INDIETRO

"Gli Eroi dello 

Schwarzenberg"

 di Sergio Burigotto

 

FOTO

 

Lo Schwarzenberg o Monte Nero (da non confondersi con il KRN di Caporetto) sovrasta la Val Saisera, sopra l’abitato di Valbruna, ed è inserito nella catena di montagne denominate Giulie Occidentali. Assieme allo Jof di Miezegnot, grande e piccolo, é stata fra le quote più contese e “ferrifere” della prima guerra mondiale.

Su questo monte, il 18 luglio 1916 trovarono tragica e gloriosa morte ben 11 Alpini bujesi dei Battaglioni “Gemona” e “M.Canin”, dell’8° Reggimento; furono numerosi anche i feriti, che però riuscirono a sopravvivere a una micidiale giornata di combattimenti. Non si contano, poi, gli atti di valore compiuti allora dai nostri Alpini di Buja e lo dimostrano le tante decorazioni al Valor Militare riconosciute per la loro generosità ed il loro coraggio.

Le tristi cronache di quegli eventi, tanto sanguinosi quanto determinanti per i movimenti sul fronte, hanno però radici risalenti agli inizi del conflitto.  

Quando fu dichiarata la guerra, infatti, i reparti italiani occupavano già la cima e le pendici dello Jof di Miezegnot, del Piccolo Jof di Miezegnot e dello Schwarzenberg. Il 17 giugno 1915 il Comando Austro-Ungarico decise quindi di conquistarle, ma mancando un adeguato appoggio dell’artiglieria e di mezzi, il tentativo fallì. L’occupazione dovette limitarsi alle quote del Piccolo Jof (mt.1954) e del M. Nero (1971) e va detto che i soldati costretti a presidiare queste due quote non si trovarono certo in una situazione piacevole: ogni loro movimento, infatti, veniva visto dalla cima sovrastante del Grande Miezegnot.

Il 16 luglio 1916 gli Italiani decisero di attaccare per riprendere le due cime minori. Tutte le batterie della Val Dogna e dello Jof di Somdogna concentrarono allora i loro tiri sul Piccolo Miezegnot e sullo Schwarzenberg.

Il 18 luglio, alle ore 3 del pomeriggio, coperti da una possente cortina di fuoco, la 69^ compagnia del Gemona, la 97^ del M. Canin e due compagnie di bersaglieri attaccarono frontalmente, mentre la 70^ e la 71^  del Gemona assaltavano i fianchi e giungevano inattese sulle posizioni austriache. Una lotta tremenda, micidiale, inaudita divampò immediatamente tra i due opposti schieramenti.

Gli Austriaci, usciti dalle gallerie dove si erano riparati dal fuoco delle batterie nemiche, si difesero con eccezionale prontezza e i loro fucili e le loro mitragliatrici si dimostrarono capaci di tagliare facilmente ogni via di scampo. Inoltre, l’assalto degli Italiani, già problematico per l’estrema durezza del fuoco in corso, era reso ancora più difficile da grovigli interminabili di filo spinato! Essi riuscirono tuttavia, pagando un prezzo altissimo, a raggiungere i trinceramenti avversari, dove si scontrarono in furiosi corpo a corpo.

La mischia durò l’intera giornata e provocò moltissime vittime.

In quella carneficina di dimensioni già tragiche si verificò allora un episodio che dà ulteriormente la misura di una situazione sull’orlo del precipizio psicologico ed umano. Ad un certo punto, infatti, i comandanti dei due reparti avversari, un tenente Austriaco ed un sottotenente piemontese del Gemona, si vennero a trovare vicinissimi. In un attimo, fronteggiandosi, impugnarono la pistola: esasperati alla vista di tutti quei morti, sconvolti dalla brutalità stessa della lotta si fanno travolgere da una furia cieca e si spararono reciprocamente, forse per un tentativo di porre fine a una strage che appariva troppo disumana perfino in una giornata di guerra. Fu quasi un duello, un dramma di due uomini nel dramma del conflitto che falciava ogni giorno tante giovani vite. Verranno poi ritrovati uno accanto all’altro, le pistole ancora serrate in pugno, entrambi con un foro di pallottola al capo.

