"L'an dai todescs" a Buja ( 29 ottobre 1917 - 5 novembre 1918 ) di Gemma Minisini Monassi | |
Pioveva a dirotto la sera del 29 ottobre 1917 quando, verso le 20, le prime truppe austro-tedesche fecero il loro ingresso a Buja. Il paese, in preda al terrore, era completamente buio e deserto, nessuno era andato incontro ai nuovi venuti, non il Commissario Regio cav. Giuseppe Concordi, che aveva abbandonato il suo incarico appena giunta la notizia della disfatta di Caporetto, non il segretario comunale Venturini, probabilmente anche lui già al sicuro in qualche angolo del Regno, non un rappresentante del Consiglio Comunale sciolto da tempo... Infatti, quando ci si era resi conto che la rotta aveva assunto gli aspetti terrificanti di una fuga, che i nostri soldati sembravano travolti da una tragedia incontrollabile, la popolazione del Friuli, abbandonata a se stessa, in preda al panico, aveva lasciato in massa le proprie case per cercare rifugio in zone non occupate dal nemico. Da Buja erano partiti profughi circa 400 abitanti, (1) molti, con i carri pieni di donne e di bambini, di fagotti e di masserizie, avevano preso la strada che portava al ponte di Pinzano, sul Tagliamento in quei giorni in piena. Sulla carreggiata “a rigore dovevano avere la precedenza soldati, cannoni, carriaggi militari, ma vi si mescolava anche la gente comune dopo aver abbandonato ogni cosa al di qua... E lì, tutti a premere alla disperata, a infilarsi come in un imbuto. E lì, a perdersi, perché un familiare passava ed uno era respinto dalla folla. Qualcuno precipitava nelle acque e alla fine qualcuno saltò in aria con il ponte”. (2) Eppure quei soldati che si stavano ritirando oltre il fiume, fradici d'acqua, con le facce stravolte dalla stanchezza e dalla fame, con le divise lacere e stracciate, in prima linea, a tu per tu con il nemico, avevano fornito splendidi esempi di fermezza e di coraggio, in mezzo al fango delle trincee per due anni avevano obbedito agli ordini senza mai dar voce ai dubbi... Le truppe che avevano occupato Buja, invece, non trovavano niente di meglio da fare che saccheggiare le case... chi trascinava a forza un maiale lungo la strada, chi sollevava sulle spalle un sacco di farina gialla appena rubato, chi invitava i commilitoni a brindare con il vino spillato nelle nostre cantine... Ed ancora: “Raccontano che a Buja soldati sono andati addosso a donne a strappar loro anelli e orecchini. Al parroco di Madonna han tolte 28 galline”. (3) Poiché in paese non c’era più alcun amministratore comunale ed il Comando Militare non si decideva ad assumere le proprie funzioni amministrative, su iniziativa dell’Arciprete Mons. Giuseppe Bulfoni, alle ore 9 di mattina del giorno 7 novembre, tutti i capifamiglia del Comune furono invitati nella Casa Canonica “per discutere e deliberare il miglior modo onde far funzionare i servizi di ordine e sicurezza pubblica, privata; servizi totalmente cessati per mancanza di autorità civili e militari”. (4) Mentre si stavano dibattendo i vari problemi e l’assemblea era particolarmente animata, accompagnato dal maestro Gio Batta Piemonte, arrivò il signor Luigi Canciani di Mels, (5) Sindaco di Colloredo di Monte Albano, per esporre ai presenti ciò che egli aveva già fatto nel suo Comune “onde evitare specialmente furti e vandalismi, lo immiserimento della popolazione, i furti e la distruzione dei beni dei profughi, il ristabilimento insomma di un po' di ordine enormemente sconvolto da oltre una settimana.” (6) Propose di nominare immediatamente un Commissario straordinario con pieni poteri, “il quale sieda in permanenza in Municipio, per la salute pubblica - assistito da un segretario, da due interpreti, e da quel numero di impiegati che crederà necessario... e sia persona di piena e generale stima e fiducia.” (7) Vennero subito fatti i nomi di due ex amministratori del Comune, i signori Enrico Minisini e Giovanni Ursella. Ma “il signor Enrico Minisini, senza indugio, per propria convinzione ed anche interpretando il pensiero unanime dei presenti capi famiglia, propone all'Assemblea che venga nominato Commissario il signor Luigi Canciani, come persona la più adatta e meritevole... Alla proposta del Sig. E. Minisini tutta l’Assemblea applaudì e nominò ad unanimità il signor Luigi Canciani Sindaco di Colloredo e Commissario straordinario pel Comune di Buja”. (8) Il maestro Gio Batta Piemonte fu nominato segretario ed i