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I bambini e il terremoto di M. Comino, M. Comoretto, C. Papinutto | |
Gnot dal sîs di mai Dut al tâs une sisilute bessole e sgherle! Daurman nûi di claps e cjases dolôr e pôre. Nol è pui odôr di país.
La nonna di Stefania
Perché parlare a scuola di quel terremoto? Le ragioni sono tante, e coinvolgono aspetti didattici, metodologici, culturali, educativi. Quelli culturali ed educativi sono di gran lunga i più ampi, forse i più importanti: il terremoto è stato un grande evento nella storia del nostro territorio e della comunità che lo abita e, come tutti i grandi eventi storici, deve essere conosciuto anche dai bambini. Formare una coscienza ed una memoria storica in coloro che domani saranno cittadini adulti significa renderli consapevoli del perché il loro paese ha una propria faccia, attraverso la quale essi lo conoscono e lo amano, e significa anche renderli coscienti della situazione in cui dovranno vivere, costruire le loro case, svolgere le loro attività. Ma non basta: i bambini di oggi, così spesso confusi dai mezzi televisivi di fronte a ciò che è "finto" e ciò che è reale, devono rendersi conto che l'esperienza del terremoto non è un film passato sullo schermo come uno dei tanti programmi TV o come un videogame, e non è qualcosa che può capitare solo agli altri, a gente sconosciuta, lontana o segnata da qualche destino particolare: è invece una parte veramente vissuta e sofferta dai loro genitori, famigliari, conoscenti, i quali l'hanno affrontata e superata con sacrifici "veri" e con un impegno lungo, personale e quotidiano. Anche l'aspetto storiografico ha la sua importanza, per una duplice ragione: la prima è che gli alunni possono capire che le fonti di informazione per la ricostruzione storica sono spesso più a portata di mano di quanto si crede, nelle stesse famiglie; la seconda ragione è che tutti i grandi eventi sono scritti sui libri e sui giornali ed hanno un significato solo in quanto sono la somma di tante storie personali. Questo è il senso dell'indagine che le scuole elementari di Buja hanno avviato nelle famiglie per conoscere ciò che accadde venti anni fa, nel 1976. Le descrizioni (ma anche le poesie, le fotografie, le registrazioni) inviate da genitori, nonni, amici di famiglia testimoniano quanto questo evento sia ancora presente nell'animo di tutti, scolpito in tre aspetti essenziali di cui le tre scuole offrono alcuni tratti significativi: la paura e il dolore (scuola "C. Percoto" di Madonna), la vita nell'emergenza scuola "Maria Forte" di Avilla) e la solidarietà che ha dato al paese la forza di rinascere (scuola "A. Manzoni" di Santo Stefano). La sera del 6 maggio ero nella cucina del ristorante del castello di Susans e stavo preparando la cena per alcuni clienti. Ad un certo punto ho sentito un gran rumore e ho pensato che fosse scoppiato il bombolone del gas e così ho cercato di uscire dalla porta posteriore, ma quando l'ho aperta c'erano solo sassi e macerie che ostruivano l'uscita. Allora un cuoco mi prese per mano e mi guidò verso l'uscita principale. Appena fuori, mi sono resa conto che era stato il terremoto. La mamma di Roberta
Avevo quindici anni ed ero a scuola a Gemona; quel pomeriggio ero in officina con i miei compagni di classe; avevamo molta sete ed andando a bere ai servizi ci accorgemmo che l'acqua aveva un sapore strano, simile allo zolfo. Alle 17,30 tornai a casa con la corriera ed andai a dormire perché avevo mal di testa; ad una certa ora scesi in cucina per bere e sentii qualcosa tremare ma non feci molto caso, non avendo mai sentito una cosa simile. Mio nonno che stava cenando mi disse: - Stai fermo che c'è il terremoto! Il papà di Martina
