A Buia in bicicletta (ma meglio a piedi) di Renzo Valente | |
Io ho visto per la prima volta Buia (nel senso di vederla per considerarla quanto merita) soltanto qualche anno fa. Intendiamoci: tempo indietro vi ero stato non so quante volte, dato che ero e sono di quel genere di Friulani (e spero di non essere fra i pochi) che, intanto, vanno a vedersi il Friuli e poi, se c'è spazio, anche l'estero qua vicino, che qualcuno, invece, conosce benissimo e il Friuli un po' meno. So di uno, per esempio, il quale, a quasi quarant'anni, l'altro giorno è venuto con me a San Daniele che non vi era mai stato, mentre di Klagenfurt e di Lubiana (e Dio mi guardi dall'intenzione di volerle boicottare) sapeva a memoria. A Buia, dunque, vi ero andato anche prima e proprio se non moltissime volte esse furono abbastanza per poter dire di avervi una certa confidenza con le strade, la piazza, le case e, soprattutto, con le rive in su, le quali mi sono sempre costate non poca fatica, nonostante che io le abbia « fatte » stando seduto. Ma ero seduto non già al volante di una automobile sibbene al manubrio di una bicicletta. Seduto per modo di dire. Ai tempi a cui mi riferisco, del resto, era un lusso anche la bicicletta, costava, e non si diceva affatto per snobbare i « signori » che la campagna e la collina andavano vedute in bicicletta e non mai in automobile, ma, al contrario, lo si affermava con la sincerità dei missionari, cioè senza alcuna invidia nei riguardi di coloro che ci sorpassavano nelle « 503 » o nelle « 509 » dandoci, ovviamente, il « fumo » e, ahimè!, non soltanto metaforico, siccome la polvere delle strade di quella volta era tanta e tanta che mi vengono ancora i brividi. Secondo me, e anche secondo altri, la bicicletta era (e lo sarebbe tuttora, peccato che, coi tempi che corrono, si sa di partire ma non di ritornare) il mezzo ideale per arrivare a captare e a penetrare tutti i segreti della terra, (una sorta di tete-a-tete, direbbero i francesi) della quale, passandovi pedalando, non sfugge neanche il volo di un'ape, l'odore di un fiore, il risveglio di un nido, tanto l'ambiente diventa subito famigliare, casalingo, intimo. Chi viene a Buia, per esempio, ruggendo nella « Jàguar », può darsi che stia anche comodo, non dico di no, ma penso che il senso del posto in cui si trova gli debba sfuggire, come, talvolta, la fortuna viene al distratto e questi se la lascia scappare. Dunque Buia, nonostante che io me l'avessi goduta spesso facendo mulinare la pedivella a giri alterni, a seconda del tornaconto fisico e morale, vale a dire alla maniera più adatta alle possibilità dei polpacci e alle esigenze del panorama, soltanto qualche anno fa ripeto, me l'ho vista come veramente essa va vista: cioè dall'alto e da fermo. Fui quella volta nella casa di un piccolo buiese, di un cittadino di Buia, il quale, tuttavia, è piccolo solo di statura mente piccolo non è nè per la fama nè per il cuore. Un Ursella, insomma, che di Ursella Buia ne ha tanti quante un formicaio le formiche. La sua casa è piccolina come lui, è appesa sulla cima più alta del paese e, ovviamente, eliminando ogni altro concorrente, aquiletta gentile, le rimane tutto ai piedi. La casa ha un balcone meraviglioso. A guardare da dentro, prima di affacciarvisi, si vede solo verde e azzurro. Da lassù si beve un Friuli minore, campagnolo e dimesso, alberi, case e campanili, un belvedere su altri colli, su vigne e su frutteti, sulla lunga e vasta pianura verso il Tagliamento, verso Udine, che digrada a perdita d'occhio, tutta a spicchi e a trapezi verdi e bruni. Questo particolare del « compendio dell'universo » non ha la pretesa incantatrice della montagna nè la facile suggestione del mare. E' un Friuli quieto, confidenziale, alla mano. Uno sguardo in giro in giro da quella specola, stupendo è il paesaggio, tutto ville e castelli, poggi e poggetti, conche e vallette, catini smaltati, cuscini di smeraldo, campi e prati, acacie e sambuchi, vecchie case tinteggiate dal sole che trafora a stento le pergole, i glicini, i venerandi « cocolârs »: dolce, caro, minimo Friuli dalle sere miti e serene, suscitatrici di memorie e di nostalgie nelle ore in cui scendono dai tetti, con le ultime voci dei passeri, i tondi rintocchi dell'Avemaria! Avilla, Madonna, Urbignacco, S. Floreano e Santo Stefano, a vederle da quel poggiolo, pare che danzino tutt'intorno alla casa come fanciulle in festa, inghirlandate di ciliegi in fiore, fasciate da lunghi filari di viti, la bocca ridente piena di acini maturi dal succo dolcissimo che tracima sulle labbra lucenti, « la più chiara e allegra borgata che si sia mai vista spingere i suoi comignoli fuori dal verde fogliame ». Caro, piccolo Friuli, Buia cara, delizioso paese sulla collina, stradine candide come frattini di gesso sulla lavagna che girano in mezzo al granoturco, al frumento, alle segale dorate, ai fiori di patata, all'orzo, ai girasoli e al tabacco; che sfiorano i castagni, attraverso pescheti e pomari, toccano ciliegi, gelsi e pioppeti; che abbracciano cortili, fenili e stalle; che si accostano alle braide e agli orticelli, una popolazione affollatissima di menta, di basilico, di prezzemolo, di carote, di sedani, di maggiorana, di rosmarino e di timo, d'aglio e di cipolla, freschi tappettucci di insalata e di radicchio, boschetti di pomidoro, di fagioli, di piselli e di zucche, caro Friuli di cui non dovrebbe sfuggire niente a chi lo ama come merita di essere amato. Altro che « Jaguar »! Niente più in bicicletta: a piedi e senza nessuna premura, come le lumache. |