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1962 n° 1-6

"Par une «Banca delle immagini»"

di Gian Carlo Menis

Relazione per il IV Convegno Internazionale di 

Studi Ladini Ortisei (Val Gardena) - 9 settembre 1962

 

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II problema sempre vivo e dibattuto dell'unità ladina è senza dubbio questione squisitamente linguistica che impegna ormai da decenni i nostri colleghi filologi. E' tuttavia altrettanto evidente che anche la lingua, come ogni altra manifestazione della vita intelligente dell'uomo, è determinata nelle sue origini e nei suoi sviluppi da fattori ambientali e culturali, politici, economici e religiosi, cioè da fatti storici. E' la storia quindi che può e deve offrire agli studiosi dei problemi linguistici validi argomenti a sostegno delle loro tesi.

Il tema dei rapporti fra i gruppi di lingua ladina dell'Engadina, delle Dolomiti e del Friuli venne affrontato in sede storica \ forse per la prima volta \ in una relazione tenuta dal compianto Pier Silverio Leieht al secondo Convegno Internazionale di Studi Ladini, svoltosi in Friuli tra il 30 luglio ed il 1 agosto del 1955 (1).

L'indimenticabile maestro tracciava allora con mano sicura un quadro completo, per quanto sintetico, degli scambi molteplici e frequenti intercorsi fra le tre aree ladine attraverso i tempi fino all'epoca moderna, facendo anche il punto su diverse posizioni contrastate. Egli però necessariamente prendeva le mosse dall'epoca carolingia all'incirca, periodo in cui la documentazione principia ad essere sufficientemente probante. E' l'epoca in cui le imprese di Carlo Magno e la costituzione del Sacro Romano Impero ridanno all'Europa qualche decennio di tranquillità e di benessere, le relazioni fra i vari popoli s'intensificano, sono favorite le comunicazioni ed i commerci, la vita culturale rifiorisce. Ma quello è anche il tempo in cui l'evoluzione delle lingue romanze è ormai nel suo pieno processo di differenziazione dal latino, come solennemente attestano il Giuramento di Strasburgo dei figli di Ludovico il Pio dell'847 ed il Capitolare di Carlo il Calvo dell'864.

Più interessante e convincente quindi ci sembrerebbe poter conoscere il più esattamente possibile la natura dei rapporti eventualmente esistiti tra le tre regioni in questione nell'epoca precedente, cioè tra i secoli IV e VIII che possono considerarsi la fase critica e determinante dell'evoluzione linguistica ladina.

La documentazione si fa qui naturalmente molto più scarna e problematica. Il Leicht ricorda a sostegno della sua tesi l'estensione dei confini della giurisdizione metropolitica del Vescovo di Aquileia comprendente nel sec. V anche la Raetia II. riferisce la preziosa testimonianza di Venanzio Fortunato che ci ragguaglia sui traffici aperti tra le due Rezie ed il Friuli verso la metà del VI sec, fa cenno infine ai legami esistenti fra il Vescovo di Sabiona ed il Metropolita di Aquileia sul finire dello stesso secolo.

Sono notizie senza dubbio indicative, che autorizzano la formulazione di fondate ipotesi, ma che tuttavia non permettono certo una visione chiara nel buio di oltre cinquecento anni di storia.

Ci siamo dunque proposti di ricercare se oggi, utilizzando le scoperte archeologiche vecchie e nuove effettuate in Alto Adige, sia possibile portare qualche nuovo contributo alla chiarificazione del problema.