Mi trovavo in Tonzolano per aiutare mio cugino ad ampliare una stalla. Terminato il lavoro, ci stavamo lavando le mani, quando improvvisamente la casa cominciò a scricchiolare, la luce si spense ed io, preceduto dai parenti, mi ritrovai in cortile. Sentimmo il boato dei palazzi che crollavano a Maiano. Decisi di ritornare a casa, a Solaris, e partii con l'auto. Arrivato in piazza mercato, vidi che era crollato il cinema Tabeacco e la strada era ostruita. Decisi di deviare per Camadusso, percorsi la strada del cimitero e, quando arrivai a Madonna, presso la latteria, mi fermai allibito. Attraverso le mura squarciate del campanile, vedevo la luna. Proseguii a piedi scavalcando le macerie, giunsi in fondo al mio orto, vidi la mia casa ancora in piedi e trovai mia madre salva. Il papà di Davide Mi trovavo con un gruppo di amici nel cortile della scuola materna per provare la recita che avremmo dovuto fare per la festa della mamma. Appena arrivò la maestra Teresina, salimmo sul palco montato nel cortile ed iniziammo le prove. Mio fratello intanto stava aggiustando la giostra dei piccoli. Tutto ad un tratto sentimmo tremare il palco; gli altri ragazzi incolparono me perché ero appoggiata ad un palo di sostegno, ma io dimostrai loro che, con tutta la mia forza, non avrei potuto muovere quell'impalcatura. Non finimmo la discussione che ci fu il finimondo: era la seconda scossa. La mamma di Simone
Quando sono uscito da casa, ho visto che dal pozzo del cortile usciva l'acqua senza che nessuno la pompasse. Il rio Ramp che in quel periodo era asciutto, si era riempito improvvisamente d'acqua. Le stradine di Campo si erano spaccate. Il papà di Elena
Stavo rientrando a casa da Tarcento, quando ad un certo punto pensai che si fosse bucata una gomma perché l'auto sbandava da tutte le parti. Scesi dalla macchina e mi accorsi che stava accadendo qualcosa di incredibile. Il nastro d'asfalto si muoveva come se fosse vivo e nell'aria si sentiva un odore strano. Il papà di Matteo
Avevo 17 anni ed abitavo a Qualso. Quando ho sentito la prima scossa, ho pensato che ci fossero i carriarmati che transitavano sulla strada; dopo la seconda scossa, sono corsa fuori assieme alla mamma e alla sorella gridando e chiedendo a Dio di non far cadere la casa. Verso mezzanotte, mio fratello, che era militare a Tarcento, è venuto a vedere come stavamo. Invece mio padre che era partito con il camion nel pomeriggio, era già a Milano e non riusciva a mettersi in contatto con noi. La mamma di Eva
Stavo svolgendo il servizio militare a Udine. Ero in caserma quando sentii le due scosse e la mia prima impressione fu quella che parte del fabbricato potesse crollare. Scattò l'allarme e si sparse la voce che la zona più colpita fosse quella di Gemona e dei paesi vicini. Pensai di fuggire per raggiungere i miei genitori ad Urbignacco ma non era possibile. In seguito arrivò l'ordine di prepararsi per raggiungere Gemona e portare soccorso alle persone rimaste sotto le macerie; purtroppo tra le tante vittime c'erano anche i miei compagni della caserma "Goi Pantanali". Il papà di Raffaele
Dopo cena uscii di casa a piedi per incontrare gli amici al bar, le strade erano deserte e nei prati si sentivano cantare i grilli. Giunto al bar, gli amici agitati mi chiesero se avevo sentito una scossa di terremoto. Non feci in tempo a rispondere che arrivò una seconda scossa più forte e più lunga. Mi precipitai in strada seguito dagli altri. Fuori c'era un gran fracasso di tegole e calcinacci che cadevano e si faceva fatica a rimanere in piedi. La corrente elettrica si interruppe subito e, dalla vicina cabina dell'ENEL, si vedevano uscire grosse scintille e fiamme. Il papà di Raffaella
Abitavo ad Osoppo e quella sera stavo passeggiando con la mia amica Fiorenza in una stradina di campagna. La mia prima impressione fu che fosse scoppiato il deposito di munizioni della caserma militare. Subito cominciammo a correre verso la casa dei nonni senza parlare e, quando li vedemmo, ci gettammo fra le loro braccia piangendo. La mamma di Anna
