INDIETRO

Guglielmo Tell 

ed i pirati del mar Tirreno

di Remo Molinaro

 

FOTO

 

Mio cugino era stato rimandato agli esami di riparazione. Doveva capitargli spesso - una volta in matematica, un’altra in italiano e così via. Per mio zio e mio padre era chiaro: “Al è el sistème sbagliât!” I maestri, secondo loro, e anche secondo tutti gli altri, rimandavano ogni anno un determinato numero di alunni al solo scopo di aumentare il loro stipendio. Infatti, gli zii pagavano puntualmente i corsi di recupero e mio cugino veniva promosso. Parlo di oltre quarant’anni fa, degli anni attorno al 1965, e mio cugino, nonostante i suoi debiti formativi che si manifestavano solo d’estate, è diventato un ottimo casaro, famoso in tutta la zona.

“Tègnimi su, cussì i fasìn pui a le svelte!” mi disse. Ovvio che volevo aiutarlo, più presto finiva i suoi compiti, più presto potevamo ritornare a giocare al pallone. Ma non era facile. Quest’anno era insufficiente in francese e storia, ed io ero ancora alla scuola elementare. Come potevo sapere che i Francesi scrivono delle lettere che non si pronunciano? Ma soprattutto, la sua “storia” era completamente diversa dalla mia, quella che avevo imparato a scuola in Svizzera. Era lunga e complessa: Iniziava quasi tremila anni fa con una lupa e due gemelli, compresi Etruschi e Barbari, imperatori e papi, regni e repubbliche, la Sicilia e il Piemonte, città e province, mari e monti, lune e stelle - ma non diceva niente di San Eliseo e San Daniele, e nemmeno dei sepolcri longobardi di San Salvatore e del Friuli.

La storia di mio cugino era soprattutto una storia dei Romani, audaci e sapienti, che lui ammirava, quasi quanto il Milan di Gianni Rivera. Mi spiegò che i Romani avevano delle navi da guerra con passerelle munite di uncini con le quali potevano arrembare le navi dei pirati nel mar Tirreno e combatterli come in terraferma, dove erano invincibili, come il Milan.

La mia storia invece era breve e semplice: da Adamo ed Eva passava direttamente a Guglielmo Tell, che il 18 di novembre del 1307, durante la sua consueta passeggiata domenicale, finì nei guai, anche lui a causa di una mela. Dopo essersi rifiutato d’inchinarsi, come segno di riconoscimento dell’autorità imperiale, davanti al cappello del balivo absburgico issato su un palo, Guglielmo Tell dovette, per salvare la sua vita, centrare, con una freccia di balestra, una mela sulla testa di suo figlio a cento passi di distanza.

44 giorni più tardi, a capo d’anno del 1308, il popolo assediò i castelli e cacciò per sempre i balivi dalle loro terre. Il resto era meno spettacolare, e anche molto più difficile da capire: battaglie, dapprima lusinghiere, poi sempre meno; fino alla disfatta e strage di Marignano, con mercenari svizzeri a spaccarsi la testa a vicenda per soldi francesi e terre lombarde…

I soldati Romani furono costretti ad affrontare i pirati per rendere sicure le strade (marittime) e con ciò un libero scambio di persone e merci. Guglielmo Tell invece rischiò la vita, anche se prima della sua quella di suo figlio, per la libertà in assoluto, e lo fece di sua volontà. I Romani, così almeno la vedevo io, erano una specie di polizia marittima e stradale, solo Guglielmo Tell era un vero eroe.

Il mar Tirreno, poi, era lontano, mentre i luoghi della mia “storia” si trovavano davanti a casa mia: Guglielmo Tell visse con moglie e figli in una valle, dove da ragazzi, a piedi, andavamo a sciare, scagliò la sua freccia sulla piazza del nostro paese, vicino al campo sportivo, e uccise Gessler, il balivo absburgico, a pochi chilometri da dove abito ora.

Per coincidenza, il luogo del tirannicidio è vicino allo stabilimento dell’ex maggiore produttore svizzero di formaggi a pasta molle, che pochi mesi fa, in un mercato “liberalizzato”, dovette inchinarsi davanti ad un berretto francese e vendere il caseificio al gruppo Lactalis, tra l’altro proprietario della grande marca “longobarda” Galbani…

La “storia” di mio cugino era vera, concreta e scientifica, ma non apparteneva alla gente del luogo. La mia invece apparteneva alla gente, ma non era vera, era solo leggenda.

Già nel settecento un noto storico Bernese proclamò che Guglielmo Tell non aveva mai vissuto e la faccenda della mela era solo una favola danese, smarritasi in una vallata delle Alpi, al centro d’Europa. E, come se non bastasse, nel novecento un suo collega smentì anche la rivolta del popolo e la nascita della confederazione elvetica…

Ma il Canton Uri ordinò al boia di bruciare in pubblico il libello dello scienziato Bernese (Fryberg Stefan, “Bretter, die die Schweiz bedeuten”, Altdorf, 1991, pagina 13) e nella prima metà dell’ottocento Friedrich Schiller e Gioachino Rossini diedero una mano ai poveri contadini svizzeri più che preoccupati del loro simbolo; il primo col dramma ed il secondo con l’opera di Guglielmo Tell. Nel 1895, finalmente, Altdorf inaugurò un monumento al suo eroe.

Così la favola si trasformò in leggenda, poi in mito e infine, per la gente del luogo e per me, in “storia vera”.

Comunque, da quel che avevamo capito, mio cugino ed io, il Friuli ed il Canton Uri nel passato non avevano niente in comune, ed io ero un Romano perso ai barbari che non si avrebbe mai più potuto salvare. I nostri libri di storia più che unirci, ci separavano.

Per fortuna, col tempo, la propria esperienza ci aprì gli occhi e i nostri mondi non ci sembrarono più tanto diversi. Il Friuli non era tanto romano, come credeva mio cugino, ed il Canton Uri non tanto eroico, come credevo io.

L’uno e l’altro hanno popolazioni di origine celtica e germanica, paesaggi alpini magnifici, inalterati, come la Carnia e la Valle del Schächen, vallate ripide e strette, sacrificate al traffico transalpino, come il Canal del Ferro e la Valle della Reuss, e perciò in preda allo spopolamento, una lunga tradizione del latte e formaggio, colonie di emigrati in America e soprattutto una grande risorsa naturale di valore inestimabile, l’acqua freatica nelle valli del Tagliamento e della Reuss.

E per rendere sicure le strade, nel Friuli e nel Canton Uri, si è disposti a collaborare anche col diavolo.

Il primo ponte di pietra sopra la Reuss tra Andermatt e Göschenen, sul versante nord del San Gottardo, la principale rotta di commercio tra Germania e Lombardia, lo fece lui, il diavolo, e lo fece in una notte. Come il ponte di pietra sopra il Natisone a Cividale.

Tanto qua che là in cambio del ponte il diavolo voleva l’anima del primo che lo avrebbe attraversato. Gli svizzeri fecero passare per primo un capro, i friulani un gatto o un cane. Il diavolo in seguito tentò di distruggere il suo lavoro con una grande pietra, ma venne fermato - tanto qua che là - da una vecchietta col segno della croce.

Un’ultima nota: In tutta la Svizzera non c’è nessuno che si chiama Tell. Quando, molti anni fa, un turista spagnolo, un certo Guillermo Tell, volle fotografare il monumento del suo omonimo, venne subito intervistato dai giornalisti. Nel Friuli, invece, vivono centinaia di persone col cognome Tell…