* * *

Si ammette comunemente che il primo cristianesimo raggiunse lungo il corso del IV sec. le valli dolomitiche e altoatesine da Aquileia attraverso la via Claudia Augusta Altinate e le sue diramazioni locali, creando nelle principali sedi romane i primi centri di evangelizzazione. Fu quella infatti per tutta l'epoca imperiale l'arteria più importante della regione, collegandola da un lato, attraverso Altino ed Aquileia, al mare e dall'altro, attraverso la Pu-steria, ad Augusta. Purtroppo la localizzazione di alcune stazioni romane come quella di Sebato in Pusteria (ora S. Lorenzo), di Vipiteno, di Sublavione (forse Ponte Gardena), non è stata accompagnata da scavi, miranti ad accertare le origini paleocristiane delle rispettive chiese. Soltanto a Bolzano si è proceduto in questi ultimi anni a ricerche sistematiche in tal senso, per merito soprattutto del dott. Nicolò Rasmo, valente studioso ed amico, cui si deve anche in notevole parte l'incremento degli studi sull'arte della tarda antichità e del medio evo in Alto Adige.

Pare che il più antico centro cristiano nella conca di Bolzano sia da situarsi ai piedi del Renon, in località Rencio (ted. Rentsch). In tale sito esistono ancora le murature di due chiese disposte a breve distanza l'una dall'altra: la prima dedicata a S. Lorenzo fu ricostruita nel secolo scorso con orientamento diverso, l'altra dedicata a S. Paolo fu sconsacrata ed adattata ad abitazione (2). Nessun sondaggio sistematico è stato finora praticato nell'ambito delle due chiese e gli elementi visibili più antichi risalgono al massimo al sec. XII. E' stato tuttavia accertato che le due chiese insistono su murature tardo-antiche. La peculiarità delle due chiese appaiate e la loro disposizione costituiscono inoltre forti indizi in favore di una loro appartenenza alla cerchia della tradizione architettonica aquileiese. La cosiddetta basilica doppia o geminata trova infatti in Aquileia il suo più antico e tipico esemplare e la zona posta sotto l'influsso religioso di Aquileia ci offre il numero maggiore di esemplari analoghi, tutti certamente connessi con la diffusione dell'antica liturgia che si suol chiamare patriarchina. Ricordiamo soltanto, oltre ad Aquileia ed a Grado, le costruzioni di Kirchbichl a Lavant, di Hemmaberg e di Grazerkogel nel vicino Norico Mediterraneo, cioè nel Tirolo orientale e nella Carinzia (3).

Scavi notevoli e fortunati sono stati invece condotti recentemente dal dott. Rasmo, sotto il pavimento dell'attuale chiesa parrocchiale di Bolzano, ove sono venuti alla luce i resti di una basilica paleocristiana che si può datare alla fine del IV sec. circa (fig. 1) e che quindi viene ad essere la più antica costruzione cristiana ancora in qualche modo superstite di tutta la regione (4).

La basilica paleocristiana rappresenta la prima delle quattro principali fasi architettoniche successive con cui si giunge all'attuale che risale al secolo XIV. Della costruzione più antica è stato possibile individuare gran parte dei muri perimetrali e parte del pavimento che si trova ad un livello di circa 60-65 cm. di profondità dall'attuale, La muratura, dello spessore di circa 60-70 cm. (cioè due piedi romani), è formata da filari regolari di ciottoli di fiume collegati con malta abbondante (caratteristiche delle strutture tardoantiche) : qua e là si rilevarono tracce dell'intonaco primitivo, ricoperto da una scialbatura di calce senza pitture: il pavimento poverissimo era formato da una semplice concrezione di calce.

Il rilievo della pianta però è ciò che presenta per noi il maggiore interesse. Essa risulta costituita da un'aula rettangolare senz'abside, con presbiterio ad est, i cui muri perimetrali sono rafforzati all'esterno da contrafforti disposti regolarmente alla distanza di m. 3,50 circa ; verso ovest si può legittimamente ricostruire, dalle variazioni osservabili nelle strutture, un quadriportico o meglio un semplice nartece. All'interno del rettangolo, nella zona presbiteriale, venne infine alla luce l'elemento più notevole del complesso : ossia una muratura semicircolare isolata, cioè completamente slegata strutti-vamente dai muri circoscritti, in modo da escludere decisamente l'ipotesi di un'abside. Non poteva dunque trattarsi che di un banco presbiterale ; davanti allo stesso si riscontrarono infatti anche tracce dei muriccioli che servivano a reggere i plutei forse marmorei che recingevano l'altare ed il presbiterio.

