato possibile concretizzare il desiderio più grande che avevano le Suore in animo loro: dotare la Casa di Riposo e il Centro Anziani di una chiesa stabile e funzionale a questa piccola ma consolidata comunità, dove gli anziani ospiti ma anche i borghigiani potessero raccogliersi a pregare in un ambiente confortevole ed ospitale sotto ogni aspetto. Se è vero che senza la costanza e la volontà di quanti si adoperarono per quest’opera non sarebbe rinata la chiesa del Sacro Cuore, possiamo dire con altrettanta certezza che senza le Suore questa chiesa non sarebbe stata completata e arredata così bene. Esse hanno messo in questa iniziativa anima e corpo, e solo Dio sa cosa fecero e dove bussarono per recuperare i mezzi necessari a completare il sacro luogo. Le Suore sentivano questa chiesa come loro e la curavano con la diligenza e l’amore con cui curavano la “loro” Casa di Riposo. Cronologicamente parlando, la chiesa del Sacro Cuore concluse la lunga e complessa fase di ripristino e ammodernamento della Casa di Riposo; visivamente è stata l’ultima opera realizzata in quel contesto: essa completava la rinascita della benemerita istituzione e nello stesso tempo emblematicamente voleva gratificare la continua e appassionata dedizione delle Suore per l’istituzione stessa. Malgrado il rarefarsi delle vocazioni si percepisse anche presso la Congregazione delle suore Francescane di Gemona, nel vedere assottigliarsi le fila delle suore in età lavorativa, la Casa di Riposo di Buja restava nei loro disegni come luogo caro e prediletto, come istituzione ultima a cui rinunciare se la potenzialità operativa della Congregazione fosse ulteriormente diminuita. I giorni che si aprivano innanzi alle Suore e alla gente di Buja apparivano sereni. La Casa si avviava a superare un ultimo ostacolo con il riconoscimento di una sezione per anziani non autosufficienti: annoso e assillante problema quest’ultimo, da sempre presente e mai ufficialmente riconosciuto e risolto. La comunità del Centro Anziani e degli ospiti ricoverati, vivevano le loro giornate beneficiando della solidarietà, della presenza e delle iniziative promosse e sostenute da un sostanzioso gruppo di volontari incoraggiati dalle Suore stesse e dalle numerose associazioni bujesi; ciò a conferma che l’edificante filo della solidarietà che da tanto tempo univa i Bujesi a questa cara Casa di Riposo, vero fiore all’occhiello della nostra Comunità, non si era spezzato, nonostante l’egoismo e il consumismo moderni. Nel maggio dello scorso anno una bufera giudiziaria, alimentata da sospetti e illazioni tutti da dimostrare, investì pesantemente la nostra Casa di Riposo creando smarrimento nella coscienza della comunità buiese. Nel suo vorticoso turbinio scosse in profondità la serena ma fragile convivenza di quella familiare comunità travolgendo con la sua furia distruttiva la stessa presenza delle Suore. Possiamo dire che tali eventi giudiziari riuscirono a demolire quanto innumerevoli difficoltà e ottantatre anni di convivenza non erano riusciti a scalfire e cioè lo splendido rapporto di collaborazione tra le Suore francescane di Gemona e la Casa di Riposo di Buja. Così la sera di sabato 31 maggio 2003, al tramontare del sole, le ultime Suore, con le lacrime agli occhi, lasciarono Buja e la sua Casa di Riposo; con questo atto si chiude una pagina lunga e gloriosa della nostra benemerita Istituzione, ai posteri lascio l’arduo compito di scrivere come sarà la pagina successiva, appena aperta. Note: 1) Da P.Menis. Cinquant’anni della Casa di Riposo di Buja, 1961. 2) Madre Arcangela (al secolo Chiara Antonia Caovilla). Nata a Vedelago (TV) il 10.12.1886, fu a Buja dal 1930 al 1945 e poi dal 1948 al 1954, morì a Gemona il 9 febbraio 1958. 3) Suor Timotea (al secolo Maria Busatto). Nata a Badoere (TV) il 26.11.1940, fu a Buja dal 1966 al 1988, morì prematuramente il 05.07.1996. 4) I.P.A.B.: Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza. |