Cercai di uscire di casa ma, siccome il pavimento e le pareti parevano toccarsi, non mi fu possibile e così assieme ad una mia zia rimasi sotto le macerie per ben 8 ore. Per mia zia non ci fu nulla da fare; io, nonostante le fratture e le contusioni, riuscii a scavarmi un varco e ad uscire da quell'inferno fatto di sassi, legno, pietre, mobili e tanta polvere. Verso le cinque del mattino vidi la luce dell'alba e capii che il peggio era ormai passato. La mamma di Isis
Ho raggiunto a piedi Arrio dove abitava mio zio; la scena era raccapricciante in quanto la sua casa alta otto metri era ridotta a un cumulo di macerie dalle quali uscivano i lamenti di mia zia e dei suoi figli; lo zio era già morto. Con pale, badili, picconi, leve, scavammo fino alle prime luci dell'alba senza localizzarli. Alle sei del mattino arrivò una pala meccanica che fece una buca nella strada; quindi aprimmo un varco nei muri della cantina riuscendo ad estrarre i superstiti. L'emozione fu grande e mai avrei immaginato che la vita di tanta gente sarebbe cambiata in modo così traumatico. Nelle prime settimane dopo il sisma ebbi modo di scoprire la sensibilità e generosità di molte persone che si adoperarono per aiutarci. Vorrei ricordare in particolare gli austriaci di Wolsberg che annualmente incontro ancora. Il papà di Stefano
Il nostro vicino di casa, Roberto, possedeva un camion; si offri di trasformarlo in dormitorio per i bambini e gli anziani. Dopo tre giorni i militari ci installarono un'ampia tenda dove sistemammo una trentina di letti. Nella tenda c'era anche la luce ma mancava l'acqua potabile. Il rifornimento veniva fatto con i camion militari ma con tante persone era un problema avere l'acqua pulita! La mamma di Serena
Passammo la notte all'aperto, seduti su un muretto, confusi, impauriti. Di tanto in tanto la terra continuava a tremare e in lontananza si sentivano le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco. Alle prime luci dell'alba, non avendo notizie del mio fidanzato, decisi di andarlo a cercare. Con qualche difficoltà arrivai con la macchina fino a Codesio basso e, trovando la strada sbarrata dalle macerie, dovetti continuare a piedi fino a casa sua. Era salvo, ma con una ferita alla fronte e così lo accompagnai all'ospedale di S. Daniele dove fu curato. Nei giorni che seguirono arrivarono aiuti dall'Italia e dall'estero. Finita l'emergenza, s'iniziò a riparare e ricostruire le abitazioni. Tra le squadre di volontari, alcuni alpini del Trentino ogni fine settimana venivano a Buja per costruire alcune casette. Tra loro c'era un giovane di nome Ivano che simpatizzò subito con mia sorella e poi la sposò. La mamma di Fabrizio
Lavoravo in Svizzera. Alle otto del 7 maggio, l'ingegnere mi chiamò vicino alla sua macchina e mi fece ascoltare il giornale radio. Mi vennero i brividi quando sentii della tragedia che si era abbattuta sul Friuli. Provai subito a telefonare ma non ebbi nessuna comunicazione. Dissi all'ingegnere: - Devo andare a Buia. - Telefonai al mio datore di lavoro che era già al corrente di quanto accaduto: voleva accompagnarmi, io rifiutai perché pensavo che da solo sarei arrivato prima. Feci 700 chilometri fermandomi solo per la benzina. A Udine sbagliai strada ed arrivai a Fagagna; da li vidi la chiesa di Monte che sembrava intatta col suo campanile. Quando giunsi nel mio borgo, tutta la gente era sulla piazza. Mi avvicinai a mia madre che mi abbracciò e disse: - Vedi, come siamo ridotti? - Io le risposi: - Ci sono stati altri terremoti, guerre, cicloni, alluvioni. Non preoccuparti, si ricomincia da capo -. Lo zio di Marisa
