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Gli anni della

 "Stella Bujese"

di Giuseppe Malara

 

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Era una stella a cinque punte, color giallo carico sul fondo rosso cupo che richiamava il colore del gonfalone comunale.

Era un simbolo sotto il quale si riconoscevano oltre cento bambini e ragazzi di età non superiore a sedici anni, accomunati dalla passione per la pratica sportiva (non solo calcio ma anche ciclismo, corsa campestre, pallacanestro, atletica) e da ideali che oggi come oggi sembrano tristemente fuori moda proprio negli stadi, nelle palestre e negli altri luoghi in cui De Coubertine li avrebbe voluti capaci del più alto significato educativo e sociale: ideali di lealtà, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, capacità di convivere e di affrontare serenamente, con misura, tanto l’esaltazione della vittoria quanto l’amarezza della sconfitta; ideali che, come sosteneva il padre delle Olimpiadi moderne, dovevano far crescere il mondo e la sua civiltà.

Il simbolo della stella aveva un suo perché: rappresentava l’impegno a riunire in un unico punto luminoso, in un chiaro progetto educativo da realizzare attraverso lo sport, i diversi raggi impersonati dalle risorse di forza, fantasia e buona volontà dei giovani di Buja, Artegna e Treppo Grande, superando le barriere campanilistiche che, forti ancora oggi, erano particolarmente tenaci e cariche di tensioni quarant’anni fa.

Gli anni ’50 cedevano il posto agli anni ’60 in un crescendo di entusiasmo per la riscoperta dell’associazionismo e dei suoi valori educativi; gli individualismi sembravano cedere lentamente il posto alla consapevolezza che l’unione di forze diverse poteva aspirare a grandi risultati. La metafora della stella a cinque punte, capace di illuminare il percorso di tanti giovani almeno per la parte che poteva aiutarli a passare utilmente qualche serata e il tempo della domenica, si prestava a raffigurare efficacemente anche la dirigenza del sodalizio in formazione: con attitudini e compiti diversi, infatti, un gruppetto di persone accomunate soprattutto dall’amore per i ragazzi prendeva a cuore l’impegno di accompagnarli nella crescita attraverso lo sport. Gildo Ursella, indimenticabile patriarca della grande famiglia dei “Seto”, metteva a disposizione un terreno ed un adeguato gruzzolo che, aggiunto al contributo del sig. Mario Tonino (Mario di Carmele) bastò a costruire a San Floreano il primo campo sportivo dotato di moderni spogliatoi ed impianto d’illuminazione ed affiancato da un’ampia pista di pattinaggio. 

Nemmeno la prima squadra cittadina, quella della Polisportiva Calcio che militava con successo nel campionato regionale di 2^ categoria, poteva permettersi ancora tanto e non era raro che la stessa Udinese, dovendo disputare competizioni amatoriali in notturna, chiedesse ogni tanto ospitalità nel campo di San Floreano. Il figlio di Gildo, il sig. Mario Ursella, si faceva interprete della volontà del padre assicurando come presidente la sua presenza costante tra i ragazzi della “Stella”. Gildo Guerra, Tite Molinaro ed il sottoscritto, provenienti da esperienze sportive giovanili, mettevano a disposizione le loro competenze tecniche e soprattutto la loro inarrestabile passione per lo sport e per i giovani curando gli allenamenti, organizzando le gare, tenendo i contatti con gli organismi sportivi, provvedendo alle necessità pratiche della vita di gruppo.

Ma la vera luce, l’anima della “Stella” era un personaggio che le cronache di allora definivano “assiduo” o “infaticabile” collaboratore, ed era in realtà la mente e il cuore del gruppo: don Luigino D’Agostini, prete straordinario che illuminò in quegli anni, troppo brevemente, la vita di Buja. Lui, convinto di dover testimoniare personalmente i valori cristiani lavorando in concreto a fianco della gente e in special modo dei giovani, aveva messo in chiaro le regole non scritte cui doveva fare riferimento l’attività dei ragazzi che intendevano riunirsi sotto il simbolo della “Stella”. «I giovani che oggi praticano lo sport», egli affermava, «saranno gli uomini di domani», significando con ciò che solo mettendo l’attività sportiva al servizio dell’educazione e della formazione giovanile si sarebbero potute formare persone pronte ad affrontare il futuro con equilibrio, con ottimismo e serietà.

 Perciò la vita di squadra era prima di tutto vita: si entrava insieme in punta di piedi nelle famiglie per “strappare” il permesso a partecipare ad una gara e se ne usciva con la certezza di avere conquistato un’amicizia in più, lui, don Luigino, ascoltando ed appianando i piccoli o grandi problemi delle famiglie, io incoraggiando un talento, sollecitando un impegno, suggerendo una strategia utile per la squadra. Poi, a don Luigino brillavano gli occhi di gioia quando vedeva i “suoi” ragazzi, che avevano imparato a rimangiarsi le imprecazioni e le reazioni di violenza nel bel mezzo di uno scontro in partita, accostarsi alla comunione silenziosi ed ordinati. Infatti, la gioia di una vittoria, i primi posti in classifica, i successi individuali o di squadra dovevano essere traguardi importanti, ma sempre secondari rispetto alla soddisfazione di saper vincere il nemico invisibile che c’è dentro di noi e che si chiama intolleranza, aggressività, mancanza di autocontrollo e di accettazione dei propri limiti. Ed era esattamente a questo tipo di conquista che mirava, ad esempio, la squadra di calcio nell’impegnarsi a vincere la “Coppa Disciplina”, ambitissimo trofeo che la Stella Bujese fece proprio per ben due volte, nei primi anni ’60. In paese era invece il Torneo delle Frazioni a ricordare ai ragazzi che le storiche divisioni tra borghi potevano essere felicemente ricomposte attraverso un incontro sportivo.

