1968 N°1 |
Alcune tradizioni pasquali a cura di Andreina Nicoloso Ciceri |
Pasqua è detta in Friuli Pasche Major, Pasche d'ulif, Pasche di cjalzons, per distinguerla da Pasche Tafanie (Epifania) e da Pasche di Rosis (Pentecoste). E' una festa mobile, ma cade sempre intorno all'Equinozio di Primavera. Nell'ebraico Pesah significava « passaggio », nel latino pasqua indicava i «pascoli». Ricorda l'antica festa di primavera delle società a tipo agricolo-pastorale. Attraverso i tempi, i significati antichi e quelli più recenti si sono intrecciati, come si può ancora rilevare nelle nostre usanze, che pure non sono che i relitti di tradizioni ben più antiche e significanti. Le feste pasquali si estendono dalla Domenica delle Palme o dell'olivo al lunedì dell'Angelo, ma, in senso religioso, si concentrano nei tre giorni in cui si consuma il dramma cristologico della passione e morte e della resurrezione dell'Uomo-Dio. Alla Domenica delle Palme si benedice l'olivo che si conserverà nelle case come una protezione. Lungo l'estate, quando si scatenano paurosi temporali, con minaccia di grandinate, se ne brucia un rametto all'aperto, sopra la brace tolta al proprio focolare, per allontanare ogni minaccia. In certi paesi, si mescola anche qualche rametto del maz di S. Zuan (mazzetto di fiori, colti all'alba del 24 giugno, benedetti dalla rugiada di San Giovanni); si accompagna l'operazione con la diffusissima formula: Sante Barbule, san Simon - vuardainus di fuc e di ton - Sante Barbule benedete, -vuardainus di fuc e di saete. Un rametto d'olivo, insieme ad un pezzetto di cere triangule, si mette in tre angoli dei materassi e dei cuscini degli sposi. In caso poi di una morte, nella camera ardente allestita in casa, si pone ai piedi della bara un bicchiere di acqua (benedetta all'Epifania) con dentro un rametto di olivo, con cui ogni visitatore traccia un segno di croce sul defunto. Diffusissimo il pronostico: Vlîf sut - ûs bagnâs (e viceversa). Mentre in Chiesa si recita il Passio, si osserva la direzione del vento: sarà quello preminente per tutta l'annata agraria. Citiamo alcuni altri pronostici: Pasche marzole, o fan o moriole - S'al plûf a Vinars sant, arsure l'an dutquant - Ploiose la Pasche, pôc fen sul prât - Pasche d'ulîf, si jes fûr dal nîtì Infatti nella settimana pasquale, in ogni casa c'è come uno slancio di rinnovamento: gran pulizie e rituale sblancjade, semina di fiori, ortaggi e mediche, messa a dimora di piante d'alto fusto e di vitigni nuovi, disposizione per le covate. Ma osserviamo alcune particolari usanze, in vari paesi : BUIA (Inf. Angela Pittini, a. 91 - Elisa Gherbezza, a. 84) Dalla domenica di Palme a Pasqua, recitavano preghiere tre voltes in dì, cence mai falì! Lunedì e martedì provvedevano alle pulizie, mecoledì preparavano le focacce che cuocevano in un ampio forno di terra refrattaria, resa incandescente dal fuoco di fasciname, bruciato internamente. Giovedì, all'ultimo suono delle campane, i volonterosi iniziavano a zunâ glorie, cioè ad osservare un più o meno rigoroso digiuno, fino al suono del Gloria, alle 10 del sabato. Al venerdì nessuno lavorava, né attaccava animali al traino. Le preghiere in questo giorno hanno particolare virtù. Le informatrici pronunciavano spesso, in quel giorno, la giaculatoria: Tante stelle son nel cielo — tante gocce son nel mare — tanti peccati Iddio ce li può perdonare! Il vino bevuto in questo giorno ha il potere di trasformarsi tutto in sangue. Alle nove di sera c'era la processione (Parrocchia di Madonna) accompagnata da gran strepito di crazules di svariatissime forme. Una grande era posta nella cella campanaria ed una precedeva la processione. L'illuminazione delle strade si otteneva in modo economico ed ingegnoso: si imbevevano molti tutoli nel petrolio, poi si appendevano a fili di ferro, lungo il