Intraprendenza friulana di Renzo Vidoni | |
Qualche tempo fa Luigino “Cavalèt” si trovò in compagnia di alcuni amici che non vedeva da almeno quarant’anni. Era andato, per una vacanza, dal Canada, dove dimora, in Venezuela e precisamente nell’interno del paese, nella Guaiana Venezuelana. Lì, coadiuvato dal suo amico Liseo, Console Generale d’Italia per quella zona, facilmente rintracciò il comune amico Ovidio. Immaginarsi quando si videro: “Come stai tu?... E come vanno le cose in Canada? Ti ricordi? Moglie, prepara qualcosa da cena!” Mentre la signora era indaffarata a preparare la cena, tra un commento e l’altro si svuotò più di qualche bicchierino di “scotch” e qualche “cerveza” fresca. “Ti ricordi di così e così?” “Ricordo ancora quando siamo stati...” “Vuoi provare un bicchierino di bianco? È un buon “Tocai” friulano! “Ma forse è meglio che lo teniamo per la cena!”… Intanto, il cassetto dei ricordi continuava a svuotarsi, ... Durante la cena, tutt’a un tratto Ovidio si mise a ridere come un pazzo, spruzzò perfino, senza volerlo, del cibo di bocca: “Scusatemi tanto, disse, ma, Luigino, ti ricordi quando venivi nella fornace di mio padre ad imparare a fare i calli” Luigino sorridendo: “Come no! Lo ricordo bene, si doveva venire pure noi in Venezuela, io, Agnulìn (Rugjel ) e Giuàn (Ragagnin). Ti ricordi? Avevamo fatto domanda per venire come muratori. Ma tutti coloro che ritornavano dalla visita medica presso il Consolato di Genova, dicevano che il dottore, per prima cosa, guardava le mani per vedere se avevano abbastanza calli e, così, se eravamo idonei per questo mestiere”. Noi avevamo fatto domanda come muratori, ma calli..., calli di quali? Allora ci siamo messi d’accordo per far venire i calli sulle mani al più presto possibile, perchè si poteva essere chiamati per la visita ad ogni momento. Riconosciuto all’unanimità il bisogno di fare al più presto questi calli, ogni sera ci si incontrava e ci si consigliava sul metodo per accelerarne lo sviluppo. Al primo rapporto, Agnulìn disse che aveva già incominciato ad andare a vangare nell’orto della nonna. Giuan che sarebbe andato dall’impresa “Piemonte” a vedere e studiare come si usa la cazzuola ed il livello e come si impasta la malta. Io sarei andato dall’impresa “Seto” per vedere come si fa la calce, come livellare i muri come rompere le pietre e altri trucchi del mestiere. Ogni sera ci si ritrovava per far rapporto sul nostro progresso, ci si palpava reciprocamente la parte callosa delle mani e si esprimeva un giudizio sulla situazione. Dopo alcuni giorni, Agnulìn incominciava a far vedere qualcosa, Giuan non tanto, perché si concentrava più sulla parte teorica che su quella pratica ed aveva sempre qualche scusa, oppure nuove idee. Io invece, avevo le mani piene di vesciche che mi facevano un male...! “Ero stato alla fornace di tuo padre ad aiutarti a tagliare l’argilla con lo zappone, ti ricordi?”. “E come no”, rispose Ovidio sempre ridendo a crepapelle. Avevamo fatto di tutto per fare una buona serie di calli sulle nostre mani, con perseveranza e volontà, ma noi tre non eravamo fatti per fare calli... Non ne avevamo mai avuti prima d’allora nella nostra vita e non eravamo fatti per questo mestiere... Eravamo ben preparati nella conoscenza teorica del Venezuela: le grandi città, i porti di mare, la capitale, le “Cordilleras”, le pianure, il petrolio, ecc. Ogni sera, dopo aver esaminato il progresso “callifero”, ci si faceva reciproche domande sul Venezuela e inevitabilmente si cadeva sulla politica: discussioni sociali, capitalismo, socialismo e comunismo; pace, guerra, ecc., fino a tarda ora. Prima di lasciarci, come una serale preghiera, ci si raccomandava di fare maggiore progresso nello sviluppo dei calli. Erano diventati un’ossessione queste “bestie” di calli! Eravamo determinati ad andare in Venezuela. Spesso si discuteva su alternative in caso non si trovasse lavoro come muratori. Scaricatori di porto, camerieri, ambulanti, macellai, autisti e mille altre idee e fantasie. L’usuale rapporto sullo sviluppo “callifero”, ci portò alla constatazione che Agnulìn era l’unico che poteva dimostrare un progresso: i suoi calli incominciavano ad indurirsi e prendere un bel colore giallognolo di maturità! Io, invece, avevo sempre più dolori, perchè le vesciche che si erano rotte e non riuscivo a farle