Ora i tre elementi accertati : l'orientamento - l'unicità della navata con parete orientale piana - la presenza del gruppo banco presbiterale-altare, ci fanno assegnare la basilica di Bolzano in forma inequivocabile a quel gruppo di chiese paleocristiane, tipologicamente caratterizzato, che \ come abbiamo avuto modo di dimostrare altrove (5) \ è esclusivo dell'area posta sotto l'influenza aquileiese.

Le « absidenlose Saalkirchen », come felicemente le definì Rudolf Eg-ger (6), con iscritto banco presbiterale ed altare anteposto costituiscono infatti un organismo architettonico che già lo stesso Egger aveva ipotizzato come tipico della zona aquileiese, ma che in questi ultimi tempi si è andato arricchendo di nuovi numerosi esemplari del IV e soprattutto del V sec, non solo in Aquileia, Grado e nella Venetia ed Histria (ricordo per tutti quello di Zuglio in Carnia), ma anche nella Pannonia (Kekkut. Savaria), nel Norico ( Hemmaberg, Grazerkogel, Laubendorf, S. Peter im Holz, Kirchbichl v. L., Stribach, Lorch) ed infine nella stessa Raetia (Augsburg, Regensburg, Zillis). Mi piace poi sottolineare come per le misure, le proporzioni, i contrafforti esterni, il banco, l'atrio meridionale, l'orientamento, la chiesa di Bolzano riproduce esattamente la basilica di Zuglio, in Carnia.

La basilica paleocristiana di Bolzano non è dunque che un ulteriore documento di quel linguaggio architettonico chiaro e coerente che, formatosi nell'ambiente aquileiese, si diffuse tra il IV ed il V sec. in tutta la regione alpina nord-orientale fino alle zone danubiane. Documento eloquente non solo dell'attività missionaria aquileiese, ma ancora dei legami culturali ed economici che in quei secoli tenevano unite queste regioni al loro centro metropolitico.

Lungo il corso del secolo V ci sono due fatti fondamentali da rilevare: 1. l'attività missionaria in Alto Adige del Vescovo di Trento Vigilio; 2. le invasioni bavare che costringono le popolazioni reto-romane a rifugiarsi ed a difendersi sulle alture o nelle vallate più remote.

Le frequenti relazioni del Vescovo Vigilio con S. Ambrogio hanno fatto pensare ad alcuni studiosi che allora si allentassero i legami con Aquileia e che quindi anche le consuetudini e le forme architettoniche dei secoli seguenti dovessero presentarsi non più legate alla tradizione aquileiese ma a quella milanese.

A questo proposito va anzitutto osservato che l'influenza preponderante di Milano, in quest'epoca, non solo sulla diocesi di Trento, ma su tutta l'Italia annonaria (compresa Aquileia) fu dovuto esclusivamente alla personalità eccezionale di S. Ambrogio, che polarizzò attorno alla sua cattedra tutto l'occidente, oscurando perfino l'autorità pontificia, favorito in ciò anche dal trasferimento a Milano della residenza imperiale, divenuta definitiva nel 381. Ma tale importanza, già diminuita con la morte di Ambrogio (397), si può dire ormai decaduta sotto l'episcopato di Venerio (401-411). Del resto non si può dimenticare che lo stesso Vigilio fu consacrato dal Vescovo di Aquileia, come si legge negli « Ada Sancii Vigilii » (385), e che comunque, almeno nel 442, il Vescovo di Aquileia risulta già ufficialmente insignito del titolo metropolitico con i diritti relativi su tutta la Venetia et Histria (e quindi anche su Trento) e sulla Raetia II (cui apparteneva l'Alto Adige), come si deduce dalla lettera del Papa S. Leone Magno al Vescovo Januario (7).

