Pagine della memoria di Gemma Minisini Monassi | ![]() |
“Tripoli, bel suol d’amore ti giunga dolce questa mia canzone, sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannone”. (1)
Così cantavano le nostre truppe alla conquista della Tripolitania e della Cirenaica, territori da tempo solo formalmente sottoposti al sultanato turco di Costantinopoli. Terre poverissime, incolte ed improduttive, dove l’agricoltura era praticata solo nella fascia costiera e nelle oasi interne, dove non esistevano industrie e la popolazione araba sopravviveva solamente grazie alla filatura, tintura e tessitura delle lane locali, alla produzione di articoli di cuoio, alla lavorazione di oggetti d’argento, rame, ottone ed avorio. Nonostante la povertà del paese, l’Italia nel 1911 dichiarò guerra alla Turchia, sbarcando sull’ultimo lembo dell’Africa settentrionale non ancora occupato dalle potenze occidentali, riprendendo, così, l’avventura coloniale dopo l’infelice campagna contro l’Abissinia. Alcuni mesi dopo lo scoppio della guerra Ruggero Gennaro (2), classe 1892, lasciata Se l’annuncio della pace di Losanna del 18 ottobre 1912 aveva trovato il Comando turco e le popolazioni tripoline rassegnate alla cessazione della guerra ed al riconoscimento della nostra sovranità sulla Libia, non così era accaduto in Cirenaica, dove, invece, si era intensificata la resistenza contro l’Italia. La sottomissione di questa regione fu lenta, difficile, con rilevanti sacrifici di uomini e di danaro. Nel 1914, l’86° Fanteria, del quale faceva allora parte Ruggero Gennaro, raggiunse Merg, in Cirenaica, dove gli effetti di due anni di guerra si stavano facendo particolarmente sentire e, con la fame, erano arrivati anche il colera, il vaiolo, il tifo, epidemie che si erano rapidamente diffuse non solo tra la popolazione indigena, ma anche nei campi militari. Le lettere che Ruggero spediva a casa, soprattutto quelle indirizzate alla “sorellina” Rosa, traboccavano di affetto, di nostalgia per il proprio paese, impedendo all’accavallarsi degli eventi quotidiani, di spazzare via quella che era la voce del cuore. Sono pagine in cui gli affetti familiari sono forti, sinceri, sorretti da saldi vincoli di reciproco amore, capaci di guidare e confortare l’animo nei momenti difficili dell’esistenza. “Rosina, sorellina mia, Tu dovresti sentire come io lo sento un certo dolore d’ invisibilità, dopo 3 anni che non si vediamo più. Tu non avrai nemmeno una minima idea di quel che si chiama amore “di fratellanza”. Come io penso e soffro per te, ossia per la nostra lontananza. Io neppure la notte non posso essere tranquillo quando penso a te così lontana. Io no sapendo più come fare per tranquillizzare il mio cuore vengo con preghiera a chiederti una tua fotografia che da me sarà la cosa più prediletta... Così almeno potrò tranquillizzare il mio cuore e tanto più la mia mente, e ne ò molto di bisogno per attendere alle mie faccende che mi sono affidate con sicurezza”. … e ancora “Rosina tu devi pregare Iddio che mi conservi in salute in modo che possa venire ancora una volta a casa, perché tu possa conoscere il bene che ti voglio. Mi raccomando di non frequentare con compagne disoneste e tanto peggio con compagni ma quest’ultimi non lo credo perché sarebbe una vergogna alla tua tenera età, non faresti altro che rovinarti la salute e l’anima. Rosina questa lettera leggila e rileggila fin quando l’avrai ben compresa e mi raccomando che se per disgrazia avessi qualche ammiratore sei pregata di farmelo conoscere immediatamente in modo che anch’io come fratello maggiore ti potrò dare i miei consigli”. (4) Durante la sua permanenza in Cirenaica, nel 1916, Ruggero venne ferito alla gamba destra da un colpo di sciabola, per questo, dopo un periodo di convalescenza a Treviso, venne mandato a casa e promosso Sergente Maggiore per atti eroici. Se per lui era finita la guerra in Africa, un’esperienza ben più terribile lo aspettava: Quando poteva, anche Luigi scriveva ai suoi cari per tranquillizzarli sul suo stato di salute, soprattutto per infondere loro coraggio. In una lettera spedita dalla Zona di guerra alla sorella Rosa (5), un giorno ha infilato in mezzo ai fogli tre stelle alpine, raccolte probabilmente in alta montagna, vicino alla trincea scavata nella roccia, dove la morte era la compagna di tutti i giorni e di tutte le notti. Stelle alpine che Rosa ha sempre conservato gelosamente tra le sue cose più care. Più fortunato Ruggero, inviato dopo la convalescenza presso la sede del Comando del 97° Reggimento Fanteria, con il grado di Sergente Maggiore prima e Maresciallo poi. In una lettera da lui spedita a Luigi il giorno 11 maggio 1917 così si legge: “Carissimo Fratello, Oggi con molto piacere ricevei una tua cartolina. Contentissimo rimasi nel saperti in salute come è la medesima anche di me. Quà benché in montagna me la passo abbastanza bene. Gli austriaci qualche volta ci mandano i loro saluti con qualche colpo di cannone ma la gran parte dei giorni si dimenticano. Fa bel tempo, scorre un’aria fina che ci produce un appetito da leoni, ma grazie Iddio per sfamarci non ci manca”. E in un’altra lettera del 18 maggio: ....