percorso; all'avvicinarsi della processione, un incaricato dava via via fuoco ai tutoli. Al sabato, quando venivano « slegate » le campane e si scioglievano nel festoso suono del Gloria, bisognava correre a lavarsi la faccia alla fonte, e non bisognava asciugarsi per conservare el manto de Madone, cioè la purezza riguadagnata col lavaggio; dopo si correva nell'orto a scuotere gli alberi da frutto par para jù i pecjâsì Dopo la cerimonia religiosa del sabato, il sacerdote distibuiva ai fedeli pezzetti di cere triangule, cioè delle tre candele che si una, dopo aver recitato i relativi uffizi sacri. Fuori della chiesa, si accendeva un fuoco e le ceneri si conservavano per la funzione del primo di Quaresima. Alla Domenica di Pasqua era molto meritorio andare a pregare in tre chiese diverse. (Inf. Maria Forte, a. 65). Nella settimana pasquale, i bambini andavano nelle famiglie abbienti a ritirare i cjadenaz del focolare, poi, con gran chiasso ed allegria, li trascinavano più volte lungo le strade più ghiaiose. Riportandoli, ripuliti della fuliggine di un anno, ricevevano una regalia. Nei giorni in cui le campane rimanevano silenziose, le funzioni sacre erano accompagnate dal frastuono di raganelle e battacchi, di varie forme e proporzioni, con tutti i congegni di legno. I battacchi, batacul e batecul, producevano rumore per un martello snodato, azionato per scuotimento; le raganelle si basavano su ingranaggi a rotelle dentate che facevano scattare liste di legno elastiche. Talvolta si usavano, in combinazione, martelli ed ingranaggi. Il rumore varia a seconda delle combinazioni e della rapidità del movimento. Il meno importuno era il rumore della crazzule che si faceva roteare a mano; più cupo e sordo era il rumore del crazzulòn o carìolòn, che si spingeva proprio come una carriola ed aveva una grossa cassa di risonanza. Anche il sgrisul si spingeva come una carriola, cosicché l'attrito sul terreno faceva girare gli ingranaggi, ma, non avendo cassone di risonanza, sfrullava meno rumoroso. C'erano poi crazzules che si azionavano a manovella, o appoggiandole al corpo, o inginocchiandovisi a terra. Al sabato, al suono del Gloria, tutti correvano a lavarsi la faccia per cancellare i peccati. Qualcuno ritiene che, lavandosi col «pianto» delle viti, spariscano le lentiggini. Le mamme si affrettavano a portare i bimbi, che ancora non camminavano, lungo les cjaradories, i solchi profondi lasciati sulla strada dalle ruote dei carriaggi, e li avviavano a camminare. Le massaie intrecciavano un lungo ramo di salice e ne facevano un cerchio che posavano a terra, in mezzo al cortile; dentro gettavano il mangime: le galline, che vi entravano a beccare, sarebbero diventate chiocce in breve. Ogni famiglia preparava il pan di sorc dolcificato, che costituiva il dolce pasquale, prima della consuetudine più recente e più ricca delle focacce. Le uova si dipingevano, facendole bollire insieme ad ortiche, lane colorate, semi di fiori, cipolla... Si facevano correre sull'erba, alla merenda del giorno di Pasqua. Da circa un quarantennio, il luogo preferito dai buiesi, per questa merenda all'aperto, è il valloncello sul colle dei Praviz. CANEBOLA (Inf. Elda Lovisa, a. 35) Il venerdì si osservano silenzio, digiuno e riposo. Un tale, che mostrava di infischiarsene, andò a svangare nell'orto, ma, dopo poco, dissoterrò un crocefisso. Questo fatto rimase esemplare. Anche in questo paese, vigeva la diffusissima usanza di trascinare i catenacci nella ghiaia, operazione affidata ai ragazzi. Al suono del Gloria, si lavava la faccia, particolarmente ai bambini, affinchè non venisse loro la crafe (lattime). Alla funzione pasquale, in bei cestini adorni, si portavano a benedire pane, uova, focacce: a casa poi il padre distribuiva un po' di ogni cosa benedetta a ciascun membro della famiglia. DOLEGNA DEL COLLIO (Inf. Daniele Scribano, a. 19) Il Giovedì santo, il nonzolo andava nelle famiglie a raccogliere la regalia da devolvere all'acquisto dell'olio sacro. Ogni famiglia doveva dare proporzinalmente al numero dei membri. Il Venerdì santo a Prepotto, il Sabato a Dolegna si faceva la processione serale (a Mernico invece alle 5 del mattino di Pasqua), illuminata dalla luce dei curundui (tutoli) imbevuti di petrolio, appesi alle reti metalliche delimitanti le proprietà, e disposti a muechietti lungo il percorso. Sabato santo, al mattino, in Chiesa, in un apposito recipiente refrattario, veniva acceso un fuoco. I ragazzi ne prelevavano un po' in certi barattoli col fondo bucato, da loro preparati, poi sciamavano per il paese, a portare una bore ad ogni famiglia. Per via roteavano il barattolo ed alimentavano il fuoco con pezzi di funghi essicati, del tipo che cresce sui tronchi dei gelsi. Questa usanza di portare il fuoco santo nelle case, è diffuso variamente nelle valli del Natisone. (Inf. Giorgio Zumero, a. 18). RIVIGNANO (Inf. Giuseppe De Sabata, a. 19) Durante il periodo di silenzio delle campane, il nonzolo, o un ragazzo da lui incaricato, percorreva la via principale del paese col cariolòn o scrazulòn, per annunziare il mezzodì o le funzioni religiose. Alla pro-dei venerdì sera, il cariolòn apre il corteo, segue uno, vestito di lunga tunica con corona ferrea di spine, trascinante una croce, seguono i sacerdoti, indi i fedeli. Il percorso è illuminato con tutti i mezzi; anche gli alberi dei giardinetti risplendono. Dal Duomo la processione raggiunge l'antica chiesa del cimitero, quindi ritorna al Duomo. A metà percorso, in uno spiazzo, i giovani hanno disposto alcuni carri e li hanno mimetizzati. Sopra si allestisce una stazione vivente della Via Crucis; più spesso si tratta della scena della Crocefissione, ma sempre questa scena viene denominata «/ Gjudêos». I fondi per le spese vengono reperiti dai giovani stessi con una questua nelle famiglie. Il sabato, dopo il suono delle campane, tutti fanno il rito purificatorio del lavaggio della faccia, senza asciugarsi. Nel giorno di Pasqua i ragazzi fanno giochi con le uova sode: li dispongono sul marciapiede, lo colpiscono con una moneta da una distanza convenuta. L'uovo rimane a chi lo ha colpito per primo. (Simile è il gioco, chiamato a Cividale truc, a Latisana scaletta, però fatto altrimenti: si prepara una montagnola di terra, con una scanalatura che fa da piano inclinato, per farvi scorrere le uova sode. Vince chi così riesce a spappolare l'uovo-bersaglio, fissato alla base). Il Lunedì dell'Angelo vanno a consumare una merenda all'aperto. E' curiosa la credenza che, mangiando le uova, prodotte al Venerdì santo, ci si preservi dal mal di schiena. (Inf. Caterina Feruglio, a. 72) Venerdì santo non si attaccano animali al traino, né si spazza la casa. Il Sabato santo si avviano a camminare i neonati. ARTEGNA (Inf. Rosa Andreuzzi, a. 65) Nel periodo prepasquale, si vanno ammucchiando le uova, conservate nella crusca, per fare le focacce e per porre le nuove covate. Molti un tempo osservavano il digiuno giovedì e venerdì. Al suono del Gloria tutti si lavavano la faccia e scuotevano gli alberi da frutto per propiziarsi un buon raccolto. La tradizionale merenda all'aperto si fa sempre il lunedì. MAIASO (Inf. Giuliano De Prato, a. 19) Anche qui las scrasalas sostituiscono le campane, nei giorni del lutto. I ragazzi si radunano ad un capo del paese, ognuno munito della sua raganella. All'ora giusta partono in gruppo compatto e percorrono le vie del paese. Ogni 20-30 metri si fermano ed uno, che ha la voce forte, grida: «'A suna bot!» o «'A suna l'Avemarial », e così via, secondo il caso. Sabato girano per le case a raccogliere la regalia per le loro prestazioni. Il capo-turba ridistribuisce, in ragione delle prestazioni e dell'età. |