Le indagini archeologiche compiute in quest'ultimo decennio nella Val di Non (8), l'antica Anaunia, che rappresentò la naturale via di penetrazione anche religiosa da Trento verso la conca di Bolzano e di Merano, evitando la valle dell'Adige, spesso impraticabile a causa delle inondazioni stagionali, non hanno offerto, a mio avviso, gravi argomenti che provino una frattura decisiva dei precedenti rapporti religioso-culturali con Aquileia in favore di Milano.

La rilevazione parziale delle più antiche strutture del Santuario di Sanzeno ci ha dato un sacello quadrilatero, databile circa al V sec. ; ma di cui non si è potuto individuare il disegno planimetrico generale. L'esame accurato dell'attuale chiesa di S. Bartolomeo, che sorge non lontano da Romeno, sul luogo dell'antica Civitas Anagna, ha accertato che le sue strutture del sec. XII insistono ,su murature precedenti che potrebbero risalire al sec. V ; ma il rapporto fra l'abside attuale a ferro di cavallo ed il primitivo impianto, non è sicuramente provato, mentre l'altare a mensa rettangolare con bordi rialzati e unico sostegno mediano trova chiare corrispondenze negli altari paleocristiani aquileiesi. Infine il più antico periodo costruttivo del Santuario di S. Romedio, costruito sulla sommità del dosso omonimo, che pure si può datare al V sec, presenta una pianta quadrangolare analoga a quella di Sanzeno ma molto più irregolare perchè condizionata da espresse esigenze statiche.

Come si vede, con simili documenti è difficile tirare delle conclusioni troppo impegnative. Semmai il persistere delle soluzioni quadrangolari sarebbe un indizio in favore delle* derivazioni aquileiesi. Ma in questo secolo ormai il linguaggio architettonico non è più chiaro ed immediato, ma va assumendo, soprattutto nelle zone periferiche, un tono confuso e slegato, riflesso delle mutate condizioni politiche e sociali, della concitazione e dell' angosciosa instabilità in cui caddero le popolazioni sotto l'incalzare degli avvenimenti.

Altrettanto si può dire delle chiese dei castra o Fliehburgen o castelli di rifugio che tra il V ed il VI sec. sorsero in diverse località della regione altoatesina, sulle alture, ove ripararono le popolazioni minacciate dalle continue scorrerie, costituendo gli ultimi centri di resistenza della civiltà reto-romana contro la penetrazione bavara.

Tra le località che sicuramente furono sede di castelli tardo-antichi ricordiamo quelle di Castelfeder fra Ora ed Egna, di Altenburg (Castelvetere) sopra Caldaro, di Predonico sopra Appiano, di Virgolo presso Bolzano, di Säben.

Purtroppo, se escludiamo Säben, neppure questi antichi nuclei urbani furono oggetto di ricerche organiche. Il meglio conservato è il castello di Predonico che ci mostra ancora lunghi tratti delle mura di difesa molto solide e rafforzate all'esterno con contrafforti a pianta triangolare. All'interno del recinto furono individuate le costruzioni che servivano insieme di abitazione e di caposaldo di difesa ; sul luogo più elevato furono trovate le rovine molto malconcie dell'antica chiesa di San Vigilio, a semplice pianta quadrilatera.

Tutto l'impianto urbanistico del castrum richiama fedelmente i castelli contemporanei delle Alpi orientali, da Zuglio a Duel ad Hemmaberg, sui quali siamo ben informati, non solo archeologicamente, ma anche attraverso una preziosa fonte dell'inizio del secolo VI, la « Vita Sancti Severini » del monaco Eugippio (9), Da essa sappiamo che ogni villaggio fortificato aveva le sue mura, le cui porte erano attentamente vigilate di giorno e di notte dai «custodes». Dentro le mura si svolgeva tutta la vita cittadina, le attività, i mercati. Le costruzioni erano parte in muratura, parte in legno e paglia ; qualche castello di maggior importanza aveva anche edifici pubblici più vistosi, torri, terme, ecc.

