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Omps, predis e nones

Due brevi discorsi con le mie nonne

donne di 100 anni fa, ma conformiste solo d’aspetto

di Remo Molinaro

 

 

I omps no an mai timp

Appena fuori dalla chiesa mi prese per mano: “Frut, a soi contente, parceche ti ai viodût a preâ. Viôt di preâ simpri inte vite!”

Era un pomeriggio d’agosto del ’63 o ’64, non avevo ancora dieci anni e la nonna mi aveva portato al Rosario nella chiesa di Pers. Mai prima mi aveva raccomandato qualcosa. Non dava consigli e ancor meno ordini. Fu la prima volta che lo fece.

Si chiamava Santa, e per molti anche lo era. Una santa con ciabatte nere, calze nere, lungo vestito nero, grembiule nero e capelli grigi, nascosti da un grande fazzoletto nero. Qualche volta il fazzoletto aveva una riga grigia, che allora lo rendeva stravagante. Una santa, nata alla fine dell’Ottocento, che pregava il mattino e la sera, andava a messa ogni giorno e accendeva una candela ogni domenica. Per questo poteva anche sembrare più bigotta che religiosa, una povera contadina friulana, incapace di riflessione e propria opinione.

Ma non era solo una santa, era anche mia nonna. Non mi portava solo in chiesa, mi portava anche  nell’osteria “di Prades” a vedere “Carosello”. Quando, nel primo pomeriggio, i miei compagni, cisalpini, dovevano riposarsi ed io, transalpino, mi annoiavo aspettando che si alzassero per poter giocare assieme a loro, mi dava 40 Lire per comprare due ghiaccioli, uno per me ed uno per lei. Le piaceva giocare a carte e cantare, e soprattutto l’anguria.

Volevo bene a “none Sante” e di lei mi fidavo, benché la vedessi solo una volta all’anno, durante le vacanze estive. Se lei voleva che io pregassi, lo voleva per il mio bene, non per il suo, e aggiunse: “E cuant che tu âs un grant pinsîr che no ti lasse pâs, pree le Madone! Jê ti scolte.” “Parcè?”, chiesi. Esitò un attimo, forse imbarazzata: “Parceche e jé une mari. Il Pari eterno, Gjesù e il Spirit Sant e son omps, e i omps no an mai timp, e an simpri alc ce fâ. Di lôr no tu podis fidâti masse!”

Tutt’altro che mancata riflessione e propria opinione: una provocazione, un’eresia, se questo non fosse stato detto da una santa che nell’arco di un anno, con l’ultimo figlio ancora in grembo, aveva perso il marito in casa e due figli giovanotti su cantieri all’estero, ma non la fede. Se non detto da una donna, che aveva imparato a non chiedere più niente a nessuno e a perdonare tutto a tutti, da una moglie e madre che semplicemente non si fidava più tanto degli uomini, né in cielo, né in terra.

Troppe volte l’avevano lasciata sola. Sola a partorire l’ultimo figlio, sola a vivere la guerra e sola a vendere campi e bestiame per far sopravvivere il resto della famiglia.

Gli uomini potevano ben costruire le chiese - gli zii di mia madre fecero il pavimento della (vecchia) chiesa di Pers, in mosaico, come avevano imparato a Firenze - potevano ben leggere il vangelo, predicare dal pulpito, confessare la gente, fare l’alto e il basso, nel paese e nel mondo. Erano le donne che pregavano in chiesa, ascoltavano le prediche e sopportavano e perdonavano i peccati. Erano loro a formare le famiglie e la comunità, a creare e reggere la vita, mentre gli uomini troppo spesso non avevano tempo, dovevano occuparsi di cose importanti, leggi e decreti, tetti e pavimenti, guerre ed armistizi. Cose che più di dare, rubavano vita.

 

Ise vere che ti insegnin il latin?

A tavola, a San Daniele, c’erano tre generazioni della famiglia di nonna Celestina: lei, nata nel 1900, figlio e figlie con moglie e mariti, e noi nipoti, arrivati mezzo secolo dopo.

Finito il pranzo, “none Celine” si alzò e senza chiedere il permesso a nessuno mi ordinò di seguirla al piano di sopra, nella sua stanza da letto. Voleva parlare sola con me. Ero un ragazzo di tredici anni, avevo appena superato, in Svizzera, l’esame di ammissione al liceo. Chiuse bene la porta, mi diede una sedia, si sedette sul letto e domandò: “Tu comencis une scuele che dure siet ains?” Risposi di sì. “Imparistu amancul un mistîr, in siet ains?” Risposi di no. “Alore tu vâs nome a pierdi timp, a scuele?” Non seppi cosa dire. “Po ben”, continuò più conciliante, “Lâ a scuele nol a mai fat mâl a nissun!” Poi, di nuovo preoccupata: “Ise vere che ti insegnin il Latin?” Risposi che avrei studiato non solo il Latino, ma anche il Greco. “Il Grêc no m’interesse!… No sono nome i predis che scuegnin savê il latin?… Astu di deventâ predi?”

Cercai di spiegare alla nonna che studiare il Latino non voleva dire niente, che era utile ad imparare altre lingue. Lei obiettò che nonostante fossi ancora un ragazzo parlavo già il Friulano, l’Italiano e il Tedesco. Cosa volevo di più? Imparare il Cinese, che non aveva niente a che fare con il Latino? Da oltre mille anni, da quando i Longobardi furono costretti ad imparare la lingua del luogo, nel paese e nella famiglia di mia nonna si parlava il Friulano, e qualche volta era già troppo.

Tentai, senza successo, la carta della giurisprudenza. “Par fa pâs in famee no vin mai vût bisugne di un avocat, e i nodârs no fasin ni altri che robâ bês a le int che scuen vendi un cjamp”. Mi rimase solo la medicina, ma la nonna tagliò corto: “Lassìn stâ i miedis!… Mi prometistu, di no deventâ predi?”

Solo allora mi accorsi che non avevo mai visto mia nonna in chiesa, benché fosse cresciuta in una famiglia molto, ovviamente troppo, religiosa.

Non ho mai saputo perché non voleva assolutamente che diventassi prete. Ma glielo promisi, e questa promessa mi ha reso la vita più facile, perché da allora almeno una risposta alle mille domande dell’adolescenza la conoscevo: “Entrare in seminario, diventare prete? Mi dispiace. Non posso. L’ho promesso a mia nonna.”