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I Caduti Bujesi 

nella Grande Guerra 1915-1918

di Pietro Menis

 

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Tratto da “LA PATRIA DEL FRIULI - Sabato 12 Novembre 1927 - Anno VI”

A conclusione delle iniziative commemorative della prima guerra mondiale (90° anniversario della ritirata di Caporetto nel 2007 e 90° della Vittoria nel 2008) gli Alpini di Buja ripropongono la lettura di un testo di Pietro Menis con il quale “La Patria del Friuli” del 12 novembre 1927 recensiva la pubblicazione del libro “Caduti sul campo della gloria nella guerra 1915-18”, opera del capitano degli Alpini in congedo Nino Ermanno Barnaba.

 

I Libri di Buia. – Vol.

Queste parole che si leggono sulla copertina simbolica a colori, disegnata da M. Melis suonano bella promessa di altri volumi intorno a Buia ed ai forti cittadini ond’essa si onora. Questo primo volume ci presenta, «I Caduti sul Campo della Gloria nella grande guerra 1915-1918»: s’intende i Caduti appartenenti al Comune di Buia. Li presenta nella loro fisionomia, dandoci di quasi tutti, in una serie di medaglioni uniformi in fototipia il ritratto; li presenta con brevi cenni ricordanti la loro morte gloriosa, per taluni non potuta nemmeno accertare cosí che il loro nome figura nella lista dei dispersi. Dopo nove e più anni dalla fine della guerra, purtroppo non è da sperare che nuova luce venga sulla loro fine e meno ancora che riappaiono fra i sopravvissuti. Il libro fu elaborato dal cav. Nino Ermanno Barnaba, già capitano degli Alpini in congedo, podestà ora della sua Terra natale. Porta come epigrafe questo motto: «Per la Patria e per il Re»; ed è fregiato con la riproduzione dell’ara dedicata in Roma, sul grandioso Monumento al Padre della Patria, al Milite ignoto; e della motivazione con la quale fu al medesimo assegnata la medaglia d’oro comprendendo nell’augusta sua anonimia l’Esercito intero: «Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senza altro premio sperare che nella grandezza della Patria» .─ Sante glorificatrici parole, come ne abbiamo tanti sublimi esempi nelle Letteratura ispirata dall’ultima guerra.

Ricorda in una pagina a sé, i decreti del Popolo di Buja per «onorare i suoi Caduti nella Grande Guerra: che «sulla vetta del Monte di Buja, al Piazzale della Vittoria, sorgesse una «Colonna Votiva» alta più di trenta metri e sopra questa un faro che spandesse tutt’intorno la sua luce nei colori della Patria ─ che nei pressi di questa colonna sorgesse il parco della Rimembranza ─ che una strada conducesse al Piazzale della Vittoria e che fosse chiamata la «Via Sacra» e lungo questa strada fossero poste le Pietre di Ricordanza e di queste pietre tredici fossero di pietra bianca del Carso, la ricordanza delle tredici Vittorie e due fossero di pietra nera a ricordanza delle due sconfitte (Altipiano di Asiago e Caporetto) ─ «e tutto fosse «LUOGO SACRO» a Dio Onnipotente, Signore degli Eserciti, e non fosse giammai né diroccato né distrutto.»

E viene quindi ricordando i «Caduti di Buia», dal primo dei buiesi morti nella grande guerra Carlo Calligaro agli ultimi caduti sul campo, ai morti in prigionia, ai morti della popolazione civile per offese nemiche. Brevi indicazioni sommarie di ciascuno, raggruppati per singole battaglie e secondo la data della morte: reggimento al quale appartenevano, giorno e luogo dove caddero; qualche rara volta, un commento: i fatti parlano da sé: e, come rilevammo, il ritratto di quasi tutti i Caduti sul campo dell’onore. Ci passano cosí davanti agli occhi i volti di adolescenti e di giovanetti imberbi e persino di fanciulletti, quando la famiglia non possedeva altre fotografie ─ come l’Angelo Venchiarutti morto combattendo sulla Bainsizza il 30 agosto 1917 e che nel libro rivediamo bilustre o poco più e l’Italico Giosuè Fantinutti della famosa classe 1899 spento il 30 dicembre del 1917 da una scheggia di granata alla testa sul Monte Tomba; e altri ancora. Il primo buiese è, come dicemmo, Carlo Calligaro fornaciaio: egli era soldato nel 2.o Fanteria, della gloriosa Brigata «Re» che di tanto sangue ha irrorato le zone del Podgora e di Oslavia: «di lui però (scrive il cav. Barnaba) null’altro sappiamo: fu visto cadere; poi, a battaglia finita, il suo corpo non fu più trovato. Egli è scomparso come i leggendari mitici eroi che, morti nel tumulto del combattimento, assurgevano all’Olimpo e non era dato ai loro compagni d’arme di ritrovarne le spoglie mortali.» Questo accadeva nel combattimento del 9 giugno 1915. Il Calligaro fu dichiarato disperso.