Ogni castello aveva nella sua parte più elevata una «ecclesia» o «basilica», come indifferentemente viene chiamata. Eugippio non c'informa sulle caratteristiche costruttive di queste chiese, ma, a quanto possiamo dedurre da alcuni accenni, sappiamo che esse, oltre all'aula destinata alla liturgia, avevano degli ambienti annessi necessari al culto, alla catechesi ed alle opere di carità ; che non tutte erano costruite in muratura ; di una di esse si legge che aveva per pavimento un assito di tavole connesse e che «defixis in altium stipitibus sustentabatur et furculis ». Tutto ciò fa pensare a strutture molto rudimentali e che, \ come hanno confermato gli scavi \ obbedendo ad immediate esigenze ambientali e funzionali, si articolavano con spregiudicata libertà di soluzioni, per cui il discorso delle derivazioni e dei rapporti stilistici si fa estremamente incerto.

Tra le chiese dei castelli alto-atesini sopra ricordati, l'unica di cui conosciamo la pianta originaria è finora quella di S. Pietro di Altenburg (fig. 2). E" una piccola aula cultuale, posta sulla sommità del colle, con l'abside volta ad oriente. La struttura muraria è formata da corsi orizzontali molto irregolari di brecce, cementale con molta malta. Come già avvertì lo Hanimer in un suo prezioso studio (10), la chiesa aveva una unica navata, fiancheggiata da una sorta di corridoi laterali ed era coperta da un unico tetto a doppio spiovente ; non aveva quindi tre navate come una errata lettura della pianta aveva fatto supporre. Lo stesso Hammer, datando questo edificio al sec. V, mise nel giusto rilievo le forti analogie che esso presenta con la chiesa di S. Peter im Holz e soprattutto con quella del castello di Duel, sempre nella Drautal, tanto che rassegnazione dei due manufatti alla medesima corrente culturale appare più che giustificata.

Ma soltanto il castello di Säben fu oggetto di ricerche e scavi metodici già prima della seconda guerra mondiale. Del resto la preferenza è più che legittima, data l'importanza unica che la località riveste nella regione. Il toponimo Säben infatti non è che la lezione moderna dell' antica Sabiona

Fig. 2 - Altenburg (Caldaro). Chiesa di S. Pietro del V sec.

cioè dell'antico castrum noto alle fonti del sec. VI come sede dell'«episcopus sanctae ecclesiae secundae Raetiae ». Precedentemente si era ritirata sul dosso di Sabiona la popolazione della stazione romana si Sublavione; poi, forse verso la metà del sec. VI, vi si rifugiò il Vescovo di Augusta stabilendovi la sua nuova sede. C'è chi pensa che il primo Vescovo fosse proprio quel Marcianus che è sepolto nella protesi della basilica di S. Eufemia a Grado. Il Vescovo della Raetia risiedette a Sabiona per circa quattro secoli, fino al sec. X, quando in un anno imprecisato la sede fu traslata a Bressanone, che ne è l'erede legittima e diretta (11).

Gli scavi hanno messo in luce a Säben due basiliche paleocristiane. La prima (fig. 3) fu scavata nel 1929-30 da Adrian Egger e si trova sul fianco occidentale del monte, in parte ancora ricoperta dalla chiesa posteriore dedicata alla Vergine (12). La pianta è costituita da un'unica navata rettangolare, concludentesi verso oriente con un'abside di raggio uguale alla larghezza della nave. Il presbiterio è fiancheggiato da due piccole cappelle absidate, ornate all'ingresso da colonne e capitelli di fattura romana. All'interno dell'abside centrale, di cui si è trovato parte del pavimento, correva concentrico il semicerchio del banco presbiterale. Ritroviamo quindi qui ancora, dopo oltre un secolo, l'organismo tipicamente aquileiese già ritrovato nella basilica di Bolzano. Inoltre la pianta richiama nelle sue cappelline laterali la basilica di S. Peter im Holz, mentre la soluzione presbiteriale trova paralleli esatti nelle chiese di Duel e di Hoisehhügel, presso Tarvisio, tutte due nel Norico e del V sec. Anche la chiesa di S. Stefano di Coira, del 500 circa, presenta simili caratteristiche.

