Buja e la montagna di Sergio Comoretto | |
Le montagne...; già le montagne! Per i buiesi degli anni 1930-40 le montagne si chiamavano Cuarnàn, Cjampòn, Musi e ancora Canìn, Jôf di Montasio, Mont di San Simeon (assassino...), Pic di Mai, Mont di Ruvigne. Tutto lì per la maggior parte dei buiesi stanziali (per i sopramontini e di Campo c’erano anche Sernio e Crauzaria che chiamavano “les montagnes dai pipinùs” per le loro creste frastagliate...). Qualcuno (pochi!) le salivano, specie il Cuarnàn, più di rado il Cjampòn. Poi lentamente le cose cambiarono e credo che il merito vada attribuito alla diffusione della bicicletta e all’affermarsi di quel fenomeno sociale che è l’oratorio parrocchiale. Infatti la bicicletta permetteva di raggiungere agevolmente e con relativa rapidità la base della montagna (si trattava sempre di distanze che, percorse a piedi, richiedevano alcune ore all’andata ed altrettante al ritorno); l’oratorio che, se curato da qualche sacerdote giovane e moderno, avviava ad attività più o meno sportive e quindi anche alle escursioni, ai campeggi quanto mai spartani ed alla montagna. E’ lì, all’oratorio che si formavano i gruppetti di amici desiderori di uscire un po’ dal guscio ed ampliare le conoscenze. La Parrocchia di Madonna, che allora comprendeva anche Urbignacco, ebbe la fortuna di avere nel cappellano don Modesto Pez il sacerdote giusto nel momento giusto (giusto per noi). E’ lì che si formò un gruppetto di cinque ragazzotti (allora...) decisi di andare alla scoperta di montagne più lontane e famose. In bicicletta, nel luglio 1941, percorse un itinerario di oltre 800 km superando tutti i principali passi dolomitici (Sappada, Tre Croci, Falzarego, Pordoi, Sella) sbucando a Bolzano e poi, Gardesana occidentale, Verona, Venezia e rientro a Buja, in otto giorni. Oggi può sembrare una cosa banale (lo è, se fatta in moto o in macchina...), ma invece, fatta con le biciclette di allora (massicce e naturalmente senza cambio) pochi soldi in tasca e molto peso aggiunto per portarsi dietro il più possibile di viveri (era tempo di guerra), assunse un valore che influenzò in modo decisivo la fantasia e i programmi a venire. In realtà eravamo entrati nel mondo stupendo delle Dolomiti anche se viste dal basso, dalla strada. Forse è da allora che la passione della montagna iniziò a Buja (è una presunzione?). Fine di agosto 1943: due di Madonna partendo in bicicletta da Trento salgono sulla Marmolada, Torre Est del Vaiolet, ferrata delle Mesules sul gruppo del Sella e relativo Piz Boè e, come contorno, subiscono un bombardamento a Vicenza (imprevisti di allora...). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 in tre del gruppo frequentiamo la scuola di roccia tenuta dal compianto Renzo Stabile (poi caduto in Crauzaria) e suoi collaboratori Perotti e Treppo. Altro episodio: le vicende belliche ci portano (sempre in tre) nella zona di Valbruna e, a metà aprile 1945 decidiamo di ritornare al paese sfuggendo al controllo tedesco. Ma prima...; prima bisognava salire una cima che da tempo avevamo osservato con tanto interesse. Quindi si fugge, ma per andare al rifugio Pellarini. Al mattino siamo alla base della parete nord della Media Vergine, innevata e con tanto ghiaccio. Le nostre stime? In cima per mezzogiorno. La realtà: ci siamo arrivati alle 18, che già iniziava il buio e il freddo era pungente. Rientro al rifugio alle due del mattino dopo averne passate di tutti i colori (a questo punto devo fare una precisazione. Intendiamoci, noi eravamo sempre stati solo “apprendisti o discreti rocciatori”, non esperti... Però eravamo per Buja “il meglio” di allora). Dopo la liberazione scoppia la voglia di rifarci del tempo perduto; per cui salite in roccia di tutte le cinque (e più...) Tre Cime di Lavaredo (Grande, Ovest, Piccola, Frida, Piccolissima) Cimon de la Pala, Vezzana, Cridola, Sass Rigais, Furchetta, Sassolungo Croda dei Toni, Cristallo, Popera, Popena, Cima Undici, Croda Rossa di Sesto, Antelao, Pelmo, Civetta Tre Scarperi? (bellissimo), Catinaccio, Antermoia, Tosa, Crozon di Brenta, Campanile Alto e Basso di Brenta, Torre di Brenta, Campanile di Val Montanaia, Peralba, ecc. in Dolomiti, e naturalmente su Alpi Carniche e Giulie e sulle Occidentali (Monte Bianco, Rosa, Cervino, Ortles, Stralhorn, Gran Paradiso, ecc.). E’ evidente che “i tre” facevano “collezione di cime”, non di “prime” su pareti o vie nuove. In più organizzavano delle gite collettive di più giorni, che coinvolgevano diverse persone anche di “Buja sud” sempre nelle zone del Catinaccio, Lavaredo, Vaiolet, Sella. Guardando le foto di allora ci si rende conto che la passione per la montagna stava dilagando ed entusiasmando... (anche troppo: è di poco più tardi, estate 1947, la scomparsa di uno dei più entusiasti partecipanti, Ciriaco Tondolo, caduto durante la salita al Campanile Cantoni in Crauzaria). Dopo...: eravamo arrivati al 1947 e da quell’anno la vita cambiò: matrimonio, espatrio, delusioni dell’Argentina e infine rientro in Italia. Però “i tre” non si persero di vista e, pur vivendo lontani, continuarono ad incontrarsi. Dove? In montagna, naturalmente! Dopo di noi a Buja (...sud) ci fu la comparsa di un grande, fortissimo protagonista dell’alpinismo estremo: Angelo Ursella che, nella sua pur breve attività di arrampicatore, fece cose da brivido; in confronto a quanto fatto dai “tre” suddetti li ridicolizza... Purtroppo il destino interruppe tragicamente la sua splendida carriera sulla Nord dell’Eiger (1970). Il suo nome dev’essere, a pieno diritto, incluso fra quelli (e sono numerosi) che hanno onorato Buja ed il Friuli non solo nel campo dell’alpinismo ma in tante altre discipline; a suo nome è stata intitolata la sezione del C.A.I. di Buja. |