Un gesto semplice per un mondo migliore di Indira Fabbro | |
Guardando i documentari televisivi sull’India, la maggior parte delle volte, si sottolinea la povertà della gente come conseguenza delle caste e della religione indù. Eppure davanti alle immagini dei neonati abbandonati negli orfanotrofi, dei bambini costretti a lavorare sulla strada, delle persone mutilate a causa della lebbra, mi sono chiesta che cosa potevo fare di realmente concreto. Aiutare le persone bisognose, secondo me, è un dovere di tutti: nel mio caso, essendo stata adottata, sono ancora legata alla mia terra natia e non potrei rimanere indifferente: anch’io potrei essere fra quei bambini sulla strada. I primi giorni mi servirono per riprendermi dal lungo viaggio e dal fuso orario. Il clima è completamente diverso: caldo umido con l’aggiunta delle piogge torrenziali portate dai venti monsonici.. E’ veramente strano vedere la pioggia torrenziale, che nel giro di poche ore fa straripare gli immensi fiumi, ricopre le risaie e poi ritorna il sole..! Di conseguenza la vegetazione di tipo tropicale è rigogliosa: ci sono moltissime palme da cocco, bananeti, alberi di mango... Credevo che in un posto così fosse impossibile vivere, ma col tempo mi sono adeguata. Nella missione in cui sono stata c’erano malati lebbrosi, tubercolosi, persone anziane abbandonate... A dir la verità non sapevo che cosa era la lebbra, non sapevo che la gente anziana non parlava l’inglese, che quelle persone avevano bisogno di un po’ di affetto. Mi sentivo spaesata: da dove dovevo cominciare? Per prima cosa ho imparato un pò del loro dialetto così da potermi presentare alla gente del villaggio e ho iniziato a fare amicizia. Volevano sapere tutto della mia famiglia, del modo di vivere degli occidentali, della scuola che frequento... Erano tutte sedute attorno a me, ascoltavano con molto interesse (non so cosa capissero) e quando portavo loro una caramella mi aiutavano a distribuirle a tutte le pazienti.! Nessuna osava chiederne una in più...Anzi ciò che mi ha colpito è proprio la solidarietà che regna tra di loro; si aiutano l’uno con l’altro il più possibile Questa gente si accontentava di poco: mi chiedevano sempre sottovoce se avevo un po’ di sapone. Sono persone povere ma non dimenticano mai la loro dignità: infatti nessuno osava andare in Chiesa se non si era lavato e se non aveva il vestito della festa. Attendevano con ansia che arrivasse la domenica: iniziavano a prepararsi due ore prima... Durante la messa li osservavo ma era difficile anche per me riconoscerli. Ma non era solo questo il mio compito: nel dispensario (una specie di pronto soccorso) c’erano scatole di medicine italiane, purtroppo inutilizzate perchè nessuno conosce la nostra lingua. Così ho preso tutte le medicine e ho tradotto in inglese. Mentre lavoravo,la gente del villaggio veniva a curiosare, mi chiedevano se potevo dare qualche medicina per i dolori reumatici, per la tosse, per l’asma... Sapevo di aver conquistato la loro fiducia ma non mi era mai capitato di sentirmi così importante; altra gente, invece, veniva per salutarmi e per contraccambiare davo una banana e loro andavano via contenti. Durante le pause andavo a controllare che tutti i paziente stessero bene,portavo i giornali e facevo una chiacchierata In particolare ricordo il “profeta”, una persona simpaticissima che pregava tutto il giorno, era un po’ sordo, ma appena mi vedeva, metteva via il suo libriccino e mi chiedeva ogni volta dove abitavo, cosa studiavo,che lingua parlavo... io rispondevo ma dovevo ripetergli 2 o 3 volte. Un atro mi aveva scambiata per un’infermiera... Gopala, un paziente cieco, appena sentiva la mia voce prendeva la fisarmonica e suonava: questo