CANTARE PER DIRE GRAZIE di Gino Tonello | |
Chi ricorda quella notte terribile del terremoto ha ancora nella memoria il boato rabbioso della terra, lo scricchiolio delle case che si spezzavano e si sbriciolavano, il rumore assordante dei muri e degli oggetti che si schiantavano al suolo; poi silenzio per un attimo e poi le grida di terrore, le invocazioni di aiuto, l'urlo delle sirene. Avremmo detto che mai più le nostre orecchie e la nostra voce avrebbero ritrovato l'armonia della musica. Per ciascuno di noi, componenti del gruppo corale "Buje", come per tutti gli altri, c'era non solo un incubo da dimenticare, ma macerie da rimuovere, famigliari da assistere, cose care da recuperare, ripari da allestire per affrontare l'immediato futuro. Non c'erano per fortuna, all'interno del gruppo, morti da piangere, ma nessuno era stato risparmiato dal dolore di perdere, in un modo o nell'altro, persone amiche o persone care. Il terremoto aveva visibilmente spezzato le radici delle nostre case, ma ci rendemmo quasi subito conto che aveva spezzato anche quel bene invisibile che sono le nostre tradizioni, le cose che amavamo fare, il nostro patrimonio culturale inteso come modo di vivere alcuni valori. Forse non ci sarebbe mai più stato tempo per un coro, mai più voglia di ritrovarsi insieme per la gioia di fare una cosa inutile e bella come cantare. E pensare che appena poche settimane prima, il 23 marzo '76, avevamo celebrato con un solenne ed applauditissimo concerto i dieci anni di fondazione del nostro sodalizio. Il segnale della ripresa venne però quasi subito, inaspettato e prezioso come le tende dei soccorritori e le coperte dei volontari. Non potevamo rassegnarci a perdere davvero anche quello che c'era dentro di noi. Recuperato dalle macerie della vecchia sede distrutta, presso l'ex Cooperativa Elettrica Bujese, dove oggi sorge la caserma dei Carabinieri, tutto il materiale possibile (spartiti, fotografie, documenti, ma sopratutto l'organo!) ci passammo la voce e ci trovammo una sera al Villaggio Brescia, in una tenda bianca installata vicino alla chiesetta di San Giuseppe, ad Ursinins Piccolo. C'eravamo quasi tutti: Il Presidente Angelo Cragnolini, il direttore Mario Monasso, l'organista Elio Tessaro e noi coristi che, cercando di dimenticare i comprensibili disagi che ciascuno doveva affrontare, volevamo ritrovarci, sapere uno dell'altro, riallacciare quei contatti che ci avevano sempre fatto star bene insieme. E volevamo cantare. I temi del canto popolare, soprattutto delle nostre villotte, interpretavano meglio che mai i nostri sentimenti di sofferenza, di angoscia, di nostalgia che, prima di noi, i nostri vecchi avevano provato nell'emigrazione, nella miseria e nella guerra. Erano temi che in giugno non avremmo potuto portare come di consueto, davanti al nostro pubblico, attraverso la nostra voce e quella dei cori che ormai da quattro anni si alternavano partecipando alla nostra "Vendeme dal cjant popolâr des Regjons"; pur tuttavia ci bastava cantare in quella tenda per ritrovare la storia della nostra gente, quella del nostro gruppo e la voglia di continuare. Nei mesi successivi avremmo portato quei canti in tutta l'Italia, in Austria, in Svizzera e dovunque ci fossero volontari da ringraziare, amicizie da stringere, contatti da tener vivi in mezzo a quel mare smisurato di solidarietà che si era riversato su di noi, sulle nostre famiglie e sui nostri concittadini. Cominciammo subito, già in luglio, con un concerto nella piazza di Ursinins Piccolo: col nostro canto volevamo testimoniare la riconoscenza di tutta Buja ai cittadini bresciani che, attraverso il "Giornale di Brescia", avevano realizzato in poche settimane quello che a tutti sembrava un miracolo: il primo villaggio di prefabbricati. Nell'ottobre del '77, proprio il "Giornale" avrebbe ospitato il coro in una indimenticabile giornata nella sua città. I coristi, da parte loro, avevano già avuto modo di sperimentare il significato della solidarietà anche nella generosa presenza degli Alpini, i cui sacrifici per alleviare i nostri disagi ancor oggi ci sorprendono. Avevano poi vissuto con profonda commozione la partecipazione degli amici del coro "L. Perosi" di Fiumicello (UD), con i quali avevano avuto uno scambio musicale proprio nel gennaio del '76. L'amicizia e la solidarietà erano sempre state, fin dalla nascita della corale "Buje", il cemento che teneva uniti i suoi componenti e che si trasmetteva a macchia d'olio agli altri sodalizi con cui il gruppo entrava in contatto durante le rassegne ed i concerti. Fin dai primi giorni dopo la tragedia e per tutta l'estate, dunque, i coristi di Fiumicello si precipitarono da noi e lavorarono incessantemente per recuperare mobili e masserizie, per ripristinare i muri danneggiati ma non distrutti, per riparare dalle intemperie, con coperture provvisorie, le abitazioni in attesa di riparazione. Tanto sacrificio sarebbe stato, purtroppo, in buona parte vanificato dalle forti scosse telluriche di settembre, ma il conforto che tanta generosità aveva saputo mettere dentro ognuno di noi non sarebbe stato dimenticato mai più. Con altrettanta riconoscenza avremmo ricordato negli anni gli amici del coro "El Castel" di Sanguinetto (VR) che fu tra i primi a giungere a Buja per verificare la situazione e mettersi a disposizione di chi aveva più bisogno. Con quel gruppo nacque un bellissimo rapporto di fratellanza che si tradusse in numerosi incontri, a Sanguinetto o a Buja, quando mesi dopo le cose cominciarono ad andare meglio. Erano i tempi in cui si cominciavano a vedere i segni di una ripresa che, per la nostra corale, prese la forma di un comodo prefabbricato messo a disposizione delle Associazioni dall'Amministrazione comunale nell'area dell'ex scuola media, oggi parcheggio. Per anni, in quel prefabbricato, avremmo accolto amici coristi che venivano a portarci la loro testimonianza di solidarietà, oppure, più ancora, avremmo progettato concerti e tournée che ci avrebbero portati con un ritmo incalzante in tutte le città in cui la comunità di Buja aveva un grazie da esprimere. Provati da un'esperienza terribile, segnati dalla fatica di una ricostruzione che occupava ogni minuto della nostra vita, partivamo con il nostro bagaglio di canti e di sentimenti ed eravamo felici ed orgogliosi di sapere che la nostra voce sarebbe stata dovunque la voce con cui Buja comunicava la sua inesprimibile riconoscenza a chi aveva avuto a cuore la sua rinascita.
|