signori Luigi Baldassi ed Augusto Tondolo ottennero l’incarico di interpreti. Il primo atto ufficiale del nuovo Commissario, o “Bűrgermeister” come lo chiamavano gli invasori, fu quello di invitare gli abitanti delle tre principali frazioni, Santo Stefano, Avilla e Madonna, a scegliere cinque rappresentanti ciascuna. I prescelti, nell’adunanza del giorno 11 novembre, “accettarono di coadiuvare il Commissario nella gestione della pubblica cosa”. (9) Il 15 novembre, invece, vennero nominate tre nuove guardie: Domenico Molinaro, Angelo Calligaro e Valentino Ganzitti, che si aggiunsero alle guardie giurate già in servizio: Gaiotti e Persello. (10) La profonda crisi occupazionale che da anni Buja viveva, però, era il problema più grosso che la nuova Amministrazione Comunale doveva cercare di risolvere. La vita, già difficile per tutti, era diventata ancora più dura da quando, alle prime avvisaglie di guerra, i nostri emigranti avevano dovuto raccogliere i loro quattro stracci e rientrare in Patria. Fornaciai, muratori, sterratori, scalpellini, uomini consumati da anni di stenti e di fatica, erano stati costretti a lasciare in fretta e furia il loro posto di lavoro negli Stati degli Imperi Centrali e riprendere la strada di casa, a volte senza neppure un soldo in tasca. A Buja avevano ricominciato a vivere nella miseria e nella rabbia, contro un destino di fame e di privazioni. Per impegnare manodopera locale e sedare proteste e disordini, già dal 1914, grazie ad alcuni mutui e a qualche prestito ottenuto dalla Banca Popolare, il Comune aveva iniziato una serie di lavori di riatto della rete viaria che collegava le varie frazioni, soprattutto erano stati approvati i progetti delle strade verso Gemona e verso Tarcento, per una spesa complessiva di oltre 70.000 lire. I lavori della “Buja –Tarcento” (11) iniziati nel gennaio del 1915, da due anni erano sospesi. Ora il Commissario voleva che il cantiere venisse riaperto e che si completasse il primo tronco di strada, dal piazzale del Tabeacco fino a Zegliacco. Poiché il bilancio preventivo per l’anno 1918 registrava una “deficienza” di lire 30.266,67, nella seduta del 15 dicembre, il Commissario propose “di creare un prestito per mezzo di buoni speciali di valuta nominale convenzionale per l’importo di lire 50.000; buoni convertibili in moneta nazionale entro sei mesi dalla conclusione della pace; con impegno da parte del Comune di garantirne la conversione e il pagamento entro il termine fissato”. (12) L’idea del signor Canciani fu approvata all'unanimità dal Consiglio Comunale ed anche dal Comando Germanico. I “buoni di cassa”, dovevano servire soprattutto “per non lasciare emigrare il denaro”, ma anche per pagare gli operai occupati nei lavori stradali, in particolare quelli impiegati nella “Buja –Tarcento” e per compensare la popolazione soggetta a continue requisizioni. Fu affidato alla tipografia Tabacco, di San Daniele del Friuli, l’incarico di stamparli su carta color crema in tagli da £ 5, £ 1, cent. 50, cent. 20, ma, invece di eseguire la stampa per l’importo di lire 50.000 come era stato deliberato, la tiratura aumentò a lire 100.000. (13) I “buoni”, emessi nel gennaio del 1918 e numerati uno per uno, per essere validi dovevano portare sul rovescio la firma autografa del commissario Luigi Canciani, quella del cassiere Giuseppe Piemonte ed il timbro del Comune. Ma, a seguito dell’arresto del Commissario, avvenuto a Colloredo di Monte Albano il 19 febbraio 1918 (14), l’Amministrazione Comunale di Buja con il nuovo Sindaco, signor Enrico Minisini, dispose il graduale ritiro dei “buoni” già posti in circolazione per il valore complessivo di £ 18.400 . Per evitare nuove tasse e per poter far fronte “alle passività, fu disposta la vendita dei generi annonari con lieve guadagno.” (15) Mentre l’Amministrazione Comunale cercava di aiutare come meglio poteva la popolazione rimasta, le Autorità austro - ungariche avevano introdotto le leggi di guerra, vessando il paese con soprusi e continue perquisizioni nelle case. Cominciarono a fioccare “Befehle”, ordini, proclami e minacce... Ecco la testimonianza del consigliere comunale Mattia Monassi: (16) “21-9-918 Oggi alle ore 4 il Maresciallo comandante La gendarmeria, e un suo dipendente, si recarono nel mollino cozutti, e sequestrarono 40 sachetti di biava e formento, apartenenti alla povera gente privi del tutto del vitto, ai sudetti, con di più l'ordine di chiusura del sudetto mollino... 