era il suo modo per salutarmi. Non potrò mai dimenticare Bastian, era malato gravemente e si trovava in una stanza da solo; io andavo a fargli compagnia e un giorno ho provato a mettergli i miei occhiali da vista, ha spalancato gli occhi e tutto stupito si guardava attorno.. Sembrava che gli ridessero anche gli occhi da quanto era contento. Siccome nella missione c’è anche un piccolo asilo per i bambini dei villaggi vicini, al mattino mi divertivo ad assisterli prima che iniziasse la lezione . Provate a immaginare con cosa si divertivano... con le bolle di sapone! A volte comunque erano loro a insegnarmi le canzonette, l’alfabeto indiano, i giochi.. Nella provincia di Mangalore non c’è solo Olavina Halli (Missione in cui mi trovavo), ma anche altre: per esempio nell’ospedale le suore di Maria Bambina guardano delle persone handiccapate, curano le persone malate di mente, in altre tengono i bambini orfani. E proprio in una di queste, a Ullal, nel Nirmala Social Centre ho trascorso alcune settimane; oltre ai neonati e ai bambini orfani, c’è una scuola di ricamo per 60 ragazze circa, dai 16 ai 20 anni, e anche un piccolo ospedale di maternità. La maggior parte della giornata la trascorrevo con i bambini giocando, dando da mangiare, mettendoli a dormire. C’erano anche tre bambini handicappati, ma non dimenticherò Clara una bambina di 4 anni con una malattia genetica rarissima: aveva tutto il corpo a chiazze nere con la pelle dura come una crosta. Faceva pena solo a guardarla.. E’ stato difficile poter diventare la sua “auntie”(zia) perchè è una bambina molto intelligente, sa di essere diversa dagli altri e non vuole farsi compatire ma allo stesso tempo ha bisogno come tutti di affetto. Allora ho iniziato facendo l’indifferente, giocando con gli altri bambini, lei pian piano si avvicinava, mi salutava, mi cercava, copiava i miei gesti e così iniziò a chiamarmi ‘auntie’.. assieme agli altri bambini facevamo il giro giro tondo e si divertivano come matti. Un giorno correndo è caduta, non sapeva se piangere o fare finta di niente, allora io l’ho presa in braccio e lei mi ha stretto forte forte. E’ stato difficile salutarla prima della partenza, se avessi potuto l’avrei portata in Italia. Alla fine della giornata, dopo tutti gli strilli e le urla dei bambini, le ragazze della scuola di ricamo mi chiamavano per trascorrere assieme un’ora di svago: non avendo nessun gioco in scatola inventavano musiche, balletti, giochi semplici, ma che mettevano il sorriso sulla bocca di tutte. Non mi sono mai divertita tanto come quelle sere, ciò che mi colpiva di più, era la loro spontaneità e allegria. D’altronde penso che sia la caratteristica degli indiani: anche nella più completa povertà sanno donarti un sorriso. A volte ci si dovrebbe chiedere se vale veramente la pena di condurre una vita frenetica, come la nostra, oppure se è il caso di ritornare a una vita semplice rivalutando i valori fondamentali di una società quali la famiglia e la religione. In India, infatti, la donna ha come compito quello di procreare e accudire i propri figli, ed è raro vedere una famiglia composta da 3 o 4 membri. La religione è sacra e la domenica le chiese sono strapiene di gente; pensate che anche nella scuola di infermiere ogni domenica tutte le allieve, prima di iniziare la giornata lavorativa, vanno a messa. Questa esperienza mi ha insegnato moltissimo. Tutto questo mi ha aiutata a maturare, ad apprezzare la vita e tutto ciò che mi sta attorno. Ho imparato a rispettare le tradizioni, a conoscere il mio paese. Ora so che posso fare ancora meglio, che posso fermare l’indifferenza della gente raccontando la mia esperienza, in fondo basta un gesto semplice per migliorare il mondo! |