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VENTOTTO GIORNI PER RICOMINCIARE di Sante Osso | |
Mia moglie è morta. L’ho vegliata tutta la notte, ma lei era morta”. Cosi spiegava, quasi giustificandosi, il fatto di non essersi ripresentato subito al lavoro nei primi giorni dopo il 6 maggio. Rientrato precipitosamente a casa dopo la grande scossa delle 21, che aveva lasciato la fabbrica senza luce ed i compagni del turno serale nel panico, aveva trovato la casa distrutta, la madre ferita e la moglie uccisa dall’architrave della finestra che l’aveva schiacciata. I figlioletti per fortuna, si erano messi in salvo grazie alla prontezza del maggiore, che aveva guidato il più piccolo attraverso le macerie in cerca di soccorso per la nonna e la mamma. La storia di Modesto era la più terribile, ma era solo una delle cinquanta storie dolorose dei dipendenti della “Ferriere Vattolo Ciessebi s.p.a.” che, quella notte, ebbe comunque la fortuna di non avere cedimenti strutturali e di non essere causa, come in altri casi di aziende più colpite, della morte di chi stava lavorando all’interno. Durante la notte non fu possibile rendersi conto dei danni agli impianti produttivi, ma l’indomani fu subito chiaro che i lavori di ristrutturazione e di ammodernamento, realizzati appena tre anni prima per rendere efficiente e competitivo il laminatoio, erano andati a pezzi. Nei primi giorni, la presenza di un tecnico, di un dirigente o di una persona a qualsiasi titolo responsabile aveva un solo significato: tenere, come si suol dire, la porta aperta per testimoniare la volontà di esserci e di reagire. I dipendenti venivano saltuariamente ad informare delle loro situazioni ed a chiedere, senza pretendere risposte certe, quale sarebbe stato il futuro. Gli impianti dovevano essere completamente revisionati ed in buona parte rifatti, la staticità delle strutture doveva essere verificata, ma prima di tutto bisognava ritrovare la volontà di impegnarsi a farlo. Gli azionisti di maggioranza, bresciani, fecero conoscere però immediatamente la loro intenzione di riprendere la produzione al più presto possibile, la loro volontà di impegnarsi per ripartire e la loro solidarietà nei confronti dei dipendenti e delle loro famiglie. Era quello che bastava per rimettere in moto la reazione delle maestranze. Un paio di giorni di cassa integrazione fu un tempo sufficiente per riordinarsi le idee, poi si passò subito alle verifiche, quindi alla riattivazione dei circuiti e delle macchine. Chi riusciva a sottrarre qualche ora agli impegni incessanti che riguardavano la sistemazione della famiglia e della casa, si presentava sul luogo di lavoro e veniva impegnato nelle prime necessita: sgomberare le cataste di materiale che si erano riversate nei capannoni a causa della violenza delle scosse, sistemare la placca di raffreddamento che, per la stessa ragione, si era disassata. Venivano anche meticolosamente controllati e riparati gli impianti elettrici e gli altri impianti che costituivano la linea di produzione. L’alluvione del 13 maggio, appena una settimana dopo il disastro, rischiò di tagliare nuovamente ogni capacita di ripresa inondando i capannoni, quindi il materiale e le macchine, con ottanta centimetri d’acqua fangosa. Ciò nonostante, chi era in grado di farlo si rimbocco le maniche pensando al posto di lavoro ed alla coincidenza, tutto sommato fortunata in tanto disastro, che le strutture portanti del fabbricato che ospitava la linea produttiva non avevano riportato danni significativi, a differenza degli edifici che ospitavano gli uffici ed altre attività. Ventotto giorni dopo il 6 maggio, l’impianto di laminazione ripartiva: interruzioni e cadute di energia elettrica, scosse sismiche anche violente, danni non rilevati alla prima verifica mettevano ogni giorno a dura prova l’efficienza della linea produttiva, e non era pensabile raggiungere in tempi brevi una produttività ottimale, a pieno regime. Ciò nonostante si potè procedere con una certa continuità grazie anche ai numerosi segni di solidarietà che pervennero in forme diverse: ad esempio la fiducia dei fornitori, che non misero mai le garanzie di solvibilità prima della nostra volontà di ripresa e si offrirono di ospitare le famiglie dei dipendenti più colpiti, ci furono anche i contributi a fondo perso che l’azienda distribuì per aiutare i dipendenti ad affrontare le primissime emergenze per la sopravvivenza e ci furono, infine, le facilitazioni che gli azionisti bresciani sollecitarono presso una ditta di prefabbricati, loro conterranea, per permettere ai dipendenti di acquistare a prezzi agevolati graziose e funzionali casette per l’immediato futuro. Anche Modesto riuscì così a dare un tetto sicuro alla madre ed ai bambini sulla collina di Casasola. Il terremoto di settembre, cogliendo tutti di sorpresa nel momento in cui si pensava di avere individuato delle soluzioni per affrontare l’inverno e la ricostruzione, rimise tutto in discussione. L’ipotesi di trasferire altrove l'attività del laminatoio per sottrarla alle incognite di una regione tanto a rischio si fece più con creta. Alle immediate verifiche, pero, gli impianti dimostrarono più che mai la loro capacita di resistenza e la paura di un esodo in paesi più sicuri fu presto superata: pur tra mille incognite e mille difficoltà si poteva ripartire un’altra volta. I posti di lavoro erano salvi e con loro un pezzo del tessuto sociale e produttivo di Buja. Ognuno aveva fatto la sua parte. |