Nostro padre, che lavorava all'estero, solo dopo due giorni, senza sapere nulla di noi, ha potuto riabbracciarci e raccontare che stavano per affluire nella nostra regione soccorsi militari e volontari da tutta Italia. Nella disgrazia, la gente friulana, grazie all'aiuto di tante persone, ha ricominciato a vivere rimboccandosi le maniche con umiltà e dignità. A maggio di quest'anno ricorrerà il ventesimo anniversario; un ricordo particolare andrà alle tante persone morte sotto le macerie della propria casa costruita con tanti sacrifici. La mamma di Regina Subito dopo "la notte", passato lo stupore, lo sgomento, la rabbia, le incertezze ma non la paura, mi sono resa conto che tutto era cambiato. Anche se la mia casa aveva diverse crepe ed aperture, era in piedi ed era agibile; si poteva entrare. Ma chi aveva il coraggio di rischiare? Ogni volta che si metteva il piede dentro, c'era una scossa che ci ricacciava fuori. E allora, visto che la vita doveva continuare, decidemmo che ci si doveva rimboccare le maniche e vivere! Le nuove case furono prima le tende e i box, poi le baracche; la nuova realtà erano le tendopoli e le baraccopoli, dove la gente cercava di rinascere compiendo piccole cose quotidiane. La zia di Michael
Poche ore dopo il tragico evento già erano arrivati i primi soccorsi, sia ad opera dei volontari che dei militari. In pochi giorni furono allestite le tendopoli con delle cucine da campo e con i servizi igienici. C'erano poi dei medici volontari venuti da tutto il Paese. Per i bambini c'era un'esperienza tipo campeggio. Di sera i giovani volontari accendevano un fuoco, si sedevano intorno, suonavano la chitarra e cantavano canzoni. La cosa faceva piacere a tutti, grandi e piccoli. Tutti ci si dava da fare: le donne aiutavano a turno nelle cucine, gli uomini si recavano nei posti di lavoro a vedere se potevano fare qualcosa per riprendere l'attività. Tutti cercavano di salvare le loro cose recuperandole dalle case pericolanti, e chi aveva la casa in piedi ospitava i mobili degli altri. Una conoscente di Nicola
Ci si adattava a vivere in qualunque condizione, senza alcuna esigenza. Noi ci eravamo radunati tra parenti e vicini di casa formando una piccola tendopoli, dove le mamme e le nonne si riunivano a preparare il pranzo a tutti coloro che si presentavano verso l'ora del mezzogiorno: quelli che lavoravano nelle borgate o nelle case venivano ospitati anche se non si conoscevano per niente. La cucina era combinata sotto una tettoia, con un gas e un vecchio lavello recuperato in una casa. Il problema più grosso era come lavarsi e come andare ai servizi! Da noi un gruppo di persone aveva scavato un grande buco nel terreno, e lo aveva recintato con dei teli di nailon: questo era il nostro gabinetto. Quanto a lavarsi, nei primi tempi si usavano delle bacinelle dove si raccoglieva l'acqua, anche quella piovana. Nella mia famiglia ci si ritrovava solo per andare a dormire, perché eravamo tutti impegnati a lavorare o ad aiutare chi aveva subito danni più grandi dei nostri, per cui bastavano poche parole prima di coricarsi e già si pensava al lavoro dell'indomani. Il papà di Stefania
Nelle tendopoli c'erano tende e contaíners, nel campo sportivo c'era la cucina gestita dai militari; accanto c'era la tenda della sanità con l'infermeria. Per i bambini c'era un campo giochi dove alcuni volontari li tenevano a bada con qualche intrattenimento divertente. Gli adulti cercavano in continuazione nelle case e nelle fabbriche, tentando di salvare quello che era recuperabile e tenendo d'occhio eventuali atti di sciacallaggio. Non c'era sabato né domenica, e tutto si muoveva senza sosta in mezzo a tanto sconforto e a tanta disperazione, specie nelle persone anziane che si chiedevano se mai più avrebbero visto ricostruito il loro paese, le loro vecchie case cariche di ricordi belli e brutti, che avevano visto anche gli orrori della guerra. La mamma di Sabrina
