Georgia, di nuovo emergenza
di Witold Szulczynski | |
La Georgia è un piccolo Paese del Caucaso meridionale. E’ una terra di confine tra Oriente e Occidente, un punto di incontro tra i sentieri del mondo cristiano e musulmano, un luogo ricco di storia, di tradizioni e cultura. Con il crollo dell’Unione Sovietica la Georgia si è dovuta confrontare con una crisi molto grave che ha travolto d’un tratto tutto il sistema economico che fino ad allora si era basato principalmente sull’agricoltura e sul turismo. Il periodo di transizione è stato aggravato da scontri interni, guerra civile e movimenti separatisti che sono ancora attuali nella regione dell’Ossezia del Sud. I conflitti in Abkhasia e nell’Ossezia del Sud hanno generato migliaia di sfollati che si sono rifugiati principalmente nella capitale, Tbilisi, e che ormai da più di un decennio si trovano alloggiati in strutture fatiscenti che il Governo aveva messo a loro disposizione per un periodo provvisorio. L’emergenza che si pensava provvisoria dura ormai da più di un decennio. Io sono arrivato in Georgia nel 1993 quando la situazione del Paese era molto critica e l’emergenza era evidente per tutti. Da allora lavoro come Direttore del Fondo di beneficenza Caritas Georgia. Quest’anno si è celebrato il decimo anniversario dell’attività dell’Organizzazione e per noi è stato un momento di riflessione e un’occasione per fare un bilancio di quanto è stato fatto al servizio degli ultimi in Georgia. Ebbene sono stati anni dedicati al lavoro per la gente: per i bambini di strada, per gli anziani, per gli ammalati, per i giovani, per gli emarginati, per le minoranze, per i profughi, per chi, da un decennio, sta cercando di sopravvivere e di resistere ad una emergenza prolungata che, con il passare degli anni, non si è minimamente attenuata e che, per di più, è diventata sempre meno comprensibile per chi la guarda da fuori, dall’Europa o dal resto del mondo. In Georgia, gli anziani, le famiglie numerose, i profughi, la gente dei villaggi, gli ammalati, ma anche gli intellettuali e la gente che ha lavorato per tutta la vita, vivono sotto la soglia della povertà, con meno di un dollaro al giorno, nella miseria più assoluta, senza nessun tipo di garanzia o di assistenza da parte dello Stato. La Georgia è un paese fatto di contraddizioni per il quale le cifre possono esprimere meglio delle parole la situazione reale e concreta. In Georgia nell’anno 2005 e alle soglie dell’anno nuovo: La pensione d’anzianità corrisponde a 9 euro al mese; · Lo stipendio medio di un lavoratore equivale a 50 euro al mese e le retribuzioni, soprattutto quelle statali, arrivano sempre con mesi di ritardo; · I profughi ricevono dallo Stato sussidi mensili di 5,60 euro per persona; · La sanità è a carico dei cittadini. I farmaci sono considerati un lusso inaccessibile per la maggior parte della popolazione. Una semplice visita medica costa 3,50 euro, le analisi specialistiche non meno di 4,20 euro. Ciò significa che un pensionato, con la sua pensione di 8 euro al mese è escluso dall’accesso ai servizi sanitari e condannato a sè stesso; · Anche l’istruzione si paga; · I prezzi dei beni di consumo sono in continuo aumento. Quindi gli stipendi, le pensioni, i sussidi hanno un valore di acquisto pari a zero. Per fare solo alcuni esempi: · un pane da 400 grammi costa 0,17 euro; · un Kg di patate costa 0,25 euro; · un litro di latte costa 0,90 euro; · un Kg di carne costa 3,80 euro. Tirando un po’ le somme si può dedurre che i profughi, con il loro sussidio statale di un mese possono acquistare solo una pagnotta di pane al giorno e nient’altro, un pensionato con tutta la sua pensione di un mese non riesce a comprare tre chilogrammi di carne, una famiglia che ha come reddito uno stipendio medio non riesce a sfamarsi. Fuori dalla capitale, nei villaggi, da più di dieci anni non ci sono mezzi e tecnologie per lavorare i terreni agricoli. Ogni giorno centinaia di persone si rivolgono alla Caritas Georgia per chiedere assistenza, che qui significa: un piatto caldo contro la fame, dei vestiti pesanti contro il freddo dell’inverno, medicine