Il secondo morto è anche vittima del Podgora: Angelo Ludovico Fulchir è caduto nei pressi di questo piccolo monte insidioso, il giugno del 1915 in una di quelle numerose azioni di assestamento di linea che seguirono la nostra prima avanzata dopo la dichiarazione di guerra: combattimenti di fanterie, per conquiste di cocuzzoli e di piccoli salienti atti a dominar l’avversario, che talvolta costavano ore di attacchi e contrattacchi.

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Nella prima battaglia dell’Isonzo (23 giugno-7 luglio 1915) trovò morte sul Podgora, sottoposto a furioso concentramento di fuoco delle artiglierie nemiche, un terzo fornaciaio ─ il mestiere che conta il maggior numero di Buiesi Caduti in guerra: Angelo Calligaro: sepolto forse nei camminamenti, nelle trincee sconvolte, il suo corpo non potè essere identificato, ed anch’egli fu dichiarato fra i dispersi…

E l’elenco dei gloriosi Caduti prosegue: Valentino Ponta appena ventenne, fornaciaio «incontrava la morte degli Eroi il 6 giugno 1915 in uno dei numerosi assalti a cui il nemico sottoponeva le nostre posizioni (sul Monte Nero), da che ne era stato scacciato da un colpo di audacia.» Podgora, S. Michele, Carso, Valfella, Brigata Re ─  I.o e 2.o Fanteria più volte dovuti ricomporre ─ 8.o Alpini; la terra, il cielo, il mare ─ tutte le armi, tutte le battaglie, tutte le brigate, tutti i reggimenti hanno avuto prodi figli di Buia tra gli Eroi saliti attraverso la morte alla gloria.

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Non manca nei brevi cenni a ciascuno di questi Eroi dedicati, il ricordo di episodi singolari sebbene già il trapasso di ognuno costituisca di per sè un episodio di alta drammaticità e di alto insegnamento morale.

Giovanni Forte, della 97·ª Compagnia 8.o Alpini ─ la «Compagnia dei Briganti», com’era chiamata per il valore dei suoi soldati e per la bizzarra originalità del suo Capitano che aveva loro proibito di farsi radere la barba e tagliare i capelli ─ era un tiratore scelto. Operavano nel settore di Val Dogna. Nel 23 luglio del 1915, un improvviso colpo di vento, come non sono rari in montagna, spazzò via la nebbia che nascondeva le posizioni nemiche, lasciando scoperti alcuni soldati austriaci usciti fuori dai loro muniti trinceramenti. Il Forte era di vedetta. Per meglio puntare, si sporse fuori dalla trincea, si adagiò coi gomiti sul ciglio della medesima e fece fuoco. Un austriaco cadde. Puntò e sparò contro un secondo, che rotolò giù per la china del monte…

Ma frattanto, anch’egli era stato individuato. Varie pallottole gli fischiarono rabbiosamente attorno.

─ Chinati, Forte! ─ gli gridò il Capitano. ─ Ti hanno visto.

Ma l’impavido soldato rispose:

─ Ne vedo ancora, signor Capitano…

Mentre però si preparava ad abbattere un terzo nemico, egli veniva a sua volta colpito a morte da una pallottola in fronte.

Fu sepolto nel Cimitero di Dogna.