La mia famiglia, insieme ad altre cinque, quasi un piccolo borgo, abbiamo passato l'emergenza dapprima sotto a dei teli di nailon, poi su un camion coperto, nelle tende che ci furono assegnate (una grande e due piccole) ed infine, dopo la scossa di settembre, in una baracca di legno costruita da noi. Solo per dormire nelle tende ci siamo divisi in tre gruppi, per il resto ci siamo sempre trovati tutti assieme. All'inizio mangiavamo alle mense dei militari, poi, entrando ed uscendo nelle case più in buono stato tra una scossa e l'altra, abbiamo recuperato salame, formaggio, pentole e fornelli e ci siamo attrezzati organizzando la cucina negli angoli del cortile che ci sembravano più sicuri. Diverse case nel nostro gruppo avevano pompe d'acqua e c'erano anche servizi igienici all'esterno. Passavamo il poco tempo libero cercando di organizzare tutti insieme il rientro nelle case, ma anche parlando per scacciare le paure che alle volte ci assalivano e perfino ridendo e scherzando per cose semplici, che ci facevano capire che stare tutti insieme era anche una cosa bella! Il papà di Marco
lo ho vissuto l'emergenza nello scantinato della casa che allora era in costruzione. Era senza finestre né porte. Con noi c'erano anche i vicini. Per mangiare usavamo un fornello e per dormire avevamo sistemato i materassi per terra. 1 soldati passavano con l'autobotte a portarci l'acqua potabile, che veniva usata con parsimonia. L'acqua del rubinetto veniva utilizzata per lavarsi, ma era più sporca che pulita. Il papà di Serena
Quella notte abbiamo dormito nel prato. Sentivamo le sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco che andavano nei luoghi più in difficoltà, ma la nostra casa non aveva subito danni. Allora ci organizzammo a vivere nel garage, usando anche i servizi di casa. La mamma di Michela
Ricordi brutti. Momenti difficili. Giornate terribili. Ansie indescrivibili, ma anche qualche nota serena, se non allegra. Molta solidarietà. Le prime notti si trascorsero in auto. Si dormiva per modo di dire, in maniera molto scomoda. Non potendo allungare le gambe, con gli occhi ancora chiusi per il sonno si scendeva da quel rifugio molto precario e si andava a fare un giretto nei prati vicini, visto che ci eravamo rifugiati in un capannone che si trovava in piena campagna e che, grazie a Dio, non aveva subito danni. Il telefono funzionava, l'acqua scorreva dal rubinetto e c'era anche un fornello per fare da mangiare; ci si poteva lavare, pulire le verdure, vivere, insomma, senza grosse difficoltà. Ma... vennero i giorni di pioggia. Bisognava provvedere ad un ricovero migliore dell'auto almeno per le persone che temevano di dormire nel capannone. Arrivò una tenda. Venne installata con qualche difficoltà e con molte risate. La notte, sotto i materassi, sentivamo le talpe che, indifferenti al nostro bisogno di sonno, continuavano a scavare le loro gallerie. Una notte si scatenò un forte temporale e dovemmo tenere la tenda con tutte le nostre forze perché il vento non ce la portasse via. Inciampai spesso nelle corde della tende e, ogni tanto, mi capitò anche di cadere in maniera rovinosa. Ruppi perfino una costola in uno di questi capitomboli, ma lo seppi soltanto qualche anno dopo. Finalmente riuscimmo ad avere una roulotte. Ci sembrò di toccare il cielo con un dito. L'inverno si avvicinava e perciò la fornimmo di stufetta elettrica e televisore. C'era però un inconveniente: al mattino, quando ci alzavamo, ci sentivamo umidi ed infreddoliti a causa della condensa che si formava durante la notte con il nostro respiro. Anche le coperte, e più di tutto i materassi, erano bagnati. Fummo costretti ad avvolgerli in carta da giornale che ha azione assorbente. Non ripeterei quell'esperienza neppure per andare in vacanza alle Seicelle. Restammo a dormire nella roulotte per ben otto mesi e non ci ammalammo mai. I ragazzi furono trasferiti, chi a Bolzano, chi a Brescia, chi a Livorno da parenti ed amici. Nicola e Stefano rimasero; dormivano nel capannone, su brande. Quella di Nicola si notava subito, perché era carica di giornaletti e cartine di caramelle: sapeva come confortarsi in tempi cosi difficili! La zia di Francesca
