Buia, non solo mille anni

a cura di Mirella Cornino Osso

 

 

«Supra mille annos Bujensium Juventas»

«La giovinezza dei Bujesi va ben oltre i mille anni», afferma la scritta commémorativa di Gian Carlo Menis che incornicia l'immagine dell'Imperatore Ottone II e dell'Imperatrice Teofane nella medaglia realizzata da Pietro Giampaoli in occasione dei mille anni documentati del castello di Buja.

Il 983 ed il 792, rispettivamente sotto Ottone II che cedeva al Patriarca Rodoaldo i castelli di Buja, Fagagna, Udine, Gruagno e Braitan e sotto Carlo Magno, che quasi duecento anni prima confermava il possesso della Pieve di S. Lorenzo di Buja al Patriarca Paolino, sono le due date che si contendono il primato del più lontano documento scritto riferito al toponimo «Buga» o «Boga».

Naturalmente, però, come quasi sempre accade, i documenti siglati nelle due date in questione non sono affatto l'atto di nascita della comunità bujese, la cui esistenza e vitalità sono provate nei diversi quadri di civiltà fin dai tempi più remoti.

Prima della storia

Quando l'uomo lavorava la pietra (5000-2000 a.C), ad esempio «un insediamento neolitico cospicuo e continuato» (G.C. Menis) doveva svilupparsi quasi certamente nella conca («Buca», nei linguaggi prelatini di ceppo indoeuropeo) di Pidicuel, tra i colli di Monte, Pravis e Ponzale, luogo protetto e dunque adatto alla sopravvivenza grazie anche alle acque limpide dell'Ariul, un piccolo corso d'acqua che nasce qualche centinaio di metri più monte. Lo proverebbero i resti di numerosi oggetti di pietra, utensili e scarti di lavorazione, ritrovati in quel luogo in seguito alle arature.

E quando l'uomo lavorava i metalli modellando oggetti ed utensili di bronzo (2000-1000 a.C), mentre in Friuli ed in altre zone del nord-est, pur con diverse caratteristiche funzionali, si sviluppava la civiltà dei Castellieri, quelle comunità che prima si erano sentite protette nella «Buca» di Pidicuel cercarono condizioni di difesa più sicure trasferendosi lungo i fianchi del colle di Monte, in località Vals (Valium), dove un manufatto di forma quadrata, con il lato di circa cento metri, lascia intravedere in mezzo alla vegetazione i caratteristici argini difensivi di un castelliere. Oggetti dell'età del bronzo (un pugnale e due pendagli) confermano ulteriormente la presenza dell'uomo in quel momento ancora così lontano dall'epoca dei documenti scritti.

Soltanto nomi di luoghi, quelli con la tipica desinenza in «acco» (Urbignacco, Precariacco...) restano invece della grande presenza celtica che, dopo il 1000 a.C, mentre ovunque si sviluppava la civiltà del ferro, occupava la nostra regione nelle aree lasciate libere dai Paleoveneti.

«Storia Romana, Cristiana, Longobarda

Negli anni della grande colonizzazione latina, quando ormai la potenza di Aquileja aveva non solo messo radici, ma stava espandendo per conto di Roma le sue strutture di difesa e di comunicazione con le terre del nord e dell'est d'Europa, il colle di Monte si trovò al centro di un territorio delimitato dalle grandi strade che, da Aquileja e da Concordia, si dirigevano verso il Norico e verso il Danubio.

Il colle, ottimo punto di osservazione a 360 gradi sulla pianura e sulle vie di accesso alle Alpi, era quasi sicuramente raggiunto da almeno una strada di raccordo, il cui tracciato doveva coincidere con l'allineamento di tanti centri abitati dal nome chiaramente latino o longobardo (i Longobardi usavano occupare gli insediamenti preesistenti al loro arrivo).

Ma più che dai toponimi o dalla ragionevole ipotesi di una via di comunicazione in grado di collegarli, la presenza di una postazione di difesa sul Monte e di stabili comunità insediate in vari punti del territorio è testimoniata dai numerosi ed importanti reperti venuti alla luce in epoche diverse (monete, urne cinerarie, frammenti di epigrafi) e soprattutto dai ritrovamenti emersi in seguito alla campagna di scavi diretta dal prof. Menis nel 1980-81 nell'area della pieve di S. Lorenzo.