per resistere alla malattia, un tetto per i bambini di strada. Da un decennio queste sono le esigenze della popolazione della Georgia. Segnali di estrema precarietà e ancora una volta sinonimi di Emergenza che, alle soglie del nuovo anno, non sembra voler attenuarsi. Con il crollo del periodo sovietico la Georgia, che era stata fino ad allora la Repubblica più ricca e benestante dell’Unione, ha cominciato a conoscere la fame. Quando, circa dieci anni fa, sono stato per la prima volta a visitare gli orfanotrofi della Georgia ho visto la fame con i miei occhi. All’orfanotrofio di Telavi, una cittadina georgiana a 180 km di distanza dalla capitale, i bambini ospiti dell’istituto, per colazione avevano ricevuto un minuscolo pezzetto di pane e una bevanda fatta di acqua macchiata con qualche goccia di latte. La cosa impressionante era che la bevanda non era servita in tazze o in bicchieri ma in barattoli di latta arrugginiti che un tempo avranno contenuto una conserva. I bambini erano denutriti. Non ho mai visto niente di più orribile. Quando sono stato a visitare l’Ospedale psichiatrico per bambini di Bedani, (a 120 km da Tbilisi), era inverno e faceva molto freddo. Ho visto i bambini, malati mentali, cercare con le loro mani nude qualcosa da mangiare sotto l’erba del cortile. In Georgia ho visto persone sole, nelle proprie abitazioni, magre come i prigionieri che si vedono ritratti nelle fotografie dei campi di concentramento. Adulti che pesano 35 o 40 chilogrammi. Dieci anni fa in Georgia era emergenza e la Caritas Georgia ha creato allora una Mensa Umanitaria. Oggi, nonostante i cambiamenti politici, l’emergenza persiste, molti hanno ancora fame, e la Mensa di Tbilisi continua ad essere la “salvezza” per circa 800 persone. Tutti i giorni la Mensa serve circa 800 pasti caldi e nutrienti a persone che altrimenti ancora oggi soffrirebbero la fame. Sono principalmente anziani poveri e soli, dimenticati da tutti, ma sono anche i bambini di strada della nostra Casa-Famiglia, i ragazzi del Centro Giovanile perchè le loro famiglie stentano a sfamarli, i bambini di due orfanotrofi statali, dove le razioni di cibo sono ancora troppo scarse, e gli infermi che assistiamo a domicilio. Questa è la realtà di oggi. I bambini raccolti dalle strade di Tbilisi, hanno conosciuto la fame vivendo per anni in strada, nei mercati cittadini, nelle stazioni, mendicando e raccattando “resti di cibo avanzato dai cani”... Vive da noi, nella Casa-Famiglia, un ragazzo che ha vissuto per tre anni in un tubo della fognatura. Cosa avrà mangiato? Questi bambini, quando arrivano da noi, e gli offriamo un piatto di minestra, cominciano a mangiarla con le mani, perchè non hanno mai usato prima un cucchiaio. La piccola Maia ci ha raccontato che l’unico pasto, suo e dei fratellini, era un pò di aglio disciolto in acqua calda. Maia conosceva solo il sapore amaro dell’aglio. Ogni settimana, al Poliambulatorio di Caritas Georgia, arrivano continuamente richieste di aiuto da parte di numerose persone che non ce la fanno a tirare avanti e sono soprattutto richieste di viveri: di un po’ di pasta o di riso, di olio o zucchero. Chiedono da mangiare ma molte volte queste persone si vergognano di pronunciare la parola FAME, hanno fame, ma non riescono a dirlo per vergogna, perchè per loro è una grande umiliazione e non sanno come venirne fuori. Gli anziani che vengono alla Mensa Umanitaria di Tbilisi sono pensionati soli che, dopo una vita di duro lavoro al servizio del regime sovietico, ricevono dallo Stato una pensione di anzianità “da fame” equivalente a 13 euro al mese. Cosa si può comprare oggi con 13 euro al mese? Nemmeno un kg di patate e una pagnotta al giorno. Queste persone hanno fame, ma hanno non solo una fame materiale, “la fame dello stomaco”, ma anche una “fame spirituale”, un bisogno di amore; la necessità di scambiare una parola buona con qualcuno, di ricevere un sorriso per non sentirsi del tutto abbandonati. Una Signora di 82 anni, beneficiaria della Mensa, nella sua testimonianza scrive che: “Non è tanto importante il cibo in sè stesso, quanto il modo in cui è offerto.” |