10-10-918 Continua il taglio e la devastazione delle legna. Pioppi grossi, e di piccoli pali di viti, e di tutte le qualità, e continuazione la distruzione del grano turco. 12-10-918 Continua la devastazione del grano per la campagna in generale. Sempre peggio. Continuano varie batuglie per le case col pretesto di requisire cose di lana e prendono tutto quello che le pare ortaggi e altri vari oggetti. 15-10-918 per le ore 3 pom. Ordine di convocazione del consiglio straordinario, urgentissimo per provvedere alla requisizione di N° 70 vacche per dover consegnare il giorno 17 al comando di Gemona Casa Pittini. 17-10-918 alle ore 4 pom. giunse di nuovo la desolante notizia dal Comando di Gemona che pel giorno 19 devono presentarsi in S. Stefano 200 armente di tiro, 100 carri ecc. ecc. e che verrà consegnato il solito rispettivo buono. Come il solito …… buono come tutti gli altri . Perché le persone più indigenti del paese potessero raccogliere gratuitamente un po’ di verdura, il Comune aveva anche fatto coltivare un orto annesso alla Casa di ricovero, “ma le truppe nemiche se lo fecero proprio e di nulla potevano giovarsi i poveri.” (17). Il 29 luglio “Sono state gettate dalla loro torre anche le campane della pieve di S. Lorenzo” (18), la stessa sorte era già toccata a quelle di tutte le altre chiese di Buja, unica eccezione la campanella di San Giuseppe di Ursinins Piccolo, nascosta in Andreuzza, in un campo della famiglia Monassi. La vita a Buja dipendeva totalmente dal K.u.K. Distriktskommando di Gemona. Se le autorità militari non davano il permesso, non si poteva neppure circolare da una frazione all’altra, se si doveva uscire dal paese lo si poteva fare solo con regolare lasciapassare rilasciato dal Comando, previo versamento di £ 1. Durante i primi mesi di occupazione, in Friuli era stato sospeso anche il servizio postale civile. Solo dopo il 25 aprile 1918 furono istituiti degli “Uffici postali di 1ª classe”, dove tutta la corrispondenza del Distretto passava al vaglio della censura. Così le lettere e le cartoline scritte dalla popolazione di Buja, prima di iniziare il loro viaggio, dovevano essere portate aperte presso l’Ufficio Postale di Tappa di Gemona, dove venivano controllate e timbrate con un annullo speciale. Ma, dopo l'eroica pagina scritta dai “ragazzi del ’99” sulla linea del Piave, le truppe austro - ungariche furono costrette a ripiegare. Quando il 5 novembre i primi soldati italiani fecero la loro comparsa sulla strada di Tonzolano, un gruppo festante di Bujesi, guidato da Mattia Monassi Tove, andò ad accoglierli sventolando un grande tricolore ornato da un nastro azzurro su cui ancora si può leggere: “Incontro ai liberatori - brigata Como - Buja V - XI – MCMXVIII”. “Prego la S. V. riferire con cortese sollecitudine quale fu la causa e l’indole della emissione dei “buoni di cassa” da parte del Comune di Buja durante l’invasione nemica, se il Comune abbia risentito danno e quale dalla emissione e se coloro che effettuarono l’emissione e misero in circolazione i buoni abbiano conseguito qualche lucro. In quest’ultimo caso vorrà indicare le persone che trassero vantaggio”. Al Pretore di Gemona doveva stare particolarmente a cuore il problema se, non avendo ricevuto risposta, dopo quindici giorni prese nuovamente in mano la penna e scrisse: “Prego rispondere alla mia nota del 1-5-919 avente per oggetto informazioni sui buoni di cassa emessi da codesto Comune ed altro”. Ecco la risposta del Commissario Prefettizio di Buja: L’emissione dei buoni di cassa municipali venne deliberata nella 6a seduta del Consiglio Com.le 15-12-1917, e mi consta essere stata approvata dal Comando Germanico con sua ordinanza e doveva esser di L. 50.000 convertibili in moneta nazionale 6 mesi dopo la pace, garantite dal Comune e doveva servire per non lasciar emigrare il denaro di allora e per dar lavoro agli operai e pagare le requisizioni comunali. Di tali buoni di diverso taglio si limitò l’emissione a L. 18.400, che gradualmente furono tutti ritirati. Non si hanno elementi per giudicare se la suddetta operazione abbia giovato a qualcuno nè se un danno ne sia avvenuto al Comune: personalmente credo che un danno indiretto ne sia derivato al Comune perché tutti rifuggivano dall’accettare i buoni del Municipio, mentre se le requisizioni fossero state fatte pagando con danaro della Cassa Veneta, (17) essendo moneta corrente e l’accettazione obbligatoria, molti fornitori sarebbero stati tacitati”.
