Un bujese in Kosovo con Poste Italiane di Giuseppe Adragna | |
Un giorno di ottobre del 2007 è arrivata in ufficio una circolare: Poste Italiane cercava personale da mandare in Kosovo al seguito delle truppe italiane. La notizia non mi interessava troppo, visto che nel 2002 era stata bocciata la mia richiesta di andare in Bosnia. Leggendo sommariamente quel foglio mi sono accorto che alcuni requisiti erano cambiati ed in particolare il limite di età: il mio sogno si poteva realizzare! Presentai subito domanda, anche contro il parere di mia moglie. Trascorsero alcuni mesi senza avere notizie, finché a giugno Poste Italiane mi convocò a Roma per un corso tecnico e il 6° Reggimento di Pisa mi avvisò dell’imminente richiamo alle armi col grado di capitano. Il mese di luglio nonostante il caldo torrido passò velocemente fra addestramento militare e vaccinazioni; fremevo nell’attesa di partire ai primi di agosto per il Kosovo. Sotto il sole di mezzogiorno, appesantito dalle armi e soprattutto dagli enormi zaini, sbarcai a Pec stanco, ma pronto all’impiego. Dopo un breve spostamento in auto giunsi al “Villaggio Italia”, situato sotto una montagna e costituito da casette basse. Il mio collega mi venne incontro dandomi il benvenuto, poi mi mostrò l’alloggio confortevole. Lì cominciai a rilassarmi. Dopo aver espletato le formalità cominciai a lavorare. Le giornate passavano veloci: ero impegnato mattina e pomeriggio fino alle 16,30; dopo ero libero di fare sport, di leggere, guardare la televisione fino all’ora di cena. Il villaggio è autonomo nel senso che ha tutto: bar, ristoranti, edicola, negozi, palestra e una chiesa. Nei vari locali lavorano ragazze del posto: hanno con tutti un rapporto di reciproco rispetto e si rendono anche simpatiche con quei sorrisi spontanei. Bisogna però stare attenti per la presenza di etnie diverse. I kosovari-albanesi sono musulmani; i serbo-bosniaci sono ortodossi: bisogna quindi convivere nel rispetto di tutti. Questo è quanto viene raccomandato a chiunque operi nel campo. Un giorno andai a Klina, una cittadina a circa 30 km dal villaggio. Lì ho conosciuto Massimo, responsabile della Caritas Umbra che fa volontariato e dirige una struttura di accoglienza per bambini, ma anche adulti, soli o abbandonati dalle famiglie. Massimo è lì da quasi 10 anni, arrivato al seguito dei profughi e fuoriusciti kosovari che rientravano dalla Macedonia. Raccontò che era di passaggio, la sua doveva essere una missione momentanea. Ha in programma di creare una fattoria per rendere autonome queste persone e per dar loro un futuro; allo stato attuale ha già comperato dei terreni. La solita routine è stata interrotta da esperienze particolari, come la visita al campo dell’artista Claudia Koll; venne per promuovere la sua associazione no profit impegnata in Africa nella realizzazione di una struttura per disabili. In seguito ospitammo due troupe televisive della RAI che hanno effettuato registrazioni sulla vita e sulle attività svolte nel campo. Il mio rientro, previsto per il 20 dicembre, slittò per motivi organizzativi non dipendenti da me. Non avrei mai pensato di passare le feste di Natale e capodanno in Kosovo, lontano dalla mia famiglia. Nel villaggio si organizzarono delle feste, una fiaccolata, la messa di Natale ed il cenone di capodanno, con piatti rispettosi della nostra tradizione, in modo da farci sentire come a casa nostra. Gli ultimi giorni prima del mio rientro a Buia furono quelli più lunghi, dal momento che ormai avevo ceduto le mansioni. Tutto il periodo per me è stato positivo dal punto di vista professionale e umano. Mi sono inserito nel contesto militare ed ho avuto un buon rapporto con quanti hanno collaborato con me in tanti mesi. * Capitano richiamato Forze di completamento. |