Le prime notti dopo il terremoto la gente le passò dormendo sulle auto o in posti di fortuna. Poi furono organizzate le tendopoli con le cucine militari da campo. Il primo inverno si trascorse nelle roulotte, o in piccole case di legno donate o costruite coi propri mezzi. Il papà di Alessandra
Quella notte, molti non riuscirono a mettersi in salvo dal crollo delle proprie case; gli altri, più fortunati, furono salvi, ma senza un tetto. Per loro ci sarebbero state le tende, le roulotte e le baracche, fino a quando non poterono ricostruire la loro casa antisismica. Nei centri colpiti, i volontari lavorarono febbrilmente, fino allo stremo, sotto la luce delle fotoelettriche dei militari e dei vigili del fuoco. Nell'ospedale di Udine l'afflusso dei feriti era indescrivibile. I medici furono mobilitati tutti per affrontare l'opera di soccorso. Un aiuto insostituibile fu quello dei militari, che si prodigarono per aiutare i feriti, installare fotoelettriche, tende e cucine da campo e distribuite coperte e generi alimentari. Il papà di Federico e Massimiliano
Dopo una breve degenza in ospedale a Udine (ero stata ferita la notte del 6 maggio) fui ricoverata all'Ospedale della Marina Militare, montato nel campo sportivo di Arrio. Lì dovevano essere continuate le cure. La prima notte sotto la tenda dell'ospedale fu movimentata dallo scatenarsi di un violentissimo temporale. Durante la notte giunsero parecchie persone, che arrivavano da altre tendopoli per trovare rifugio, in quanto la forza del vento aveva sradicato dai puntelli le loro tende. Solo al mattino capii il perché dello spostamento di tanti camion durante la notte: per maggior sicurezza, le tende da campo erano state ancorate agli automezzi. Fra le varie persone ricoverate ricordo con simpatia un anziano signore, sempre in pigiama, con i pantaloni arrotolati fino al ginocchio. Girava indaffarato con un rotolo di carte geografiche molto dettagliate. Aveva un comportamento da stratega, sempre pronto a dare suggerimenti a tutti. Non si fece problemi neppure per darne all'ammiraglio, quando questi atterrò con il suo elicottero fra le autorità. Una curiosità che mi è rimasta insoddisfatta è stata quella di non avere mai saputo cosa conteneva quel baule che ogni mattina faceva portare all'aperto da due marinai, per poi riportarlo alla sera accanto alla sua branda. La mamma di Francesca
Forse bisognerebbe mitigare un poco il ricordo angoscioso di quei giorni tremendi, densi di paura, di ansia, di incertezza, quando tutto ciò che ci circondava non era più una sicurezza. La casa crollata, tante persone, conosciute e sconosciute, non c'erano più, l'acqua mancava, la polvere stagnava sulle nostre teste, la luce non rischiarava più, il telefono taceva, le macerie avevano trasformato un mondo vivo, a noi caro e conosciuto, in qualcosa di irreale e pauroso che faceva comprendere all'improvviso quanto poca cosa fosse l'uomo di fronte alle forze scatenate della natura. Ebbene, nonostante tutto ciò, nell'immediatezza di quanto accaduto, passata la naturale paura, rimboccate le maniche, molti si diedero da fare per ripristinare in ricoveri di fortuna i servizi essenziali. E qualche persona di spirito faceva anche circolare qualche battuta, quasi ad irridere l'Orcolat, il mostro immortalato dal nostro compaesano e amico Matiute Tove (Monassi), nella sua medaglia. Ricordo con piacere due di quelle storielle: "Due anziani piuttosto alticci stanno rincasando ed uno di loro sta infilando la chiave nella toppa nel preciso momento in cui si scatena la scossa più forte. - Ce fatu, po? - chiede il primo. - `O varai sbagliade claf, e mi e lade in moto la cjase!' - Gli risponde l'amico". "Due amici si arrangiano ad organizzare da sé i servizi più urgenti. - Cemût atu sistemât l'implant da Paghe? - Chiede uno all'altro. - Vonde ben - risponde l'amico, - ma `o ai pore di ve sbagliât alc, parecche tal lavandin mi ven ju aghe frede e tal vater mi scoti ogni volte! ".