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Esempio di grande amore per i superiori ha dato Michele Minisini, fornaciaio, appena quadrilustre. «Rimasto gravemente ferito il proprio comandante (così la motivazione con la quale gli fu assegnata la medaglia di bronzo al valore) si apprestò a portarlo via dalla zona battuta; ma, continuando vivissimo il fuoco di fucileria e di artiglieria nemiche su quel tratto di terreno, e non potendo egli da solo trasportare il suo superiore altrove, rimase vicino a lui sprezzante del pericolo, a somministragli le prime cure, finchè non cadde vittima della sua abnegazione dando nobile esempio di virtù militari».

Il commovente episodio si svolse sull’insanguinato Monte Sei Busi nei combattimenti del 19-20 settembre1915. ─ «Onore alla Madre che lo ha creato!» ─ commenta il raccoglitore di queste sacre memorie. Il ritratto soprastante ci mostra un volto di adolescente buono dallo sguardo mesto ma dolcissimo: fissandolo, si direbbe che egli fosse predestinato a compiere un eroico atto di bontà, fin dall’adolescenza. Era nato dal fu Giuseppe e da Natalia Tondolo, il 27 luglio 1895. Onore alla Madre sua, diremo noi pure, che ne ha plasmato il carattere pietoso!

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Parecchi morti di Buia negli accaniti combattimenti per contenere e ributtare la irruzione nemica nei Sette Comuni: (15 maggio – 13 giugno 1916): era ordine di morire sul posto, ma non di piegare e il nemico non passò, per quanto esercitasse la più poderosa pressione a fine di vincere le ultime resistenze dei nostri ed invadere la piana vicentina; ciò che gli avrebbe permesso di prendere alle spalle le truppe dislocate in Friuli.

Tomba fu l’Adriatico, per Francesco Domini; dopo aver combattuto per vari mesi nel settore italiano dell’Albania, egli col suo reggimento rientrava in Patria; senonchè la nave che li trasportava fu silurata dal nemico, e il nostro valoroso, s’inabissò nel mare sconvolto.

Undici Caduti conta Buia nell’azione dello Schwarzenberg (18 luglio 1916), del quale il bollettino Cadorna si limitò a dire: «Alla testa di Val Seissera (Fella) nel pomeriggio, le nostre fanterie eseguirono un’ardita irruzione ad est del Mittagskoffe provocando vivo allarme e l’accorrere dei rincalzi sulle linee nemiche, efficacemente battute dai nostri fuochi».

Nel libro si legge qualche ragguaglio interessante. Dai prigionieri, i nostri avevano saputo che gli austriaci andavano concentrando ingenti truppe nell’Alta Val Fella; e anzi, dicevasi che un Principe Austriaco, in persona dovesse guidare un’offensiva in grande stile. Occorreva al nostro Comando vedere quanto c’era di vero in tali affermazioni; e ritenne quale il mezzo migliore attaccare il nemico per costringerlo a svelare le sue forze.

E il 18 luglio 1916, i nostri dopo breve tamburamento dei cannoni, sferrarono col massimo entusiasmo, l’assalto. L’azione si svolse rapida decisa, ben degna dei magnifici soldati che la combatterono. I nemici abbandonarono in fuga il terreno lasciandovi grande numero di morti; ed i nostri, padroni assoluti del campo di battaglia, ne distrussero completamente l’organizzazione difensiva.

Ma non tardarono gli austriaci a rimettersi dalla sorpresa ed a far accorrere sul posto ingenti rinforzi di truppe, battuti efficacemente dalle nostre artiglierie. Si svolsero furiosi corpo a corpo. Il continuo accorrere però dei rincalzi nemici persuase i nostri a disimpegnarsi a tempo con un attacco ed a rientrare nelle posizioni di partenza. Ma il risultato era stato raggiunto: le forze del nemico erano state scoperte; la violenza dei nostri attacchi aveva fatto pensare al Comando austriaco che in questo settore fossero ammassate rilevanti forze nostre; l’idea di una offensiva da quella parte fu abbandonata.

Oltre agli undici morti, Buia ebbe in questo fatto d’arme, anche molti feriti; e ciò per essere il battaglione alpini «Gemona» e la 97·ª Compagnia del battaglione Monte Canin composti in buona parte di buiesi. Soltanto sei degli undici Caduti furono potuti identificare; gli altri, rimasero sul campo rioccupato dal nemico e quindi elencati fra i dispersi.

