INDIETRO

"La prima 

"Sagra degli Alpini""

di Pietro Menis

 

FOTO

 

Di seguito ripubblichiamo un capitolo del libro «Alpini di Buja» (1) di Pietro Menis, documentato dalle foto originali ed inedite degli avvenimenti descritti.

Si ringrazia l’appassionato collezionista Umberto Aita che ha procurato e messo a disposizione le immagini ed il Gruppo Alpini di Buja che ha consentito la pubblicazione del testo.

 

La inaugurazione della Sezione fra gli ex Alpini di Buja avvenne il 21 marzo 1926.

Su questo avvenimento «La Patria del Friuli» del giorno successivo, 22 marzo, con un titolo a caratteri vistosi di seconda pagina, esteso su due colonne, così si esprimeva: «La sagra degli Alpini a Buia – Nuova Sezione della Associazione Nazionale ex Alpini costituita – Benedetto gagliardetto – Il rancio… nell’accampamento».

Il lungo articolo sulla nostra festa alpina era stato scritto personalmente dal direttore del giornale, Domenico Del Bianco, scrittore e poeta noto collo pseudonimo di Meni Muse. Da quelle righe appare, oltre al giornalista di razza, il conoscitore profondo e appassionato del nostro Friuli e dei suoi uomini. E pensare che il nostro «cronista» aveva dimenticato, e quindi perduto, il suo notes con gli appunti e le impressioni raccolte quassù di prima mano! «Al Tabeacco, dove ho fatto la mia colazione – scriveva alcuni giorni dopo Del Bianco a Pietro Menis – nel tirare fuori la pipa ho lasciato tutte le mie e sue noterelle ed appunti sulla cara festa di domenica, così che, senza l’aiuto del collega del Gazzettino, il quale mi diede la lista dei nomi, non avrei potuto menzionare nemmeno i partecipanti alla cerimonia!… Quindi la mia relazione, probabilmente è riuscita incompleta».

Tutt’altro diremmo! Di quella cronaca, ci limiteremo a trascrivere i passi essenziali ed indicativi.

«Veramente per il nostro rappresentante – esordiva Del Bianco – la “sagra” cominciò a Tricesimo, dove è salito sull’autobus che doveva trasportare la banda tricesimana alla pittoresca comunità di Buja. Si partì a suon di musica e le note marziali ci rallegrarono sino in fondo al ridente paese. Poi cominciò la delizia degli occhi che godevano i mutabili e sempre bei panorami attraverso le amene colline, con lo sfondo delle Alpi evanescenti, sfumate dietro un velario di nebbia… Eccoci alla meta. Buja festosa, imbandierata, con una folla di popolo che si stringeva attorno al famoso “Tabeacco”. Carri adorni di rame verdi, automobili, carrette che arrivavano e portavano gli ospiti, strisce appiccate ai muri evvivanti gli Scarponi, i più belli e aitanti soldati, sospiro delle giovinette come lascia credere il grido: “Mame  ’e son cà i alpins!…”.

Arrivano le comitive cantando le canzoni dei bivacchi e delle marce, moltissimi col tradizionale cappello piumato, molti pure col petto fregiato di decorazioni. Tutti si raccolgono nella vasta sala del Tabeacco; là molti vecchi Alpini, di quelli “che hanno fatto la guerra” sotto il generale Quintino Ronchi, si stringono e lo salutano col nome di “nostro papà”. Altri portano il loro omaggio a due madri di eroi Caduti, la Signora Urli, madre della medaglia d’oro Ferdinando e la signora Laura Marangoni, madre del caduto tenente Giuseppe, cui si intitola la Sezione di Buja.

Il sindaco di Buja, Umberto Barnaba, il presidente Nello Marangoni e gli altri membri del Comitato si fanno in quattro per ricevere le rappresentanze che arrivano coi loro gagliardetti ed i loro vessilli… In sala, canzoni militari e inni bellici… cori e banda…

Ed ecco il corteo verso il Colle di San Sebastiano, con il seguente ordine: Scolaresca guidata dal corpo insegnante, la Banda musicale di Buja, le autorità; il Generale Ronchi, il Sindaco di Buja, la medaglia d’oro Urli, la madrina signora Marangoni, Renato Barnaba, i Tenenti degli Alpini Giuseppe Fossato e Carlo Fuchs, in rappresentanza del Battaglione Gemona, l’ex Capitano degli Alpini Don Grillo, il segretario del Fascio locale, Vittorio Venchiarutti, i direttori delle filiali bujesi della Banca Cattolica Giovanni Miani e della Banca del Friuli sig. Deotti, Ippolito Giorgini, Egidio Miani, Domenico Ragagnin, il capogruppo di Tricesimo Pietro Ellero, il capogruppo di Gemona Luigi Sartori, Picco del gruppo di Alesso, l’ex Tenente Vitale da S. Daniele. Vi erano rappresentanze delle Sezioni ex Alpini di Tarcento, Artegna, Tricesimo, San Daniele, Gemona, ex Alpini e “volontari Alpini” di Savorgnano.