Quella sera a Gemona dopo il sisma ho sentito piangere un bambino, era tenuto fra le braccia di una zia morta e seppellita sotto le macerie della casa. Dopo aver scavato, mentre continuavano le scosse telluriche, sono riuscito a tirarlo fuori sano e salvo. Ora quel bambino ha 21 anni e ogni volta che lo rivedo provo una grande gioia. Ho estratto dalle macerie molta altra gente, avrei voluto salvarne di più, ma per molti non c'era più speranza. Il papà di Romina
La mattina dopo il terremoto, ero in ospedale per curare una ferita al piede. Lì c'erano molte persone ferite gravemente e tante come me con piccole ferite; ad un certo punto i dottori sono usciti dalla sala operatoria comunicando che avevano quasi finito le scorte di anestetico, e non sapevano come fare per tutti. Le persone che erano ferite leggermente si sono guardate negli occhi e hanno deciso di rinunciare all'anestesia a favore dei feriti gravi. La mamma di Georgia
Una mattina, ricordo, arrivò un gruppetto di ragazzi, militari di leva, mandati ad aiutare la gente a sgomberare le case da demolire. La nostra casa aveva crepe incredibili, ad ogni scossa sembrava dovesse crollare tutto e mia madre non voleva assolutamente che quei ragazzi rischiassero la vita per `quattro mobili'. Comunque, visto che insistevano, accettammo che sgombrassero il piano terra; poi però uno di loro, mi pare di vederlo ancora, era siciliano, salì al piano superiore e con il suo forte accento gridò: `Signò, le smontiamo anche le camere, è peccato lasciarle qui, sò troppo belle!'. La mamma si mise a gridare e a pregarli di scendere e lasciare tutto lì, ma non ci fu niente da fare: in un attimo liberarono gli armadi e ci buttarono giù tutta la biancheria dal terrazzo, poi si misero a smontare i mobili, mentre noi non sapevamo più se scappare o piangere, per il terrore che la terra tremasse ancora. Finalmente dopo quella che ci sembrò un'eternità, finirono il lavoro e se ne andarono così di corsa che non ricordo di essere neanche riuscita a ringraziarli e a noi non restò che preoccuparci di trovare un posto in cui sistemare le nostre cose. Quei mobili ci sono ancora, la nostra cameretta di bambine è ancora lì, dalla mamma, bella come sempre. Ogni volta che la guardo mi tornano in mente quei ragazzi generosi e un po' incoscienti; è merito loro se abbiamo potuto conservare le nostre cose, i nostri ricordi che ci hanno aiutato poi a superare tanti momenti duri e ci hanno permesso di ritrovare, anche in una casa diversa, quelle che sono le nostre "radici". La mamma di Elisabetta
Pochi giorni dopo arrivarono le squadre di soccorso e in mezza giornata montarono le tende per le famiglie senza tetto. La tenda numero uno era stata affidata alla mia famiglia. Io e mia sorella eravamo molto felici, ci sembrava di stare in campeggio; l'unica cosa che mancava era un buon piatto caldo, infatti poco dopo i volontari ci portarono un buon piatto caldo di pastasciutta. Però quel pranzo fu rovinato dal passaggio di una botte che spruzzava disinfettante. Mi ha rovinato il pranzo però mi sono reso conto di quanta gente avesse lasciato la propria famiglia per venire ad aiutare me ed altre persone sfortunate. La mamma di Davide C.
Un giorno, circa un mese dopo la notte del sei maggio, arrivarono a casa nostra due ragazzi di circa 20-25 anni, venivano dall'Olanda, in bicicletta, erano sporchi e anche affamati. In bicicletta, per venire ad aiutare un popolo che in un minuto aveva perso tutto ciò che possedeva! Quella sera, mangiarono al nostro tavolo, e dormirono in letti di fortuna, naturalmente fuori di casa, come tutti noi. La mattina seguente, mio padre e mio zio li accompagnarono fino a Gemona del Friuli dove prestarono la loro opera di solidarietà. Non li ho mai più visti, quei due giovani arrivati da un posto così lontano, per dare il loro aiuto a chi ne aveva veramente un grande bisogno. Ancora oggi, a vent'anni di distanza, quando penso a loro, lo faccio con tenerezza e gioia, accomunandoli a tutte le migliaia di persone che, per la ricostruzione del nostro Friuli hanno dato veramente tanto. La mamma di Costantino
Un gruppo di giovani volontari ci portarono alcune tende, una per ogni famiglia del nostro piccolo paese. Pur essendo ormai stanchi del viaggio e di altri interventi di soccorso, ci aiutarono a montarle fino a notte fonda, con grande generosità e simpatia. Alla fine con soddisfazione, si fermarono con noi a mangiare. Fu una bella esperienza che difficilmente dimenticheremo. La mamma di Nicola
