INDIETRO

Il Regno di Buja

1946 - 1949 

di Mirella Comino Osso 

 

FOTO1 FOTO2

 

 

Se, come siamo abituati a dire, la storia ha sempre tanto da insegnare, vale la pena ancora una volta di dare un'occhiata alla storia di casa nostra, e in particolare a quegli anni del primo dopoguerra che altre volte, e sotto aspetti diversi, hanno dato occasione di analisi e di riflessione. Furono quelli, infatti, gli anni che a Buja gettarono le basi di un fenomeno culturale in cui successivamente trovò terreno fertile la crescita di tanti grandi personaggi. Una delle numerose iniziative che, insieme all'"Accademia Bujense degli Accesi", prese vita in quel periodo fu l'edizione del foglio "Il Regno di Buja" che uscì in nove numeri dal 1946 al 1949. Nato per idea di un gruppo di appassionati appena tornati dalla resistenza o dalla prigionia, la pubblicazione (un foglio formato protocollo, cui a volte si è aggiunta una pagina come calendario) dichiarava fin dal primo numero i suoi programmi: "le sue pagine raccoglieranno cose nostre: cronache, interessi locali, brani di storia patria...". 

Tuttavia, senza dichiararli, manifestava anche i suoi scopi e il suo carattere. "Il nostro giornale aspira alla vita": e la volontà di vivere, di ricominciare, di rinascere dagli orrori della guerra e della miseria, ma soprattutto di scuotersi dalla tentazione di pensare alla pura sopravvivenza fisica ed economica si leggono tra le righe di ogni articolo e di ogni pagina. Quanto al carattere, già il titolo la dice lunga se, come osservava anni dopo Pietro Menis ("L'Accademia Bujense degli Accesi, 1947") in quegli anni in cui tutti auspicavano la Repubblica (il titolo) era una sfida, o meglio, un infischiarsi della nomea" attraverso la quale, nella leggenda, i Bujesi erano conosciuti come fabbricanti di monete false ai danni degli Austriaci.

 Un titolo, quindi, che suonava come invito esplicito ai Bujesi affinché si accettassero per quello che erano, riconoscessero le proprie risorse anche con un pizzico di ironia e le valorizzassero con fiducia. I problemi della disoccupazione e dell'emigrazione, le speranze suscitate dalla nascita di nuove imprese, le attese di un collegamento tranviario che avrebbe dovuto dare respiro al futuro di Buja togliendola dal suo isolamento, le aspirazioni autonomistiche che cominciavano a prendere consistenza tra i Friulani erano i temi più attuali di politica locale, cui si aggiungevano le attese per le prime elezioni comunali e per la nuova, affascinante avventura dell'esercizio della democrazia. 

Contemporaneamente, però, quasi sempre per mano di Pietro Menis, il passato veniva richiamato e ricordato: nascevano così le pagine di storia degli antichi casati bujesi, le ricerche su come Buja partecipò ai grandi eventi del 1848 o sull'origine dello stemma comunale. Riportato alla luce, il passato era fonte di conoscenza dell'identità di questo paese, di riflessione sulla sua immagine e, perché no, di orgoglio delle sue radici.

Brani, poesie e disegni, scritti a volte scoperti tra le carte di quei non pochi Bujesi che sapevano far convivere il duro lavoro della fornace con la voglia di usare la penna, rivelavano capacità creative che ciascuno coltivava secondo le sue attitudini e che si sarebbero presto espresse completamente nelle opere dei nostri artisti migliori. 

Persino la pubblicità, con i suoi messaggi essenziali, stipati in piccoli rettangoli dell'ultima pagina, spesso personalizzati dalla ricerca di un carattere tipografico particolare, di una rima, di un pensiero augurale, misura in qualche modo la quantità e la qualità di quella voglia di rifiorire che investiva un po' tutte le forze sociali, da quelle del commercio e della produzione alle attività ricreative, dai servizi alla cultura. "L'orchestra che vi diverte, la RADIOSA, porge alla sua Buja tanti auguri per il nuovo anno e per il carnevale" è uno dei messaggi pubblicitari del terzo numero (dicembre 1946).

La "sua Buja": forse il perché di tanto impegno, di tanta volontà, di tanta capacità di pensare e lavorare in positivo, che connotano tutte le pagine del "Regno di Buja", sta nell'affetto trasparente di quelle parole, che legano un'orchestrina alla sua gente, e sono il segno di un clima e di un tempo in cui, sperimentata la forza distruttiva del dividere, l'unica scelta di vita era quella di unirsi per costruire. Angelo Cragnolini, oggi Presidente onorario del Gruppo Corale Buje al quale ha dedicato fin dalla fondazione la sua passione corista e le sue capacità organizzative, è testimone privilegiato di quel clima e di quel tempo: fu infatti Direttore amministrativo del "Regno di Buja" e tipografo "improvvisato" per la stampa del giornalino. 