Con questi esempi la tesi che afferma la continuità dei rapporti fra le nostre due regioni nel V sec, viene ancora una volta validamente suffragata.

La seconda basilica paleocristiana di Sabiona venne individuata sulla vetta del monte, sotto l'attuale chiesa della Santa Croce (13) (fig. 4). Questo edificio ha subito attraversato i secoli molti e gravi rimaneggiamenti ; l'esame delle strutture ha tuttavia chiarito che due terzi dei suoi muri perimetrali appartengono all'edifìcio primitivo. Ne risulta così un'aula rettangolare a tre navate, la mediana sopraelevata in alzato, terminanti verso oriente con tre absidi poligonali, la centrale di raggio maggiore. Questo sarebbe quindi il primo esempio sul suolo retico di quello stile basilicale di modulo tradizionale, che venne diffondendosi nel VI sec. un po' in tutto l'occidente.

In questa chiesa dunque pontificarono i primi Vescovi di Sabiona, quei presuli che sul finire del VI sec. vediamo così saldamente uniti al loro Metropolita d'Aquileia da sostenerlo tra i primi nelle dure lotte dello scisma dei Tre Capitoli, quel Marcianus che è presente al Concilio di Grado indetto da Elia nel 579, quel Ingenuinus che partecipa al Concilio di Marano indetto dal Patriarca Severo nel 590 e che l'anno seguente sottoscrive la lettera  di protesta inviata dal Patriarca, assieme a tutti i suoi suffraganei all'imperatore Maurizio (14).

Neppure l'invasione longobarda del 568, aveva dunque portato notevoli variazioni nella stabilità dei tradizionali rapporti fra la Rezia ed il Friuli. In questo caso archeologia e fonti scritte si integrano e si illuminano a vicenda.

* * *

Dopo questi fatti però le fonti per circa quattro secoli non riferiscono più altre relazioni fra le chiese della Rezia ed Aquileia, mentre sappiamo che forse nel 798, la diocesi di Sabiona fu sottoposta al Vescovo di Salisburgo. Bisogna infatti arrivare al 1031, quando il Vescovo Voldorico, ormai di Bressanone, è presente alla solenne consacrazione della nuova basilica di Aquileia, riedificata dal Patriarca Poppo ; il suo nome sta ancora dipinto nell'iscrizione commemorativa che corre sul piedritto del catino absidale della basilica (15).

Se le fonti tacciono, l'indagine archeologica può forse trovare ancora tra i secoli VIII e IX qualche elemento rivelatore.

Ci sono in Val Venosta due chiosine che risalgono a quell'epoca e che conservano anche le più antiche manifestazioni d'arte figurativa medioevale in Alto Adige : mi riferisco a S. Procolo di Naturno e a S. Benedetto di Malles (16).

La prima di pianta quasi quadrata, absidata, con murature di bella struttura formata da pietre squadrate, disposte a strati regolari e diligentemente fugate, si può agevolmente datare all' VIII sec. soprattutto in grazia dei resti di affresco. Le parentele con le miniature dell'epoca merovingica ed in particolare con le miniature dei codici della scuola di San Gallo non lasciano dubbi in proposito.