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Non volevamo che far rilevare, in breve, l’importanza di questo primo volume dei «Libri di Buia»… e ci accorgiamo soltanto ora di averne parlato diffusamente. Gli è che, incominciate a leggerlo e vi trovate come inchiodati sulle sue pagine! Vorreste aver conosciuto tutti questi Eroi, vorreste tutti onorare e abbracciare: essi hanno attestato col proprio valore, con gli eroismi con la morte, il valore e lo spirito di sacrificio della nostra gente.

E leggete commossi i cenni sui morti nelle ultime battaglie dell’Isonzo, vittoriose fino all’undicesima, nella presa di Gorizia avanzando sotto il fuoco nemico nel fango dove affondavano fino alla cintola, come nella zona della Vertoibizza bassa; e sull’arido cavernoso Carso, e sui flagellati Monte S. Marco, S. Michele, Monte Santo: la morte di giovinetti quadrilustri e la morte di anziani sui quarant’anni, padri di tre, di quattro, di cinque figli; i morti della Vittoria non pienamente sfruttata sulla Bainsizza… E una nube di tristezza ti avvolge quando il libro ti ammonisce: «Scocca l’ora tragica di Caporetto!...», e trovi che anche quella ritirata dolorosa Buia ebbe i suoi morti in combattimenti disputati su terre nostre, friulane, in Val Raccolana, nei pressi di Caporetto, a Prato di Resia, a Pozzuolo…

   Sul Piave, l’avanzata nemica è definitivamente arrestata. L’Italia ha ritrovato sé stessa: i figli suoi lo hanno giurato: morire sul posto, ma il nemico non deve più avanzare: ed anche in queste epiche lotte sul fiume sacro Buia conta Morti gloriosi.

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Segue un lungo elenco di morti in prigionia ─ nei campi di concentramento, sfiniti dalla fame, dalle umiliazioni, dai maltrattamenti, morti di esaurimento e di dolore, senza il conforto che il loro sacrificio servisse alla Patria, sepolti in terra straniera; indi un altro lungo elenco di morti per malattia contratta in guerra; e infine i morti della popolazione civile per offese nemiche.

   «Il barbaro nemico ripeteva a Buia» (scrive il Barnaba) «le prodezze che lo avevano già reso famigerato presso Regioni invase di altre Nazioni, non disdegnando neppure dal rivolgere le armi contro vecchi inermi e donne»; e documenta questa affermazione col ricordare i sei morti civili, uccisi dal nemico. Rileviamo i quattro seguenti:

Minisini Giacomo di anni 55, ucciso il 5 maggio 1918 da una pallottola alla fronte, tiratagli per puro spirito di malvagità dalla soldataglia nemica mentre si trovava sulla soglia della propria abitazione nella borgata di Sopramonte.

Molinaro Luigi d’anni 76, ucciso nella notte del 25 ottobre 1918 da soldati nemici, più predatori e briganti che soldati, i quali, dopo averlo malmenato e colpito coi calci dei fucili gli asportarono un orecchio e lo seviziarono in modo da causargli la morte, avvenuta poche ore dopo.

Chittaro Maria d’anni 28, nubile, colpita a morte nel 31 ottobre 1918 da una fucilata all’addome sparatale contro da soldati austriaci mentre con altri compaesani prendeva parte ad una dimostrazione di giubilo per la partenza degli invasori.

Papinutti Biagio d’anni 63, morto il 3 novembre 1918 colpito da una scarica di mitraglia nemica mentre si trovava sulla strada Maiano-Osoppo, per dove l’esercito nemico si ritirava: dopo morto, soldati austriaci lo colpirono ancora col calcio dei fucili.

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Abbiamo voluto rilevare i quattro episodi, perchè sono caratteristici del modo con cui si sono sempre fatte, dai barbari d’Oltralpe le guerre: così nel 1848-49, così nel 1914 nel Belgio, così nel Friuli.

   Al cav. Nino Ermanno Barnaba diamo il nostro plauso per il suo lavoro ─ contributo notevole alla storia del suo paese e del Friuli nell’ultima guerra.