Un piccolo forno, una cisterna, tratti di muro e di acciottolato assegnabili all'età imperiale, cui si aggiunsero i resti di una torre difensiva riaffiorata in una successiva fase di scavi (1987) nell'area ai margini del Parco della Rimembranza, sono per Buja preziosi frammenti di un passato che la lega alla grande storia della romanizzazione e che proprio il terremoto, forza così tragicamente distruttrice, ha permesso di riportare alla luce scavando tra le macerie dell'antica Pieve.

La stessa campagna di scavi permetteva poi di ricostruire in pianta le varie fasi di sviluppo della Pieve, dalla piccola basilica paleocristiana al maestoso edificio distrutto dal sisma e provava l'importanza della presenza cristiana in mezzo alla comunità bujese che dedicava a S. Lorenzo martire il suo primo luogo di culto (V-VI secolo).

Del progressivo disgregarsi della potenza di Roma e della successiva presenza dei Longobardi non restano, poi, soltanto i toponimi (Sala, Salaris, Solaris) cui si è anche già accennato, né restano solo le testimonianze indirette dello storico longobardo Paolo Diacono, il quale, nominando un certo elenco di castelli posti a difesa contro gli Avari lungo la cerchia delle montagne ed aggiungendo, senza meglio identificarli, alcuni «altri castelli» (reliquis castellis) preposti alla stessa funzione, dà valore pressoché di certezza all'ipotesi che il Castello di Monte fosse tra quelli che i Longobardi avevano ereditato dai loro predecessori.

Segni sicuri della presenza degli uomini di Alboino sono in ogni caso gli oggetti da corredo funebre, tra cui due croci in brattea d'oro, tipiche dell'oreficeria longobarda, rinvenute nel 1880 in Collosomano insieme a tutto il loro sepolcreto del VII secolo.

E non è da dimenticare nemmeno il fatto che, appena a pochi metri al di là del confine del comune di Buja, a S. Salvatore di Majano, il ritrovamento di un'importante necropoli attesta che i Longobardi erano, comunque, sulla porta di casa.

Documenti scritti: il Patriarcato e Venezia

Ed è finalmente tempo di documenti scritti.

Quelli già citati, di Carlo Magno nel 792 e di Ottone II nel 983, evidenziano subito almeno due cose: la prima è che anche Buja, con la sua piccola storia, partecipava ai grandi eventi che segnarono il medioevo, prima passando dai Longobardi ai Franchi, poi, sempre in seno al grande Sacro Romano Impero, agli Imperatori di lingua tedesca.

La seconda cosa è che la Pieve ed il Castello di Buja, come tutta la realtà circostante di quei tempi, entravano nelle regole del feudalesimo che, attraverso gli atti di donazione o conferma di possesso di beni mobili o immobili, vedevano emergere la sovranità del Patriarca.

// Patriarca o i suoi rappresentanti (Gastaldi o Capitani) oppure, tra il 1200 ed il 1400, i Nobili che egli stesso volle rendere responsabili di un'ampia circoscrizione che comprendeva Buja ed i paesi limitrofi, abitarono dunque a lungo nel Castello, divenuto prima splendido luogo di residenza, poi degradato dal tempo fino alla completa rovina decretata dal grande terremoto del 1511.

Fu proprio il delegato del Patriarca a ratificare a Buja, nel 1371, durante una pubblica vicinia, gli «Statata Communitatis Bujae». documento che ancor oggi testimonia il grande livello di maturità democratica qui raggiunto in età comunale, quando ovunque le comunità locali, pur convivendo con l'autorità feudale, affermavano a gran voce la volontà di darsi le proprie, autonome regole di convivenza.

E gli ultimi beneficiari della concessione patriarcale riguardante il Castello, i nobili Savorgnan, ratificarono poi il passaggio, che Buja condivise con il resto della regione, dal glorioso dominio patriarcale al dominio di Venezia.