NOTE 1) Oltre al Commissario Regio cav. Giuseppe Concordi ed al segretario comunale Venturini, avevano lasciato in gran fretta Buja anche don Ugo Masotti, i medici del Comune Venchiarutti dott. Domenico e Ferrari dott. Giuseppe, le ostetriche Pasqua Pellegrini e Domenica Felice. Avevano, invece, scelto di rimanere, l'Arciprete Mons. Giuseppe Bulfoni ed i titolari delle singole parrocchie e cappellanie del Comune, il farmacista Luigi Marangoni (che tenne aperta la farmacia fino alla metà di aprile del 1918 quando fu costretto a chiuderla per mancanza di medicinali) e l'ostetrica Luigia Gallina. Il ponte venne fatto saltare alle ore 11.25 del giorno 1° novembre 1917. Un boato e l'intera esile arcata non c'era più! Pochi minuti prima dello scoppio delle mine, su quel ponte, c'era anche mia mamma, in lacrime perché nella calca aveva perso i suoi... solo dopo un bel tratto di strada ha potuto riabbracciare uno zio che la stava cercando. Aveva nove anni. Di diverso avviso lo storico Giuseppe del Bianco, secondo il quale “il Canciani un anno dopo, alla liberazione, destituito dalla carica di Sindaco (di Colloredo), fu denunziato alla autorità giudiziaria, e per qualche giorno soffrì anche il carcere, tanta era l’avversione verso coloro i quali, sia pure a fin di bene, avevano dimostrato acquiescenza versi i tedeschi”. – (da “La guerra in Friuli - Caporetto“, Del Bianco Editore, Udine 1958, pp 207-208). Ancora più duro il giudizio espresso su di lui dal tenente Quaranta, dell’Ufficio Informazioni del Comando dell’8a Armata. - Infatti nelle:“Note sul comportamento della popolazione di Buja durante il periodo dell’invasione nemica“ (redatte a Codroipo il 20 dicembre 1918) l’Ufficiale mette il Canciani al primo posto tra i “parecchi che si dimenticarono di essere italiani e non esitarono a mettersi al servizio del nemico per aiutarlo a depredare la popolazione”. La gara d'appalto fu vinta dall'impresario bujese Domenico Piemonte. Il primo tronco di strada, iniziato nel 1915, venne completato nel 1918. Nel blocchetto N. 01, ad esempio, la dicitura “BUONO DA VENTI CENT” fu stampata su un’unica riga, mentre nel blocco N. 06, la scritta venne posta su due righe diverse.- In alto “BUONO DA“ sotto “VENTI CENT”. Febbraio... Raccontasi che è stato arrestato il Bűrgermeister di Buja signor Luigi Canciani, e sospettasi che la ragion di ciò possa essere l'energia colla quale egli procurava di difendere il suo popolo dai rigori del comando. Dicesi che, all'annunzio che la razion di farina di granoturco viene ridotta a 200 grammi al dì, quei di Buja han detto che, se non viene aumentata tal misura, quando non ne potranno più andranno tutti in massa al fronte e, se loro permetteranno, passeranno in Italia; se non permetteranno di passare, andranno tuttavia innanzi e morranno di palle alla presta dacchè vogliono farli morir di farne. Forse l'aver riferito questo sentimento del popolo ha irritato quel comandante, il quale l'ha fatto condurre nelle carceri di San Daniele". Il commissario Canciani, ricevette dal Comune di Buja un'indenità di £ 120 mensili. (dal novembre 1917 al gennaio 1918). Su questo argomento si veda anche "L'an dai mucs" nel diario di Franceschina Tissino Tove, a cura di Andreina Nicoloso Ciceri, in "Buje pore nuje!", Giornale di Brescia 1988, pp 9-10. Per coltivare l'orto nell'anno 1918, il Comune di Buja spese £ 626,15. Questi “buoni” erano stati emessi dall'Armata austriaca in Italia, con l'evidente scopo di diminuire la circolazione di marchi e corone e frenare così in Austria il continuo aumento dei prezzi dovuto alla guerra. L'emissione, datata 3 gennaio 1918, entrò in circolazione solo nel maggio-giugno dello stesso anno. Era costituita da tagli di Centesimi 5,10,50 e Lire 1,2,10,100,1000. Grazie ai “buoni” della "Cassa Veneta dei Prestiti", gli occupanti potevano assicurarsi beni di consumo e vettovaglie di ogni genere, a danno della popolazione del Friuli che era costretta ad accettarli. Sul "recto" dei biglietti, infatti, era stampato: "I buoni di cassa devono essere accettati da chiunque per l'intero loro valore nominale". I buoni si cambiavano a 95 corone austriache per ogni 100 lire italiane. Alla fine delle ostilità il nostro Tesoro incassò “buoni” per circa 106 milioni di lire Venete al cambio prima di cent.40, poi di cent. 60 per corona. |