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La storia nel cassetto…

 di Giovanna Amelia

 

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La classe in cui lavoro, una quinta elementare, ha in atto fin dal primo anno un programma di storia saldamente attento ad alcune caratteristiche metodologiche e didattiche: tra di esse, ad esempio, allargare i campi di conoscenza da ciò che è vicino a ciò che è lontano, sia nel tempo che nello spazio; tenere d’occhio il parallelo tra informazioni locali e informazioni generali; far avvicinare i bambini al metodo storiografico promovendo in loro il gusto di documentarsi per utilizzare le loro ricerche e le loro scoperte come prove del valore di un’ipotesi inizialmente elaborata insieme .

Strumenti privilegiati di questo lavoro, che per altro può contare su un numero sempre maggiore di risorse bibliografiche ed oggi anche informatiche, sono quelli più classici: il sussidiario per la parte generale e le ricerche sul campo per le conoscenze particolari, cioè di cultura locale. Uscite, interviste, reperimento di oggetti e documenti hanno il duplice vantaggio di dare informazioni di prima mano, vivibili dai bambini con una particolare motivazione emotiva, e di insegnare loro come tutto, anche le piccole tracce alle quali diamo poca importanza, hanno un loro posto nella storia e possono dare o togliere conferma ad un’ipotesi.

Lungo il percorso quinquennale, ad esempio, ci è capitato di effettuare uno studio della Grande Guerra, che i libri presentano normalmente per linee generali, nelle quali si evidenziano di solito le condizioni di disagio in cui si trovarono i nostri soldati, combattenti in trincea contro l’esercito austriaco. Ebbene, in queste descrizioni, necessariamente essenziali e riassuntive, si ricava spesso l’impressione che il concetto di guerra, di esercito, di fronte siano termini astratti, spersonalizzati e quindi, complessivamente, disumanizzati. Cercare conferme dalla viva voce dei testimoni è ormai diventato, ovviamente, impossibile per questioni anagrafiche; cercarne tramite la visita a luoghi e musei è molto utile, ma dà informazioni che appartengono sempre all’esterno dei protagonisti.

Talvolta, però, sbuca da un cassetto una fotografia, una cartolina, una lettera… e allora la storia diventa viva.

È quello che ci è capitato allorché siamo venuti in possesso di lettere scritte dal fronte dai soldati Andrea, Pietro e Celestino Comino. Qui sotto, a titolo di esempio, è riportato il lavoro di storia che è scaturito dal una di esse, datata 9 novembre 1915, che è stata messa a confronto con il testo di storia generale del sussidiario in adozione nella classe.

LA LETTERA

 

Carissima sorella li 9-11-15

con questa mia lettera devo farti sapere che ho ricevuto la tua lettera e con molto piacere ho inteso che ti trovi in salute e così è anche di me. Poi ti faccio sapere che dopo venticinque giorni di prima linea ora sono venuto in riposo e ti dico che in quei venticinque giorni ho passato qualche cosa di nuovo, uno perché abbiamo avuto i più forti combattimenti che sono stati finora sul Monte San Michele, e l'altro perché specialmente negli ultimi cinque giorni che c’è stata pioggia, i combattimenti sono seguiti in continuo, ed io ero sempre tutto bagnato e non soltanto bagnato ma anche tutto infangato, tanto che non si sapeva più di che colore erano i vestiti dal gran fango che si aveva addosso, ma per quello non era niente, perché non era freddo e così non si stava tanto male. Io sono partito il giorno 12 e siamo andati diritti in prima linea e fino al giorno 18 ci siamo riposati in trincea. In quella volta non pioveva. Il giorno 18 l'artiglieria ha cominciato a bombardare noi abbiamo cominciato ad avanzare e il giorno 19 si sera abbiamo fatto un'ultima trincea, a trenta metri dal nemico, proprio sotto i loro reticolati,  di là si trovava il trincerone nemico. In quei giorni morì un tenente della mia compagnia, il giorno 20 fu ferito il nostro capitano. Poi il giorno 21 era da dare l’assalto al trincerone e la nostra artiglieria bombardò più degli altri giorni e verso le dieci fu dato l'ordine di avanzare e noi siamo andati a  circa 20 metri dal nemico. Abbiamo aperto un fuoco accelerato e tra i fucili, le mitragliatrici e gli scoppi delle granate non si sapeva cosa si faceva più. Le mie orecchie non sentivano più dal gran rumore che c’era, le mitragliatrici sparavano e sembrava che fossero state tante motociclette e i fucili erano venuti rossi a forza di sparare. Verso le dieci ci fu l'ordine di avanzare e di dare l'assalto, allora noi balzammo in piedi e, gridando “Savoia”, abbiamo provato a dare l'assalto sotto il fuoco delle mitragliatrici della fucileria. Siccome c'era ancora una fila di reticolati, noi abbiamo dovuto ritirarci di nuovo in trincea e così successe anche nei giorni 22 e 23. Ma il 24 di nuovo abbiamo dato l'assalto come tutti gli altri tre giorni, ma malgrado l'aumento di mitragliatrici e la stanchezza di noi soldati non abbiamo potuto avanzare. Nei giorni dal 25 al 31 le cose sono andate meno male. Il 1° novembre fino al 5 è cominciata la pioggia e si era molto male. Il 5 novembre abbiamo avuto il cambio. Ti saluto di cuore e non ho paura perché mi sono dato sempre coraggio Sono il tuo fratello Andrea Comino. Addio

 

IL LIBRO DI TESTO

 

Scoppia la guerra: La scintilla che fece scoppiare le ostilità si accese a Sarajevo, il 28 giugno 1914; uno studente serbo uccise l’erede al trono d ‘Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando. L’Austria ritenne responsabile la Serbia di questo attentato e le dichiarò guerra.