Nel 1421, un anno dopo la caduta del Patriarcato, furono proprio i Savorgnan ad ottenere da Venezia la conferma del potere sul Castello e la gastaldia di Buja. Feudalesimo e libertà comunali sopravvivevano così, non senza conflitti e forti tensioni, anche sotto il nuovo «padrone» veneto.

Ma com'era la vita in quegli anni che, dal punto di vista politico-amministrativo, sembravano cristallizzarsi sotto il lungo dominio della Serenissima? Gli atti notarili sono in grado di descrivere, almeno indirettamente, la vita dei Bujesi «benestanti», quelli che avevano figlie da maritare con la dote, terreni da comperare e da vendere, beni da lasciare in eredità o in usufrutto a parenti e confraternite religiose.

Gli atti processuali sono in grado di documentare tradizioni, credenze, tensioni e, purtroppo, sentenze di condanna per stregoneria negli anni bui dell'inquisizione. Ma sono i registri delle chiese e gli atti politico amministrativi dei luogotenenti veneti a dare il quadro generale di una comunità alle prese con problemi di sopravvivenza sempre più gravi, divisa, allora come per lungo tempo dopo, da questioni di appartenenza territoriale e parrocchiale.

Il secolo degli Emigranti

Né Napoleone e le sue nuove idee, né i nuovi padroni austriaci che vennero dietro di lui portarono la soluzione a tutti questi mali e, sopra ogni altro, alla miseria dilagante.

Un provvisorio miglioramento delle condizioni economiche grazie alla diffusione della bachicoltura ebbe come conseguenza un incremento demografico che, in un inarrestabile meccanismo di causa ed effetto, accompagnato dalle immancabili calamità naturali e dalle malattie che colpivano persone, animali e colture, portò nuova fame. Lo sfruttamento delle risorse idriche tramite i battiferro ed i mulini non era certamente sufficiente ad assicurare un pane che la terra non dava né qui, né in altre zone del Friuli.

In tali condizioni di vita, i grandi ideali del Risorgimento e le lotte che ne seguirono, compresa la terza guerra d'indipendenza che riunì buona parte del Friuli al neonato Regno d'Italia, non furono certamente molto sentiti e diffusi.

I Bujesi, anzi, cercarono pane dove le condizioni lo consentivano e poiché la loro esperienza di fornaciai, cresciuti in mezzo alle argille moreniche, era richiesta nelle «Germanie», cioè nelle terre dell'impero asburgico, fu in Germania, Austria, Ungheria che si diresse il fiume di emigranti, spesso bambini, che partiva a far mattoni in primavera per ricongiungersi alla famiglia nella cattiva stagione.

Di quel grande flusso migratorio intriso di sacrifici e nostalgia furono testimoni diretti Mons. Pietro Venier, che nel 1873 registrava il movimento dei suoi parrocchiani verso le «Germanie» affermando che esso si protraeva ormai da cinquant'anni e Giovanni D'Aita, che fissava sulla lastra della sua macchina fotografica i momenti di duro lavoro dei fornaciai nei primi anni di questo secolo.

Ci furono poi Lodovico Zanini e Pietro Menis, ma anche Tarcisio Baiclassi, che affidarono alle pagine scritte la memoria delle loro esperienze di mattonari al di là delle Alpi.

Il nostro secolo, ancora emigrazione

Quando cominciò a spirare l'aria di guerra che avrebbe messo il Regno d'Italia contro l'Impero di Francesco Giuseppe, il viaggio degli emigranti fu costretto a fermarsi e, come affermava qualche anno fa un certo Dante Ursella, raccontando agli alunni delle scuole le sue esperienze di quattordicenne impegnato nelle retrovie del fronte sul Carso, «quelli che ieri ci davano da guadagnarci il pane, gli Austriaci oggi erano i nostri nemici».

Nel Parco della Rimembranza, sul Monte di Buja, nel luogo in cui l'antica cappella quattrocentesca di S. Sebastiano era stata sacrificata nel 1909 per far posto ad un fortino, sono ancor oggi i cipressi, con i loro piccoli cippi di pietra, i testimoni silenziosi di una parte ancorché minima dei 246 Bujesi morti nella Grande guerra.