Ma se la “Coppa Disciplina”, che si giocava nei cosiddetti “campi minori” del campionato provinciale del C.S.I. (il Centro Sportivo Italiano che, proprio grazie ai successi della Stella Bujese, avrebbe avuto il sottoscritto come membro del consiglio direttivo provinciale per il triennio ’64-’67), rappresentava soprattutto una vittoria morale, i successi di classifica testimoniavano efficacemente che nel rispetto dei valori umani e civili individuati come principale obiettivo della squadra si potevano ottenere anche risultati degni di nota. La cronaca sportiva del tempo, infatti, spese non pochi titoli per sottolineare il fenomeno “Stella Bujese”, capace di guidare le classifiche del girone B del campionato provinciale insieme a squadre partite da ben più lontane e blasonate tradizioni. Oltre alla conquista dell’ambito “Trofeo Fantoni” del 1963 si parlò a lungo, allora, delle brillanti promesse che i tecnici delle squadre militanti nelle categorie regionali intravedevano nel gioco e nelle gambe dei nostri ragazzi. 

La squadra locale di seconda categoria, d’altra parte, attingeva a piene mani dai ragazzi che lasciavano la Stella Bujese per raggiunti limiti di età, e resta indimenticabile il momento in cui addirittura lo staff dirigente del Milan mise gli occhi sul giovane William Del Negro, portandoselo a Milanello nel vivaio rossonero per mettere a frutto “il suo preciso colpo di palla, l'ottimo palleggio e il dribbling bruciante”.

Ma la Stella Bujese non era solo calcio. C’erano gare di corsa campestre che accompagnavano i ragazzi alla scoperta del paesaggio troppe volte guardato con fretta e superficialità; c’era la pallacanestro, che sollecitava i primi grandi entusiasmi per questa specialità, nella quale si sarebbero ben presto fatte onore grandi squadre friulane. Intanto, sodalizi di grande livello agonistico, come la squadra di basket di Lubiana, richiamavano intorno al campetto di San Floreano tifosi e curiosi di questo sport ancora elitario.

C’era l’atletica leggera che, senza grandi clamori, come è nell’uso di questa specialità, allenava i ragazzi a vincere sfide con sé stessi, a superare piccoli limiti, a pretendere miglioramenti personali solo per la soddisfazione di dire “ce l’ho fatta!”

E c’era il ciclismo, che infervorava gli animi dei tifosi in quei tempi in cui Jacques Anquetil e Felice Gimondi la facevano da padroni sulle strade delle grandi competizioni internazionali. Buja allora metteva a disposizione le sue strade in saliscendi per i gruppi colorati e numerosi di giovanissimi atleti che si sfidavano su biciclette non ancora sofisticate e leggere come quelle di oggi. Era una festa vederli scorrere a grappoli davanti al Bar Miami e lungo le strade brulicanti di gente che li sosteneva chiamandoli ed applaudendoli.

Quella festa di ruote e di berretti multicolori, di buona organizzazione e di entusiasmo popolare dovette arrivare ad orecchie autorevoli dal momento che non fu difficile ottenere dalle autorità sportive competenti un sì alto e forte, che ricordo ancora con commossa soddisfazione, al “via” del Giro del Friuli Venezia Giulia, che sarebbe partito proprio da Buja con la tappa Buja-Gorizia. Era il 10 luglio 1964, con un tempo niente affatto estivo e, sulla scia dei festeggiamenti del Patrono Sant’Ermacora, il centro di Santo Stefano e le strade intorno si riempivano della festosa carovana al seguito dei ciclisti dilettanti provenienti da ogni parte d’Italia, oltre 90 in tutto, suddivisi in 29 società partecipanti. 

Buja visse quel giorno un’indimenticabile giornata di gloria, che insegnava come questo paese potesse ambire ad essere protagonista dello sport proprio perché lo sport era nel cuore della sua gente.

La Stella Bujese, come una meteora, passava velocemente in mezzo a tanta, appassionata partecipazione, ma quello che lasciava dietro a sé non era soltanto la classica, impalpabile “polvere di stelle”. I ragazzi che l’associazione aveva allevato nel rispetto di valori semplici ed importanti continuavano la loro vita, anche lontano dai campi sportivi, sulla scia degli stessi insegnamenti. Ritrovarli e ricordare con loro i momenti più intensi di quelle esperienze comuni, interrogarsi sul significato che ha avuto nel loro percorso umano l’insegnamento in cui avevamo creduto insieme, salutare col pensiero commosso l’indimenticabile don Luigino e gli altri che non sono più tra noi (e sono, purtroppo, ormai tanti) è sempre un momento di intensa gioia. 

Non sono solo ricordi. E’ anche la certezza che una parte delle cose più belle che ciascuno di noi ha realizzato nella vita è frutto dell’entusiasmo, dell’impegno, della passione di quegli anni ed è quindi un messaggio da cogliere, per chi vuole e può farlo, individuando chiaramente i segni del passato utili ai progetti futuri.