Alpin jo mame n°4 2009

OTTAVIO CALLIGARO,

UN ARTIGLIERE ALPINO DEL VAJONT

Di Sergio Burigotto

 

 

"Li chiamó il dovere, trovarono l'orrore, li sostenne l'amore": cosi, in poche parole, quasi un aforisma, si puó riassumere la sconvolgente espe-rienza che i reparti della Brigata Alpina Cadore attraversarono prestando la loro opera di soccorso nella catastrofe del Vajont, il 9 ottobre 1963; poche parole, ma sufficienti per raccontare l'immane apporto di solidarietà di cui furono capaci a Lon-garone e, per una quarantina di chilometri lungo il corso del Piave, negli altri paesi travolti dalla rovi-na di quella notte.

A Belluno avevano sede allora due reggimenti: il 7° Alpini ed il 6° Artiglieria da montagna.

Alle 22.45 ci fu la grande sciagura che tutti cono-sciamo. Un'enorme frana staccatasi dalle pendici del Monte Toc si inabissó nelle acque del sotto-stante lago, sollevando una ciclopica ondata che si abbatté sui paesi lungo la valle, seppellendo ogni cosa nel fango.

Gli Alpini di Tai di Cadore, i piú vicini, erano sul posto già un'ora e mezza dopo il tragico evento e quelli di stanza a Belluno circa due ore dopo, dando inizio alle operazioni di soccorso nel buio incerto della notte.

Le prime luci dell'alba disegnarono uno scenario che riempi gli occhi di quei giovani soldati di orro-re, di desolazione, di sgomento. Furono allora la pietà ed il dolore a sostenerli nel lavoro di ricerca

dei cadaveri sparsi sulla pietraia, lungo il corso del Piave, negli anfratti e lungo le strade, trascinati con violenza e dispersi fra le siepi e sugli alberi.

Lo sprezzo del pericolo non fu solo un modo di dire dal sapore eroico: gli Alpini si addentrarono fra le macerie e i muri malfermi, si mossero su ter-reni infidi e inconsistenti alla ricerca di poveri resti umani cui dare ricomposizione, di salme cui dare la dignità di una pietosa sepoltura. Mille aneddoti raccontano di loro e delle prove tremende che, anche a livello psicologico, dovettero affrontare: uno di essi, ad esempio, si presentó ai suoi compa-gni reggendo un corpicino tutto nudo, lo consegnó nelle loro mani e svenne.

Alpini e Artiglieri cominciarono il trasporto dei morti a spalle o su barelle improvvisate.

Dopo 36 ore ininterrotte in mezzo alla morte, dopo aver composto decine di cadaveri, erano, si, sfiniti dalla stanchezza, ma chiedevano ancora di rimanere sul posto.

Ai magnifici soldati del 7° Alpini e del 6° Arti-glieria da montagna venne concessa la medaglia d'oro al valor civile il 2 giugno 1964.

Due Alpini Bujesi erano fra questi soldati: Matieto Alberto di Andreuzza, del 7° Alpini, e Cal-ligaro Ottavio di Strambons, del 6° Artiglieria Alpi-na, Gruppo Lanzo.

Incontrai Calligaro subito dopo quella tragedia, sulla corriera che da Udine portava a Buja.

Aveva la barba lunga, folta e nera, e portava in testa un cappello alpino "sbuferato", col cappotto militare che toccava terra: per riconoscerlo dovetti fissarlo lungamente. II suo aspetto incuteva sogge-zione, quasi timore. Eppure eravamo della stessa classe, lui ed io: io ancora studente a Udine, lui Alpino a Belluno. Ci abbracciammo con la gioia di quando ci si ritrova a sorpresa.

«Come va?»

«Ma... cosi!» e fece un cenno con la mano, come per scacciare davanti a sé un incubo.

Poi si asciugó una lacrima. Anche a me scende-vano lacrime: comprendevo la tragedia, l'orrore, i sentimenti di impotente pietà di cui era stato pro-tagonista. Con un filo di voce mi confido: «Non dimentichero mai quello che ho visto e prova-to...nel Vajont".

Io non volevo farlo soffrire con i ricordi... pove-ro Ottavio.

La naja, poi, doveva riservargli altre prove, su in Alto Adige, di guardia ai tralicci quando le tensio-ni con i Tirolesi del sud erano sempre a rischio di attentato terroristico.

Poi finalmente a casa, ma solo per cominciare la naja dell'emigrazione in Svizzera, lontano dagli affetti, dai compagni d'infanzia e di gioventú, lon-tano dalla sua "Baita".

Finalmente, dopo anni di emigrazione, il ritorno a Buja tra la sua gente, dai suoi amici Alpini.

Inutile dire che si iscrisse al Gruppo, diventan-done consigliere e instancabile trascinatore. Volle anzi consegnare la medaglia del Vajont al suo capo-gruppo perché la tenesse nella sede, in modo che tutti la vedessero e capissero il grande significato umano, militare e civile che rappresentava. Da Alpino capace di generosa presenza nella comuni-tà spendeva il suo tempo disponibile non solo nella vita dell' ANA, ma anche nell'attività del Coro locale.

Ora Ottavio ha raggiunto il Paradiso di Cantore.

Gli Alpini Bujesi lo hanno onorato con grande partecipazione e con toccanti parole.

46 anni dopo la tragedia di cui aveva condiviso la sofferenza, l'artigliere alpino Calligaro Ottavio, del Gruppo Lanzo del 6° Artiglieria da montagna, della Brigata Cadore, è andato avanti. Noi, impo-veriti dalla sua partenza, pensiamo a lui con rico-noscente affetto e lo ricordiamo proprio con le parole "li chiamó il dovere, trovarono I'orrore, li sostenne l'amore". Davvero egli fu testimone del dovere, per quel senso di solidarietà che sa vincere ogni peggiore angoscia, quando nel fiore degli anni non si tiró indietro davanti all'occasione di portare uno spiraglio di umana compassione in uno scena-rio di devastante dolore.