guarire. Giuan, invece, esclamò: “Questa volta sì che farò i calli, ho aiutato a portare i mattoni ai muratori di “Piemonte”, che costruiscono una casa in Collosomano”. Come di consueto, si incominciò a discutere di politica, quando Giuan interruppe dicendo che aveva letto su di una rivista che l’animale più stupido al mondo è la gallina. Dopo aver discusso a lungo su questo soggetto, si venne alla conclusione che chi riusciva a comandare alla gallina, avrebbe fatto una grande invenzione, una grande scoperta!... Da lì la scintilla delle fantasie iniziò: “Silenzio! Disse Giuan, bisogna riuscire ad ammaestrare e dirigere una gallina. Bisognerebbe riuscire a farla ballare e, se non troviamo lavoro come muratori, possiamo andare per i mercati, nei paesi venezuelani a presentare lo “show” del “ballo della gallina”. “Ma come?”. “Bisognerebbe metterla su una lastra o lamiera riscaldata e contemporaneamente far girare un disco. Vedrai, quando sente il caldo alle grinfie, come balla!”. La sera stessa, prima di lasciarci, ci mettemmo d’accordo come procedere. Giuan doveva procurarsi una lamiera di metallo; Agnulìn avrebbe messo a disposizione la “lisciàrie” (lavanderia) e la gallina; io il fonografo con i dischi. Il giorno seguente, eccitati ed entusiasmati per il nuovo esperimento, ci trovammo puntuali nell’aia della nonna di Agnulìn. Agnulìn aveva già acceso il fuoco e Giuan, arrivato con la lamiera, la poggiò sopra. Quando incominciò quasi a divenire rossa, con un paio di pinze la prese e la mise sul pavimento. Contemporaneamente arrivò Agnulìn dal pollaio con una bella gallina grigia e, con poca grazia, la gettò sulla lastra semi-rovente, mentre io mettevo in funzione il grammofono con un disco al ritmo di samba. Immediatamente la gallina incominciò a saltellare con una gamba avanti e l’altra indietro, sbattendo le ali e “cocodando” per il bruciore alle grinfie. Sembrava seguire il tempo e la musica a perfezione! Ci abbracciammo dalla contentezza. Agnulin sparì e in breve riapparve con un boccale di vino. Brindammo all’avvenimento! Intanto i ragionamenti, anche se noi eravamo presi dall’euforia, incominciarono a venire a galla: “è ovvio che con la lastra e il fuoco non si può nascondere il trucco! Sappiamo che così si può fare ballare la gallina, ma bisogna studiare un altro metodo” - “Il segreto è poter controllare la lastra senza venire scoperti” - “E se riscaldassimo la lastra con l’elettricità? Sarà più controllabile, perchè si può controllare accendendo e spegnendo l’interruttore dietro le quinte senza essere visti”. “Buona idea, domani faremo anche questo esperimento. Abbiamo bisogno di un filo elettrico e di una spina” - “Ma dove lo connettiamo?” - “è vero!” - “Nella casa della mia nonna, non possiamo, scoprirebbero tutti i nostri piani”. Intervenne Agnulìn: “Però possiamo attaccarlo alla presa di corrente fuori della stalla; là nessuno ci scoprirà e neanche si userà il contatore, perchè non è collegata con questo” - “Io ho un bel rotolo di filo elettrico che usavamo quando si illuminava, con i globi cinesi per la festa di San Ermacora”. E Giuan: “Io mi occupo di procurare un vecchio fornello elettrico, dalla bottega di Renato, dove proprio pochi giorni fa ne vidi uno”. Il giorno seguente, puntuali all’appuntamento, si sperimentò la nuova idea. Messo il fornello elettrico per terra con sopra la lastra metallica ed attaccato il filo della luce alla presa sopra la stalla, senza essere visti da nessuno e messo un recinto in giro alla lastra, si iniziò l’esperimento. Aperto al massimo il fornello elettrico e messo in funzione il grammofono con il frenetico ritmo della samba, Agnulìn arrivò con una nuova gallina che mise nel recinto (quella precedente aveva arrostito un po’ troppo le proprie grinfie). Andava alla perfezione! Ballava come una gallina “cubana”. “Chiudi la corrente, vediamo finché dura il caldo”. Con l’orologio alla mano si controllava il tempo che richiedeva il raffreddamento. Intanto la gallina continuava con il suo ritmo a pieno vapore e a piena cadenza. Una cannonata! E che perfezione! Ogni giorno prove, controllare il tempo e sempre nuove domande e altrettante discussioni sul come risolverle. Ad esempio: “Andando nei paesi fuori delle grandi città, dove ancora non c’è corrente elettrica, cosa faremo?”