La vita era completamente cambiata perché mancava la luce, l'acqua, mentre gli altri generi alimentari venivano portati dai militari e dalle squadre di soccorritori volontari. In quel periodo di giorno si andava ad aiutare le persone maggiormente danneggiate, poi la sera ci si ritrovava tutti in tendopoli. La gente era molto disponibile e tutti si aiutavano l'un l'altro come fratelli. Il papà di Karin e Sabrina
La regione non aveva ancora stabilito niente per la ricostruzione delle case, così una squadra di alpini di Bergamo riparò il tetto di un rustico rendendolo abitabile e anche confortevole almeno per un po'. Il gesto di grande solidarietà che dimostrarono questi giovani commossero i miei familiari. Per riconoscenza la mamma era premurosa con loro: li assisteva nei loro bisogni, aiutava a portare loro il materiale, offriva da bere, da mangiare, era il minimo che poteva fare. In capo a neanche un mese ripararono un posticino niente male, sembrava la casetta dei sette nani, così preziosa in un momento così difficile. La mamma di Marzio
Ad uscire da quei momenti difficili ci ha aiutato tanto la solidarietà della gente che veniva da fuori a dare il suo aiuto. In particolare gli alpini di Trento che qui a Buja hanno contribuito tantissimo alla ricostruzione sacrificando i fine settimana lavorando gratuitamente e gli abitanti di Marano Lagunare che hanno ospitato i nostri ragazzi presso le loro famiglie offrendo loro un po' di serenità. La mamma di Anna
Vivevo in tendopoli, quando una sera mia mamma è stata ricoverata in ospedale; era molto grave ed io mi sono trovata sola e molto spaventata. In questo periodo ho conosciuto due veri amici: Franco e Patrizia, due ragazzi fiorentini che, invece di andare in ferie, erano venuti ad aiutare i terremotati. Franco andava con gli altri uomini a lavorare, mentre Patrizia stava in cucina o con gli anziani. In quei giorni Patrizia veniva a Udine con me ogni giorno e insieme assistevamo mia madre. Mi è stata molto vicina, mi ha aiutata molto e non lo dimenticherò mai. La zia di Maicol
Pochi giorni dopo il terremoto ci fu un lungo periodo di pioggia anche violenta (almeno... a me è sembrato lungo!) e un giovane di Latisana, che aveva provato il disagio dell'alluvione, si presentò a noi con un grosso rotolo di nylon pesante affinché potessimo riparare le nostre cose dalla pioggia. ...Si dormiva in tenda e si aveva paura dell'inverno che si avvicinava sempre più quando una famiglia toscana ci ha dato in uso temporaneo la loro roulotte. Abbiamo così potuto dormire un po' riparati durante tutto l'inverno. ...Verso la fine dell'inverno abbiamo avuto la fortuna di veder costruire quella che restò la nostra casa per parecchi anni... una bella casetta in legno donata dall'Austria. La mamma di Mattia T.
Allora abitavo a Maiano e, primi fra tutti, mi vengono in mente i vigili del fuoco, giunti anche dalle regioni vicine che, assieme ai volontari e agli alpini, hanno lavorato giorno e notte alla luce delle fotoelettriche, per salvare quante più persone era possibile. Scavavano tutti con la speranza di poter trovare qualcuno in vita e se questo succedeva, il loro volto si illuminava, mentre l'atmosfera diventava ancora più tesa e triste, quando i corpi estratti erano senza vita. A queste persone dobbiamo aggiungere le varie organizzazioni ed associazioni, giunte da tutte le regioni d'Italia, che si sono divise tra i Comuni colpiti, per la distribuzione di viveri, vestiario e quanto di prima necessità, nell'allestimento delle tendopoli prima e delle baraccopoli poi. Sentivo che, giorno dopo giorno, attorno a noi la solidarietà stava crescendo. Ci sono state pure delle offerte di ospitalità per i ragazzi che allora frequentavano la terza media. Il Comune di San Teodoro in Sardegna, per esempio, ne ha ospitati una ventina per un mese. Anche questo è stato sicuramente un aiuto in quanto, almeno per quel periodo, quei ragazzi si sono allontanati da ciò che poteva loro ricordare e far rivivere, viste le continue scosse di assestamento, il terribile momento. Mi sento quindi di indirizzare, senza falsa retorica, la frase, allora diffusissima: "Il Friûl us rigrazie e nol dismentee" a tutti indistintamente. La mamma di Federico e Alberto |