Il tenente Austriaco riposa per sempre nel piccolo cimitero di guerra di Valbruna, all’inizio della Val Saisera, in mezzo ad un’abetaia che protegge la sua pace e quella di tanti altri suoi commilitoni lì sepolti assieme a lui . Si sa che egli apparteneva alle “T truppen”, cioè alle truppe in cui la lettera “T”, che le contrassegnava, stava a significare “Tracoma”, una malattia infettiva altamente contagiosa, di natura virale, che colpiva la congiuntiva degli occhi e poteva portare alla cecità. Le “T truppen” provenivano dal fronte orientale dei Carpazi e della Galizia ed erano state mandate nelle Alpi Giulie per tentare una guarigione che nelle condizioni climatiche di quel luogo pareva essere possibile.

In quella terribile giornata di luglio, dunque, gli Alpini riuscirono comunque a conquistare il Piccolo Miezegnot, trovandosi però in una situazione disperata per il fatto che erano continuamente esposti a raffiche di mitragliatrici provenienti dallo Schwarzenberg, che non erano ancora riusciti ad occupare.

Un plotone di soldati Austriaci d’alta montagna, con ardite ascensioni (erano tutti ragazzi addestrati alla scuola di alpinismo di Julius Kugy) attaccò allora il Piccolo Miezegnot e alle tre del mattino, sparando all’impazzata e lanciando bombe sui serventi addormentati vicino alle mitragliatrici, occuparono di nuovo e definitivamente la cima.

Quelle dal 16 al 19 luglio furono giornate veramente tragiche. In quei giorni, le perdite italiane ammontarono a circa 400 uomini fra morti e feriti, quelle austriache a 60 morti ed una trentina di feriti.

Fra i tanti morti italiani, numerosissime furono le riserve ammassate alla testata dell’impluvio del Plania, un fossato che dalla sella fra il Grande e il Piccolo Miezegnot scende ripido fino alla Val Saisera. I colpi del mortaio da 305, schierato a Riofreddo, ebbero infatti un effetto spaventoso su quelle formazioni tanto serrate e le riserve vennero praticamente distrutte. È anzi probabile che tale carneficina abbia indotto gli Italiani ad abbandonare la cima già conquistata.

Si racconta che per giorni e notti i soldati Austriaci udirono provenire dall’impluvio le grida dei feriti che non si poterono recuperare. Le lamentazioni dovettero essere strazianti ed enormi, poi tutto tacque. Un ex combattente , che nel 1925 risalì il torrente Plania, scrisse di quei luoghi: «… nella parte più alta del solco si vedevano sparsi dappertutto fucili arrugginiti, baionette, cappelli d’alpino ormai consunti, giberne, scarpe, contenitori di shrapnels, schegge di granate…» 

Gli Alpini pagarono dunque a caro prezzo il loro tentativo di conquistare quelle postazioni e dovettero misurarsi con un avversario che si difendeva in modo veramente indomabile. L’eco di tanta tragedia influenzò poi senz’altro i successivi sviluppi bellici, tant’è vero che dopo queste sanguinose battaglie non si ebbero altre importanti azioni nel settore e da entrambi i lati dello schieramento si apprestarono e si moltiplicarono i lavori di rafforzamento e di miglioramento delle linee, ma soprattutto si resero più confortevoli i ricoveri per le truppe, già provate anche da tristissime esperienze nell’inverno precedente.

Nell’immane tragedia che si compì in quei giorni ben 11 giovani di Buja lasciarono le loro vite. Ce ne dà testimonianza, fra l’altro, il capitano degli Alpini in congedo, Nino Ermanno Barnaba, nel suo libro I caduti sul campo della gloria nella grande guerra 1915 - 1918”. In queste pagine, Barnaba ricordava i nostri Alpini caduti nei combattimenti sopra descritti titolando il triste evento: “I morti nell’azione dello Schwarzenberg”, ed inserendoli nella collana degli eroi. Quindi concludeva così il ricordo di tanta storia: “Terminava così il combattimento dello Scwarzenberg che fu quello che più costò di sangue a Buia, poiché il Battaglione Gemona e la 97^ Compagnia del Monte Canin, che svolsero tale azione, erano composte in buona parte di nostri concittadini. Ben undici fra essi vi trovarono gloriosa morte. Soltanto una parte di questi Caduti fu possibile identificare, ché gli altri rimasero sul campo rioccupato dal nemico…”

La grande storia è sempre fatta di singoli episodi e di sconosciuti personaggi. Ma è giusto che, anche in mancanza di un nome, quelle undici vite di Buja, insieme agli altri che da una parte e dall’altra versarono il loro sangue su quelle montagne, trovino un posto nel nostro rispetto e nella nostra memoria.