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Scalate memorabili...!

di Sergio Comoretto

 

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Scalate “memorabili”: perché memorabili? Dove, a quale quota? Quali pericoli sono stati affrontati? ecc. ecc. Con un tale titolo ci si può aspettare di tutto; anche che tali scalate siano state effettuate... in Egitto!

E per me, unico componente delle suddette arrampicate, rappresentano ricordi tali da farmi inorgoglire e sorridere!

Egitto: terra di deserti, di grande storia, di Faraoni, di piramidi...

Già, le piramidi! Enormi, disseminate nel deserto sabbioso, enigmatiche, misteriose, sono un invito prepotente a scalarle per chi come me, quando vede qualche “cosa” da salire, subito traccia idealmente una via per arrivare in cima!

Quando poi hai davanti gli enormi diamanti di pietra costruiti 4600 anni fa da un popolo non schiavo ma convinto di partecipare alla preparazione dell’immortalità del sovrano e quindi dell’intera nazione, se appena ci pensi un momentino, ti viene prepotente la voglia di avventurarti su quelle interminabili scalinate ed arrivarci in cima per poter dire “Io ci sono stato lassù” e sentirsi quasi circondati dalla presenza spirituale degli antichi costruttori.

Si, va bene la voglia; ma è proibito severamente... Il cartello era scritto “anche” in arabo per cui mi son detto “Io, l’arabo non lo conosco. Sì, ci vado.” E così, all’alba del 17 ottobre 1983, ho deciso di andarci. Si trattava della grande piramide di Cheope, alta attualmente circa 140 metri sopra la piana di Gizah, a una decina di chilometri dal Cairo.

Dunque: partenza e via! (veramente la stessa salita da me era già stata fatta nel gennaio del 1981 ma non aveva rappresentato i caratteri “drammatici” di questa..., nella stessa occasione, assieme alla figlia, si era saliti anche sulla piramide di Micerino, molto più piccola, 66 metri, in mezzo alla bufera di vento e sabbia).

Si tratta di superare una quantità di gradini di pietra alti circa un metro e mezzo alla base, per poi ridursi gradualmente a circa 60 centimetri in alto.

Niente di difficoltoso dal punto di vista della salita. Le difficoltà si presenteranno per altri motivi. Infatti avevo salito appena una decina di gradini quando mi son sentito chiamare con voce imperiosa da qualcuno, alla base: si trattava di due militari armati di fucile che, immagino, mi ordinavano di scendere. Non ci feci caso e continuai a salire. I due parlottarono un poco e poi uno, con decisione, si mise ad inseguirmi. Arrivato però al sesto o settimo gradino lo vidi rallentare e alla fine sedersi sfiduciato e impaurito. Penso che avesse timore del vuoto (vertigine, circa 10 metri...). Così continuai tranquillamente a salire.

Tranquillamente? Mica tanto, perché a un certo punto si manifestò il primo avviso del “dramma” che si stava realizzando...

I pantaloni: avevo indosso un paio normalissimo di blue-jeans collaudati altre volte senza problemi e che ritenevo sicuro. Invece no! Piano piano, sempre un po’ di più ad ogni gradino, la cucitura interna a partire dal “cavallo” stava mollando su tutti i due i lati delle gambe, dall’estrema sinistra all’estrema destra. Ed è così che mi sono presentato in cima dove 46 secoli di storia mi guardavano sbigottiti, praticamente in slip, con le due falde dei pantaloni svolazzanti alla brezza mattutina. Ma che figura ho fatto di fronte allo spirito dei grandi faraoni e degli egizi custodi della sublime grandiosità del posto!

Tant’è: non avevo possibilità alcuna di riparare alla vergognosa esibizione dei miei glutei... Così, dopo aver fatto alcune fotografie ed apprezzato ancora una volta l’esaltante panorama esteso all’infinito sul deserto con, in prossimità la città vastissima (circa 12 milioni di abitanti) sovraccarica di minareti, il Nilo serpaggiante e sinuoso, lo svettare dei grandi alberghi sulle sue rive, ed ancora la vicina piramide di Chefren con in cima il suo rivestimento originale residuo, la Sfinge, le fosse delle barche del sole, la piramide di Micerino e, verso est, l’estendersi di scavi vastissimi nel campo delle mastabe (=tombe di notabili) e, ancora più lontano oltre quattro o cinque piramidi meno note, non mi restava che scendere con non poca apprensione, pensando al come sarà stato accolto dalla gente davanti allo spettacolo di un tale che arrivava dall’antichità vestendo quei pantaloni fuori ordinanza.

Ed infatti l’avventura non terminava così.

Mentre lentamente scendevo (la discesa è più difficoltosa della salita) ho visto a qualche metro di distanza ben vivo e scattante, un serpentello (la vipera velenosissima della piramidi? Un aspide discendente da quello famoso di Cleopatra? Non lo saprò mai, ma un po’ di paura sinceramente l’ho avuta).

E finalmente sono arrivato agli ultimi gradoni dell’imponente costruzione.

Ma... quando ero a quattro o cinque gradini dal piano si è fatto vedere un gruppo di una decina di persone di diverse età ma tutti del luogo. S’è fatto allora avanti un ragazzetto (circa 10 anni) e, con fare grave mi ha rivolto la parola, prima in inglese, poi in italiano stentatino ma comprensibile, dicendo che, nel gruppo di persone, il più anziano (una figura imponente con bella barba bianca e indossante un candido e lungo caffetano) era venuto ad arrestarmi per portarmi alla polizia! Ma che, se avessi dato un po’ di soldi, mi avrebbe lasciato andare...