La colonna che si estendeva non meno di cinquecento metri di lunghezza era solcata ad intervalli da cartelloni col nome delle Sezioni, da gagliardetti e bandiere; quelle di Buja, combattenti, Fascio maschile e femminile, Società agricola operaia, Scuole elementari, “Unione e fedeltà” di Avilla; delle Sezioni di Lusevera, di Tricesimo, di Gemona, di San Daniele e… altre ancora. Fra quei labari e quelle bandiere marciava anche il labaro inaugurando, avvolto di bianco.

Mancava Udine, e la mancanza fu rilevata con dispiacere; una rappresentanza degli ex Alpini di Udine era desiderata e aspettata. Mancava Don Merluzzi, il rievocatore di tutte le glorie alpine. Tra le bande incorporate nel corteo, Buja, Gemona e Tricesimo».

(Delle due assenze lamentate dal cronista, una soltanto era giustificata, quella di Don Merluzzi, impegnato in quei giorni nel suo trasloco dalla Cura di Risano ad altra sede. La Presidenza della Sezione di Buja aveva invitato Don Merluzzi a benedire il gagliardetto e a tenere il relativo discorso «ufficiale», ma, non potendo egli partecipare, aveva indicato a sostituirlo Don Grillo).

«Su, giù, poi di nuovo in alto. Il “Monte”, un piccolo colle con centotrenta metri di dislivello sono trascurabile cosa, ma la salita è molto aspra e si suda nonostante la temperatura, poco  gentile sia con noi che coi timidi fiori che occhieggiano sotto i cespugli ai due lati della strada sassosa eppure “camionabile”.

Lassù il panorama, dalla chiesa è magnifico. “Ovunque il guardo io giro non vedo che bellezze” per dirla metastasiamente.

Don Grillo celebra la Messa… la chiesa è affollata… Le Autorità e rappresentanze prendono posto nel presbiterio.

Poscia il corteo si ricostruisce per salire ad un’altra cima là dove sarà innalzato un grande faro dedicato alla memoria dei Caduti». (2)

(La «cima» era precisamente dove ora sorge la cisterna dell’acquedotto cittadino).

«L’inaugurando gagliardetto è fiancheggiato dalle due madri degli Alpini Caduti, signore Urli e Marangoni… Don Grillo lo benedice nel nome del Signore. Gagliardetti e bandiere sono inchinate mentre la Banda di Buja intona l’inno reale.

Poi la madrina Laura Marangoni, con nobiltà di sentimenti e di parole, fa la consegna del bellissimo gagliardetto offerto dalle donne di Buja: “Prendetelo… è vostro; custoditelo… è sacro…”, po la commozione la vince e si ritira piangendo…

Ed è la volta dell’oratore ufficiale, il generale Ronchi. Il suo magnifico discorso è di quelli che non si possono riassumere; è un inno riboccante di entusiasmo per le truppe alpine che hanno dato la proporzione più alta di morti nell’ultima guerra: su centotrentamila incorporati nell’arma, 60 mila morti… mezzo secolo appena di vita, mezzo secolo di gloria sempre più fulgida. E l’oratore si indugia nel rievocare le tappe dove gli Alpini “scrissero pagine immortali nella storia del valore italiano”… In questa Buja dove l’amor di Patria ha tradizioni antiche… in questa Buja che agli Alpini diede tanti giovani gagliardi, era doveroso che si tenesse questa solenne glorificazione alpina…

Quando gli applausi coronarono la fine dell’eloquente discorso, Pietro Menis diede lettura delle adesioni pervenute al Comitato; poi Giuseppe Pascoli di Udine rimembrava une delle figure più nobili di cui si fregia il corpo degli Alpini, il Generale Antonio Cantore; parlavano infine i rappresentanti delle Sezioni ex Alpini di Gorizia, di Cividale, di Torreano, ed altri».

Una parentesi alla cronaca di quella giornata.

L’adesione di Don Merluzzi, scritta su due foglietti di quaderno, a distanza di cinquanta anni, merita di essere trascritta in alcuni suoi passi.