- “Con il fuoco l’abbiamo già scartato, con le batterie?” - “Ma se non c’è la corrente come facciamo a ricaricare le batterie? E poi, sono anche pesanti” - “Allora, con la dinamo!” - “Buona idea”. Allora via a prendere la bicicletta e, girata alla rovescia, si provò anche quella. Era troppo faticoso girare i pedali a mano. Allora si fece una specie di cavalletto e si provò a pedalare Era assai più semplice, però la lastra non si riscaldava sufficientemente, perché la corrente era troppo debole. Mi ricordai che, quando papà era rimasto paralizzato a metà corpo, come terapia avevamo affittato, dalla locale farmacia, una cassetta dinamo. Da questa cassetta uscivano due fili con due pezzetti di tubo di ottone alle due estremità, che venivano impugnati da mio padre; io operavo la manovella della cassetta e, a secondo della velocità, dalla dinamo emanava una continua corrente elettrica: “Con questo metodo si risolverebbe il problema e non si sarebbe scoperti; basta essere dietro ad una tenda o altro riparo”. Dovetti usare tutti i metodi di persuasione per poter, legittimamente, ottenere dal farmacista questa cassetta, implicando la nonna di Agnulin per estreme necessità di terapia, perchè colpita da paralisi! Appena avuta la cassetta, subito una riunione speciale per fare le prove. Non occorreva più riscaldare la lastra, non più perdita di tempo ai preparativi, tutto sarebbe stato risolto istantaneamente. La prova andò meglio dell’aspettativa. Attaccati i due fili alla lamiera ed azionata la dinamo, la piastra non aveva più bisogno di scaldarsi, mai! Il passaggio della corrente era sufficiente ad “elettrificare” la gallina, che reagiva saltellando al suono della samba e ballando a tempo perfetto! Che scoperta! Non si finiva di rallegrarci l’uno con l’altro: “Adesso non ci sono più dubbi, possiamo intraprendere la nostra spedizione in Venezuela ed accertarci di essere, anche se non provetti muratori, almeno domatori di galline”. Immaginarsi che scoperta! Tre friulani sono riusciti a far ballare l’animale più stupido di questa terra: la gallina! E addirittura una scoperta sensazionale! ... Eravamo così presi da questa euforia, che nei giorni seguenti ci si dimenticò pure di continuare a fare i “calli”! Si scrisse subito ad una ditta di Milano per farci mandare una di queste cassette dinamo. Si decise che la gabbia con la lamiera si sarebbe fatta sul posto, quando si sarebbe arrivati in Venezuela. Si era deciso (e provato), come iniziare lo “show”, chi doveva fare il “Master of Cerimonies” e come presentare l’evento al pubblico. Si era pensato a tutto, a qualsiasi situazione si presentasse, come una spedizione di veri esploratori! Dopo settimane di prove e riprove, si votò in favore di Giuan come presentatore dello “show”, un po’ per la sua faccia tosta, un po’ per l’accento convincente del suo spagnolo... Era pressapoco così: “Señores y señoras, la gallina es l’animal mas tonto del mundo... A ora ve damos uno spetacle sensacionàl! Mai esistido prima de ha hora... Es la scuvierta del siglo! Después agnos de studios e de pràcticas, el doctor Juan con los assistentes Luigine e Angel son riuscidos a far baillar esto animal, considerado dellos scienziados de todo el mundo, el mas tonto de todos. Adelante! Vamos, señores y señoras, vamos ad admirar esto raro spetacle... Solamente par dies centàvos! Maestre, musica por favor! Una samba por favor! Mira che movimientos ea tiene... Es un milagro de la voluntad, de la dedicaciòn e de la ciencia de los doctores... Adelante!... Vamos!...” Non si era ancora arrivati ad accordarci sull’uso di un papagallo o di una scimmietta per distribuire i “Pianeti della Fortuna” agli spettatori. Questo problema doveva essere risolto una volta arrivati sul posto. Le reminiscenze, i cari ricordi continuarono fino ad ore piccole, divenendo sempre più vivaci ed allegri, anche perchè innaffiati da buone bevande. L’invenzione del “Ballo della Gallina”, non fu mai brevettata. Agnulìn e Giuan non sono mai andati all’estero ed il loro problema fu così risolto! Invece Luigino Cavalèt si è trovato a fare il “farmaiolo” (contadino), a Saint Pascal de Baylon, minuscolo villaggio di poche anime, con una grandiosa chiesa, sperduto nell’immenso territorio canadese, guadagnandosi, delle belle mani ruvide e un paio di bei “calli” ingialliti e duri. Questo, grazie alle vesciche fatte con Ovidio nella “fornasàte” di suo padre, “Filip Cjocjo”! |