Io, misero e sbrindellato com’ero, ho detto sì, e dopo aver vuotato il portamonete di uno o due dollari e altrettante lire egiziane, ho riconquistato la libertà... Però ho avuto improvvisamente l’idea di eternare la scena: afferro la macchina fotografica e la punto verso il gruppo. Ma cosa succede? E’ stato un fuggi fuggi generale di tutte le persone (il vecchio imponente per primo, e il più agile di tutti!).

Ero cascato ingenuamente in una truffa, questo è evidente; però penso che loro abbiano avuto paura che io scattassi la foto per “incastrarli” presso la polizia!

Nel giro di pochi secondi sono rimasto solo con i miei problemi di vestiario e ce n’è voluto del bello e del buono per farmi avvicinare da qualche turista di passaggio e, infine da un componente del mio gruppo per chiamare un taxi. Il quale taxi mi portò fino a circa duecento metri dalla pensione dove eravamo alloggiati (“Pensione Svizzera” se ben ricordo) non raggiungibile direttamente per motivi di sensi unici. Quei duecento metri, in piena città, li ho percorsi a piedi, imbarazzatissimo, cercando, ma non riuscendo completamente, di nascondere le mie vergogne! (Ricordo lo sguardo inquisitore e severo di una signora distinta con bambino che, con aria di rimprovero e di disprezzo si girò bruscamente dall’altra parte... Ma signora, mi creda! Il più imbarazzato ero io...).

A questo punto ritengo terminato il racconto della prima “scalata memorabile”.

 

Una seconda scalata, meno memorabile e pittoresca della prima, ma per me con significato di addio alla montagna, si è svolta nel settembre 1989 nel Sinai, sempre in Egitto.

Convento di Santa Caterina, famosissimo e storico luogo di devozione (ortodossa) posto al centro-sud della penisola, a 1570 metri di altitudine.

Era, ed è, il punto di partenza per la salita sul “Monte di Mosè” o “Gebel Musa” dove, per tradizione, il liberatore degli ebrei ricevette da Yehowah le tavole della Legge. Il monte è alto 2285 metri ed in vetta sorge una cappelletta dedicata alla santa (n.b.: non si tratta della santa di Siena ma di Santa Caterina di Alessandria martirizzata perché cristiana verso il 310 d.C.). C’è anche, a lato, una piccola moschea.

Comunque la cima, indipendentemente dai motivi religiosi, è meta tradizionale dei numerosi turisti perché da lassù, al levar del sole, si gode di uno spettacolo grandioso su tutto l’ambiente circostante. Non ci sono particolari difficoltà a salire: si segue normalmente un sentiero che, in lieve pendenza, si snoda sul fianco della montagna (c’è pure un’altra soluzione: la via degli scalini, circa 3000, ma da me non praticata in nessuna delle due volte che ci sono salito lassù).

Verso l’una del mattino mi sveglio e mi metto subito in cammino sul sentiero da me già percorso un paio d’anni prima.

Però, dopo circa 5 minuti di cammino mi rendo conto di essere seguito da qualcuno: sentivo delle voci che si scambiavano, in italiano, incoraggiamenti a seguirmi e raggiungermi.

Per me erano solo voci ma subito decisi di iniziare “una gara” con quelle persone che io né conoscevo, né sapevo il loro numero ed età. Mi era saltata la mosca al naso, come si dice, e innestai la marcia superiore... Era buio pesto e a mala pena seguivo il sentiero alla luce fioca e intermittente di una pila.

Io correvo, loro mi inseguivano decisi ad agguantarmi.

E’ stata una sgroppata tremenda per me ma anche per loro! Quando sentivo che stavano avvicinandosi davo fondo alle poche energie rimaste e ripartivo. Corri tu che corro anch’io! Orgoglio e irrazionalità (ma perché correvo?).

Il dislivello è di oltre 700 metri e di solito viene percorso in due ore – due ore e mezzo. In quell’occasione credo di aver impiegato molto meno di un’ora, al buio, inciampando ad ogni passo e, a volte, perdendo la traccia del sentiero.

Finalmente raggiunsi la cima, trafelato ma vincitore mentre lontano, verso l’Arabia, Israele e la Giordania della splendida Petra, comparivano le primissime luci del mattino in un festival di colori incredibile.

Gli “inseguitori” arrivarono, pure loro spremuti, qualche minuto dopo: erano tre giovani di un altro gruppo e la loro età era tra i 25 e 30 anni. Io, che di anni ne avevo allora 70, mi sono sentito orgoglioso di averli “mortificati” (loro stessi hanno usato quest’ultima espressione).

Sergio complimenti a me stesso!

 Quella, praticamente, è stata l’ultima mia sgroppata in montagna, dopo aver salito decine di alte cime ben più faticose..., e oggi che di anni ne ho 86 ringalluzzisco al ricordo perché, per me, è stata una scalata memorabile!

Dopo di allora la mia montagna la ho rivissuta nei ricordi guardando con malinconia le tante fotografie scattate nei posti più diversi e “immagazzinate” in 14 voluminosi e pesantissimi album; servono a suggerirmi nuove ipotetiche e impossibili “scalate memorabili”.