«Saluto tutti gli Alpini – scriveva – presenti ed assenti. Chi s’oppone all’alpinismo, s’oppone ad una innata tendenza dell’uomo. Nessun Alpino ha mai dato le dimissioni. Nessun Alpino ha mai avuto un disaccordo col fratello. Nessuno ha mai detto male degli Alpini. La nostra invidiata armonia è una delle cose più meravigliose che oggi stupiscano il mondo. Non curiamo delle strida dei rettili che vengono su dai giuncheti e dagli stagni delle paludi. Guardiamo in alto, lassù, nei regni dell’aquila. E io sento a Buja, l’impercettibile rombar dell’aquila; e voci confuse, alte e vivaci, e frastuono più forte, e suoni di letizia e di gloria trionfale… Bevete a larghi sorsi le aure della civiltà alpina. Alpini di tutto il mondo unitevi!…

Alpino, fratello del mulo e mulo della gloria, mulo della Patria, mulo dell’esercito, fratello dei camosci e delle aquile, uomo di zaino e di corda, scarpone ferrato, montanaro re e sovrano delle cime e delle solitudini, essere di vita e di morte, il tuo spirito nessuno può misurare. Evviva i verdi!… O musiche suonate! Suonate per la Sezione Alpini di Buja! Suonate per la più meravigliosa delle Associazioni; l’Associazione Alpini!…»

Continua Del Bianco: «Il corteo ridisceso dal “Monte” si dispone sulla Piazza dove il segretario della nuova Sezione a nome della Presidenza ringrazia il Generale Ronchi, le autorità e quanti hanno partecipato alla cerimonia ed invita al “rancio speciale” offerto sul “Cuc di Baldo”» (3). E il cronista de «La Patria del Friuli» conclude così il suo resoconto: «Più tardi, concerto in piazza. Una cara festa popolare pienamente, magnificamente riuscita».

  

NOTE:

1 - Pietro Menis, Alpini di  Buja, Gruppo Alpini di Buja 1975,  nel cinquantesimo di fondazione.

2 - Il faro avrebbe dovuto sorgere dove presentemente sorge la Croce luminosa; la piazzola in cemento armato era appunto il supporto del progettato faro.

L’idea di costruire una colonna sormontata da un faro luminoso era stata caldeggiata dalla locale Sezione degli ex Combattenti con l’appoggio finanziario del Comune; si erano raccolte delle offerte, si erano addirittura iniziati i lavori, portando le fondamenta massicce a fior di terra, ma una mala amministrazione fece naufragare l’iniziativa.

Sul menzionato libro, «I caduti sul campo della gloria», leggiamo queste righe: «E il popolo di Buia decretò di onorare i suoi Caduti nella grande guerra. E a eternare la memoria stabilì che sulla vetta del Monte di Buia, al Piazzale della Vittoria, sorgesse una “colonna votiva” alta più di 30 metri. E sopra questa un “Faro”, spandesse tutt’intorno la sua luce nei colori della Patria. E che nei pressi di questa colonna sorgesse il Parco della Rimembranza. E che una strada conducesse al Piazzale della Vittoria e fosse chiamata “Via sacra”. E lungo queste pietre fossero poste le “Pietre della Ricordanza”. E di queste pietre, tredici fossero di pietra bianca del Carso, a ricordanza delle tredici Vittorie. E due fossero di pietra nera, a ricordanza delle due sconfitte. E tutto fosse luogo sacro a Dio Onnipotente, Signore degli Eserciti, e non fosse giammai né diroccato né distrutto».

3 - Il «Cuc di Baldo» in quell’anno 1925, era completamente «nudo», cioè privo di qualsiasi fabbricato; una collina pratosa qui e boscosa là, con una «bressana» sul pianoro dove sorge oggi il palazzo delle Scuole elementari e si snoda la bella strada asfaltata che porta a Collosomano. Allora il suo tracciato era ancora incompleto e accidentato; infatti la sua costruzione era stata intrapresa nell’inverno 1914-15, per dar lavoro agli emigranti rientrati precipitosamente dalla «Germania», a causa dello scoppio della guerra. Così Del Bianco descrive la scampagnata al colle: «Là, sur una vasta prateria, dominata da una superba villa in costruzione, mentre sul limite degli stessi prati si è trasportato il materiale per la costruzione di una seconda villa, si sono piantate le cucine da campo e uomini e donne sudano a preparare le paste asciutte al ragù e un quarto di chilogramma di carne per ognuno, e il resto, “alpin lasse l’aghe e bef il vin”».

Il riferimento alle «ville» riguarda la palazzina in cima al colle, oggi di proprietà Calligaro, e la casa Del Missier, che sarà la seconda costruzione sul «Cuc di Baldo».