La chiesa di S. Benedetto a Malles presenta pure una pianta quadrangolare, ma concludentesi a oriente con tre strette nicchie a fondo piano per gli altaroli, ricoperte da volta a botte oltrepassata. Le tre nicchie erano all'origine riccamente decorate con marmi lavorati, freschi e stucchi ; i motivi decorativi si articolavano nel tipico gioco delle trecce, delle rosette, delle penne uncinate, delle foglie gigliate, ecc. largamente noto come caratteristico dell'arte longobarda e carolingia. I frammenti apparsi durante i restauri hanno permesso al Garber e più recentemente al Rasmo (17) di ricostruire il complesso con notevole sicurezza, per cui la datazione alla prima metà del sec. IX pare sicura.

Un breve esame di questi due monumenti ci permette ancora qualche utile osservazione per il nostro assunto.

E' già stato autorevolmente osservato come sia le pitture delle due chiese, sia gli stucchi e le sculture di Malles presentano in epoca carolingia un preciso carattere conservatore (18), che perpetua forme dovute alla cerchia degli ambienti artistici longobardi più raffinati. Ed allora ancora una volta, quasi spontaneamente, il pensiero corre verso il Friuli, a Cividale, il centro di quella rinascita culturale ed artistica che i Longobardi, dopo la loro conversione al cattolicesimo (603) e la sventura dell'invasione avara e slava (610), seppero sviluppare in Italia tra il VI e l' VIII secolo.

Sono molte le minute corrispondenze che potremmo riferire, ma preferiamo ancora affidarci alle testimonianze archeologiche. Abbiamo già descritto la singolare terminazione tripartita del presbiterio di S. Benedetto a Malles. Ora va osservato che questa è una soluzione architettonica che si riproduce in diverse costruzioni sacre dell' VIII-X sec. delle regioni contermini dell'ambiente alpino, sì da far pensare seriamente a rispettive interdipendenze. In Val di Non ricordiamo la chiesa di Morter e quella di S. Biagio in Comune di Romallo ; nella diocesi di Coira S. Giovanni di Müstair e l'antica chiesa di S. Maria Gada a Disentis (19). Tutte fabbriche che evidentemente riecheggiano una tradizione maturata nell' VIII sec. in ambiente longobardo più colto.

In quest'ordine d'idee quell'eccezionale monumento cividalese che è il cosiddetto Tempietto Longobardo viene ad essere il naturale capostipite delle chiese retiche tutte posteriori. Gli studiosi più aggiornati sono infatti ormai concordi nel datare all' VIII sec. il tempietto cividalese. Come le chiese sopra ricordate, anch'esso è caratterizzato dall'aula quadrata, su un lato della quale si aprono tre archi bardellonati a tutto sesto, sostenuti da colonne e prolungati sull'intradosso con tre volte a botte che trasformano lo spazio presbiteriale in tre navatelle o presbiteroli a fondo piano. Se poi volessimo allargare l'analisi comparativa alla decorazione a stucco ed agli affreschi, allora le consonanze stilistiche tra Cividale e Malles sarebbero ancora puntualissime.

Ma a questo punto, giunti cioè a quell'epoca carolingia che inaugura un nuovo corso di rapporti fra le tre aree ladine, il nostro discorso si riallaccia a quello pronunciato dal prof. Leicht al 11" Convegno di Studi Ladini e da cui siamo partiti all'inizio di queste note.

Così, seguendo la voce sottile ma suadente dei monumenti, abbiamo potuto integrare l'indagine sulle relazioni fra i nostri tre popoli estendendola all' epoca che va dal IV all' VIII secolo e che abbiamo definito critica per la questione dell'unità linguistica ladina. L'analisi archeologica conferma le ipotesi formulate dallo studioso friulano, confortando validamente \ a nostro avviso \ la tesi che vede affermarsi in quell'epoca sui tre territori una comune tradizione culturale, presupposte necessario per una comune evoluzione della lingua.

In altre parole, quei tre popoli che nel IX sec. ormai parlavano una medesima lingua, non s'incontravano per la prima volta, ma semplicemente proseguivano il già lungo cammino percorso insieme, continuavano a vivere quel comune destino che già li teneva uniti da secoli.