Fame, miseria e disoccupazione, eredità naturale di tutte le guerre, non risparmiarono Buja. L'emigrazione riprese col ritmo di sempre, anche se con nuove destinazioni verso l'Europa occidentale e verso le terre d'oltre oceano.

A volte, alla novità delle mete si aggiunsero nuove e diverse ragioni per varcare il confine, come quella di sfuggire alle intimidazioni del regime durante il Ventennio. In quegli anni, l'intolleranza verso la dittatura che si stava consolidando trovò terreno fertile a Buja, dove Angelo Ursella ed altri concittadini parteciparono all'organizzazione di un attentato al Duce, fallito, com'è noto, ancora in fase di progettazione.

La corsa verso la seconda guerra mondiale era cominciata per tutti. Ancora altri cipressi nel Parco della Rimembranza testimoniano le perdite di Buja nelle steppe della Russia, nelle acque tra la Grecia e l'Italia dove affondò la motonave «Galilea» carica di attrezzature sanitarie e di Alpini del battaglione Gemona, nei campi di concentramento, sulle montagne e nelle strade di tutti i giorni durante la lotta di Liberazione. Venne finalmente la pace, ma ancora una volta fu l'emigrazione la prima risposta ai problemi di sopravvivenza che si manifestarono in tutta la loro gravità una volta passata l'euforia per la riconquistata libertà.

Buja, come il resto del Friuli, attese a lungo gli effetti di quel miracolo economico che sembrava aver finalmente fatto conoscere il benessere al resto dell'Italia.

E quando il miracolo arrivò fin qui, non ebbe lunghi anni di vita: prima ancora che molti si rendessero conto di aver conquistato il bene prezioso e tanto sognato di una casa e la gioia di un ritorno non oscurato dall'ombra di nuove partenze, l'«Orcolat», mostro della mitologia popolare locale, divenne realtà.

«L'OrcoIat l'ere vèr» recita la scritta che incornicia il gigante chino nell'atto di sconquassare le case del paese nelle medaglia commemorativa del 6 maggio 1976, opera dell'altro grande incisore bujese. Guerrino Mattia Monassi.

Quarantotto morti, 3988 senza tetto su una popolazione di circa 6800 abitanti, un migliaio di case demolite ed un altro migliaio lesionate, tutte le opere pubbliche da ricostruire: sono queste le cifre della tragedia di maggio e settembre 1976.

Buja rinata, verso nuovi millenni

Questa volta, però, la prima risposta a tanta catastrofe non è stata l'emigrazione. Con l'aiuto di tutti, ma anche con la buona volontà di cittadini, amministratori e rappresentanti di tutte le forze sociali, con la determinazione a ribellarsi una volta tanto ad un destino che sembrava annunciato, Buja è rinata.

La ricostruzione è finita e può continuare sulla strada, per altro intrapresa da anni, della ricerca dei suoi valori, delle sue risorse e della sua identità culturale affrontando problemi non diversi da quelli di altre analoghe comunità della Regione o del resto d'Italia naturalmente.

Una vocazione economica di carattere prevalentemente artigianale, spesso qualificata da notevoli livelli artistici come nella ceramica o nell'oreficeria, affiancata dal commercio, dalla piccola industria e, oggi in minor misura, dall'agricoltura si intrecciano con le esperienze individuali e collettive componendo quella peculiare identità di vita, cultura, tradizione, ambiente che Ellero ha felicemente definito «Bujesità culturale» nell'interessante pubblicazione Buja: terra e popolo, edita dal Comune di Buja 1984 e recente riedizione del maggio 1996.

È un'identità che si esprime in senso generale nella quotidianità della vita e delle iniziative, ma si esprime soprattutto, in senso più stretto, nella ricchezza straordinaria di personaggi primi tra tutti i «medaglisti», che in ogni campo artistico, storico e culturale ed imprenditoriale hanno inciso così profondamente nell'anima del Friuli. Oltre a Pietro Gianpaoli, da ricordare anche il fratello Celestino, Guerrino Mattia Monassi, Enore Pezzetta, Pierino Monassi, Pietro Gallina e Giuseppe Baldassi.

La «Juventas» dei Bujesi può guardare davanti a sé per altre migliaia di anni.