In pochissimo tempo le grandi potenze europee, unite da molte alleanze e desiderose di nuove conquiste, e anche stati non europei, si trovarono coinvolti nel conflitto.

Si formarono due blocchi contrapposti: da una parte: Austria, Germania e Turchia, dall’altra Serbia, Russia, Francia, Inghilterra e Giappone.

 

L’Italia dei neutralisti e degli interventisti: L’Italia dapprima rimase neutrale, cioè decise di non partecipare alla guerra. Ma gli Italiani erano divisi: i pacifisti non volevano entrare in guerra perché ritenevano che ciò avrebbe portato solo lutti e miserie. Gli interventisti, invece, volevano partecipare per aumentare la potenza dello Stato Italiano e per strappare all’Austria il Trentino e la Venezia Giulia. Prevalsero gli interventisti e il 24 maggio 1915, l’Italia dichiarò guerra all’Austria.

La guerra degli Italiani: La guerra fu subito difficile per i nostri soldati, perché le posizioni italiane si trovavano sul fondo delle valli, mentre gli Austriaci occupavano le cime dei monti, sul Carso e lungo il fiume Isonzo. Il nostro esercito inoltre era impreparato e mal equipaggiato. A prezzo di un numero elevatissimo di vite umane gli Italiani riuscirono ad avanzare, ma gli Austriaci sferrarono un terribile attacco e giunsero fino a Vicenza. Gli Italiani con una controffensiva resistettero sul Pasubio e sull’Altopiano di Asiago, giungendo a conquistare Gorizia. Mentre sul fronte italiano si svolgevano questi fatti, sul fronte occidentale i Francesi resistevano valorosamente a Verdun e sul fiume La Somme.

  Resistere in trincea: La guerra, che secondo molti doveva durare solo poche settimane, si trascinò per lunghi anni. I soldati, ridotti allo stremo, rintanati in trincee a poche decine di metri di distanza dai nemici, in condizioni disumane, vivevano una guerra di cui, come accade spesso, non comprendevano le ragioni. Lottavano e morivano, contendendosi con gli avversari pochi metri di territorio.

 

(Altri capitoletti successivi riguardano poi aspetti e tempi non collegabili con il documento epistolare)

 


La lettura comparata dei due testi (Lettera e Sussidiario) ha avviato (non esaurito!) la verifica incrociata di alcune informazioni:

1.                  i tempi del conflitto: 9-11-15 (L) – 24-5-15 (S)

2.                  i luoghi: Monte San Michele (L) – Carso, Isonzo ecc. (S)

3.                  le condizioni di vita dei soldati: il fango, la pioggia, la stanchezza, la trincea ed altri particolari (L) – le “condizioni disumane” (S)

4.                  la perdita o il rischio di perdita di vite umane: la morte del tenente e il ferimento del capitano (L) – “Lottavano e morivano” (S)

5.                  la disposizione degli eserciti contrapposti: “abbiamo fatto un'ultima trincea, a trenta metri dal nemico, proprio sotto i loro reticolati” (L) – “I soldati, ridotti allo stremo, rintanati in trincee a poche decine di metri di distanza dai nemici” (S)

6.                  la durezza della guerra di posizione: la descrizione degli assalti al grido “Savoia” ed i ripetuti, inutili tentativi dopo il 20 novembre (L) – “contendendosi con gli avversari pochi metri di territorio”

È ovvio che non tutte le informazioni dei due testi si sono potute mettere in corrispondenza diretta e che le riflessioni che entrambi sollecitavano non si sono esaurite in questi pochi punti. La ricerca di approfondimenti è anzi proseguita sia sul piano della storia locale, con il reperimento di altre fonti documentali (un manifesto dell’epoca, una raccolta di testimonianze orali provenienti da persone che ai tempi della Grande Guerra erano in età infantile, la visita al museo e al Sacrario di Timau), sia sul piano generale, con la scelta di brani reperiti nella tanta bibliografia disponibile. È stato anche necessario andare oltre il confronto e scoprire il valore assoluto di informazioni, non sempre esplicite, che talvolta aprono nuovi interrogativi importanti anche sulla base di una singola parola, come è stato quando, ad esempio, si è trattato di capire il perché dell’esclamazione “Savoia!” Ma la cosa più straordinaria è stato forse il commento scaturito dagli stessi alunni sulla pacatezza, la semplicità e il senso del dovere che si leggono tra le righe della lettera del soldato Andrea: né proteste né enfasi nello scenario pur tragico del suo racconto. Soltanto una rassicurazione affettuosa: “ti saluto di cuore e non ho paura, perché mi sono dato sempre coraggio”. Più che una lezione di storia, una lezione di vita.