 

NOTE

N. B. \ Le piante che pubblichiamo sono state disegnate dall'Arch. Claudio Pillinini e sono desunte dagli studi di N. Rasino e H. Hammer citati nelle note.

(1) P. S. Leicht. Relazioni storiche fra i paesi ladini nel Medio Evo in «Ce fastu?», 31 (1955), pp. 1-14.

(2) N. Rasmo, Costruzioni dell'Alto Medioevo in Anaunia. in « Beiträge zur Kunstge-schichte und Archäologie des Frühmittelalters », Graz - Kőln, 1962, p. 197. Rimandiamo a questo ottimo studio per molte delle notizie generali riguardanti la situazione attuale delle ricerche archeologiche sull'Alto Medioevo in Alto Adige.

(3) Si veda per Aquileia e Grado: G. Brusin - P. L. Zovatto, Monumenti paleocristiani di Aquileia e Grado, Udine, 1957 e per il Norico : G. C. Menis. La basilica paleocristiana nelle diocesi settentrionali della Metropoli d'Aquileia^ Città del Vaticano, 1958.

(4) N. Rasmo, La basilica paleocristiana di Bolzano, in « Cultura Atesina », 11 (1957), pp. 7-20.

(5) G. C. Menis, La basilica paleocristiana, cit, pp. 195-215.

(6) R. Egger, Frühchristliche Kirchenbauten im südlichen Norikum, Wien, 1916, pp. 110-123.

(7) Cfr. l'utile sintesi della maturazione storiografica relativa a questo problema di A. Villotta Rossi, Considerazioni intorno alla formazione dei diritti metropolitici ed all'attribuzione del titolo patriarcale della chiesa di Aquileia, in « Memorie Storiche Forogiuliesi », 43 (1958-59), pp. 61-143.

(8) N. Rasmo, Costruzioni dell9Alto Medioevo, cit.

(9) Cfr. Eugippius, Das Leben des hl. Severin... Ubersetzung und Anhang von R. Noll, Linz a. D.. 1947.

(10) H. Hammer, Die ältesten Kirchenbauten Tiìols, Stuttgart, 1935, p. 225. A questo studio abbiamo dovuto ricorrere per molte delle informazioni che seguono, essendo a l'unica trattazione sistematica sull'argomento » precedente alle ricerche del Rasmo.

(11) Cfr. J. Sydow, Aquileia e Raetia Secunda. Appunti e suggerimenti, in «Aquileia Nostra», 28 (1957), pp. 73-90.

(12) H. Hammer, Die ältesten Kirchenhauten, cit., pp. 221-223; R. Egger, Die Kirchen in Sabiona. Säben und Maria Saal, in «Frühmittelalterliche Kunst in den Alpenländem», Olten - Lousanne, 1954, pp. 24-29.

(13) H. Hammer, Die ältesten Kirchenbauten, cit., pp. 227 s.

(14) Si veda ancora: A. Villotta Rossi, Considerazioni, cit. passim.

(15) Cfr. G. Vale, Aquileia e Bressanone, in « Archivio Veneto », 26 (1940), pp. 186 ss.

(16) Cfr. oltre ad H. Hammer, Die ältesten Kirchenbauten, cit., pp. 228-230, anche N. Rasmo, Note preliminari su S. Benedetto di Malles, in « Atti dell'VIII congresso intern. di studi sull'arte dell'Alto Medioevo », Milano, 1962, pp. 86-110.

(17) J. Garber, Die karolingische St. Benediktkirche in Mals, Innsbruck, 1945, N. Rasmo, Note preliminari, cit.

(18) N. Rasmo, Mittelalterliche Kunst Südtirols, Bozen, 1949, p. 7.

(19) Cfr. S. Degani, L'Altomedioevo, Milano, 1958, pp. 174-189.