“Tu mi chiedi dei soldi ma se ti occorrevano potevi chiedermeli anche prima. Oggi stesso ti invio un vaglia di £ 15,00 e quando ne avrai di bisogno non aver paura a domandarmeli, che di quanto io posso disporre son sempre pronto a mandarti. Dimmi quando ti mandano in licenza, mi pare che sarebbe quasi ora. Mi raccomando quando vai a farmelo sapere subito. Gli austriaci come sempre il solito ci mandano i loro cari saluti la mattina e la gran parte delle volte anche dopo mezzo giorno ma sempre limitatamente. Fa bel tempo, la neve va scomparendo, gli alberi cominciano a verdeggiare e gli uccellini la mattina ci danno il buongiorno col loro maestoso canto che per me è l’unico divertimento che trovo in queste desolate montagne. Coraggio, speriamo che fra non tanto ritorneremo a sentire il canto degli uccelli dei nostri paesi che ci saranno di vera gioia è molto più cari. Ogni bene maman Leo dati coraggio Satu”. Purtroppo i due fratelli non hanno più potuto riabbracciarsi, perché Luigi (in famiglia chiamato Leo) venne fatto prigioniero dagli austriaci ed internato nel campo di concentramento di Marchtrenk, dove la vita doveva essere particolarmente dura se, in una cartolina postale della Croce Rossa Internazionale, così ha scritto a suo padre: “Io vi chiedo se potete mandare qualche pacco di pane di grano turco fatto auso galette ocastagne quallunche cosa se potete mandare ame non mi resta altro che salutarvi di vero quore”. La risposta, spedita da Buja, porta la data del giugno 1918. “Dispiacente rimasi nel sentire che ti ocorerebbe qualcosa per manciare nel mentre noi non potiamo compensarti con gniente perche se anche noiati ti spedissi qualche pacco tu non avarai niente, e cosi caro figlio e meglio aspetare ancora un poco per vedere come va e poi proqureremo”. Queste righe, però, Luigi non le ha mai potuto leggere perché, il 2 aprile Alla fine della guerra, i soldati ritornati a casa erano desiderosi di dimenticare quello che avevano visto, volevano ritrovare il senso della vita nei figli cresciuti, nell’affetto delle loro donne, anche se l’ombra terribile della morte continuava ad essere presente nelle pieghe dei loro ricordi. Era necessario ricominciare a vivere, a credere nel futuro. Ruggero Gennaro, rientrato a Buja, si era subito rimboccato le maniche ed aveva aperto una piccola cartoleria sulla Piazza del mercato. Purtroppo non aveva tutti i soldi per avviare il suo negozio, per questo era stato costretto a chiedere un prestito di 800,00 lire al signor Giovanni Ursella “Cai” (6) e, per poter saldare quanto prima il debito, aveva incominciato ad andare a tagliare alberi nei boschi intorno a Drenchia. Un giorno, però, a causa di un attacco di peritonite, la morte lo ha portato via proprio nel piccolo paese di montagna. Aveva appena 28 anni! La cartoleria, per un certo periodo, è stata gestita dalla sorella Rosa e poi, definitivamente, dal fratello più giovane: Umberto. Ma questa è un’altra storia.... NOTE 1) Questa canzone, scritta da Arona e Corvetto, lanciata da Gea della Garisenda e da Elvira Donnarumma, era cantata non solo nelle trincee di Tripoli e di Bengasi, ma in molti locali italiani, tra uno sventolio di tricolori ed altre coreografie patriottiche. 2) La famiglia Gennaro, originaria di Cortale, Comune di Reana del Rojale, si trasferì a San Floreano di Buja verso la fine del 1898. I genitori, Ermacora e Catarossi Angela, ebbero quattro figli: - Ruggero Pietro (1892-1920) - Luigi Leone (1896-1918) - Rosa Teresa (1900-1987) - Umberto Antonio (1904-1972) 3) Parole tratte dall’unica pagina rimasta del diario di Ruggero Gennaro. 4) Lettera spedita da Merg (Cirenaica) il giorno 4 dicembre 1915. Rosa, nata nel 1900, allora aveva appena 15 anni e da sei aveva perso la mamma. 5) Lettera spedita dalla Zona di guerra il giorno 15 agosto 1917. 6) La ricevuta del prestito di lire 800,00 concesso dal signor Giovanni Ursella, porta la data del 24 maggio 1919 ed è stata sottoscritta da Gennaro Ermacora assieme ai figli Ruggero e Rosa. |