Prima di parlare della sua esperienza di quegli anni, Angelo mi ha mostrato, nell'elenco di coloro che aderivano alle sottoscrizioni "Pro Regno di Buja", un'offerta di 50 lire versata da mio padre. Mio padre, fornaciaio, come in quegli anni la maggior parte della gente non aveva né "scuola" né soldi. Non ricordo che avesse mai potuto permettersi una spesa non necessaria. Se nel '46 sostenne con un'offerta, benché la più modesta dell'elenco, il "Regno di Buja", fu certo per la stessa ragione per cui tante persone di ogni livello culturale e sociale hanno sfidato la mancanza di mezzi economici e di strutture, le contrapposizioni ideologiche e personali, l'attrattiva di facili tornaconti o gratificazioni nella convinzione che ogni conquista, ogni servizio culturale sono un bene di ciascuno e di tutti.

 

Intervista ad Angelo Cragnolini 

 

Come nacque l'idea di pubblicare "Il Regno di Buja"? 

L'idea nacque soprattutto da Guerrino Mattia Monassi che, da partigiano, aveva lavorato ad una piccola tipografia a mano, organizzata alla meglio sulle montagne per stampare circolari, avvisi, proclami e quanto serviva per le comunicazioni di quel particolare periodo. Era l'ottobre del '45. Io ero tornato da appena un paio di mesi dalla prigionia che avevo trascorso per quasi due anni in Germania, quando Matiute venne a trovarmi e mi illustrò la sua intenzione di creare la "COOPERATIVA TIPOGRAFICA DI BUJA" tra partigiani e reduci. L'iniziativa prese veste ufficiale con l'assemblea che definì la fondazione della Cooperativa, di cui facevano parte 15 soci, e con l'elezione di Guerrino Mattia Monassi alla carica di Presidente. Io ebbi l'incarico di segretario amministrativo e di tipografo. Per un certo periodo la tipografia servì a stampare un po' di tutto: circolari, partecipazioni, piccoli manifesti, libretti di latteria, libri paga. Poi, sempre sollecitati da Monassi, decidemmo di stampare un giornalino che pubblicasse le notizie e i problemi che potevano interessare la comunità buiese. Nacque così "Il Regno di Buja", cui collaboravano, oltre a numerosi giovani che amavano scrivere in poesia o in prosa, i componenti dell'Accademia Bujense degli Accesi, che in quegli anni aveva il merito di organizzare la maggior parte delle attività culturali di Buja.

 

Quali erano più precisamente i rapporti con l'Accademia Bujense degli Accesi?

 L'Accademia era nata durante la Resistenza, nel '44. Fondata da una decina di giovani studenti, che nella clandestinità delle montagne avevano coltivato l'aspirazione a tutto ciò che poteva elevarli al di sopra delle brutture della guerra e della privazione della libertà. Aveva scelto come Decano Pietro Menis e curava numerose iniziative culturali: mostre di artisti, dibattiti, pubblicazioni. Ebbe, ad esempio, come suo foglio la rivista "Il Richiamo", che però ebbe vita brevissima. Pur non essendo emanazione dell'Accademia, "Il Regno di Buja" fu comunque per gli Accademici quella "palestra" che Pietro Menis, fin dal primo numero, auspicava diventasse per i giovani che volevano "spiegare le proprie ali per voli più vasti e arditi". In altre parole, la buona volontà di chi operava in iniziative culturali non faceva una questione di appartenenza, ma prestava la sua collaborazione negli spazi più idonei.

 

C'era, dunque, un clima di particolare impegno e fermento culturale in quegli anni? 

Indubbiamente c'era molto entusiasmo. L'esperienza della guerra aveva insegnato ad apprezzare ciò che veramente contava ed elevava al di sopra del sopravvivere fisico. Le limitazioni alla libertà, di cui si era diventati via via più consapevoli, avevano promosso quasi per reazione idee e proposte che non si fermavano davanti alle difficoltà che pure, oggettivamente, esistevano. 

Mi viene in mente un episodio che è sintomatico del nostro modo di affrontare l'imprevisto, nelle piccole e nelle grandi cose: all'inizio dell'estate del '46 io e Matiute decidemmo di comperare una motocicletta che doveva servire per conto della Tipografia. Ci recammo così a Pordenone presso un recupero militare e lì combinammo l'acquisto di una "Norton 500", usata, s'intende. 

Trasportata con un camion della Cooperativa Trasporti Buiese nell'officina che questa gestiva a S. Stefano, in breve tempo la moto fu messa a posto e pronta ad entrare in servizio. Io, però non ero mai salito su una moto e Matiute nemmeno, e tuttavia uno di noi doveva provarla. Con un po' di coraggio l'ho avviata e sono partito verso Ursinins Piccolo. Arrivato sulla piazzetta ho visto alcune persone che mi stavano guardando. Allora, tutto emozionato, ho fatto per fermarmi, ma non sapevo da dove cominciare e dovetti puntare i piedi a terra e strisciare un bel po' sulla strada bianca prima di riuscirci. 

Mi venne incontro tuo padre, che mi aveva ben osservato e che ne sapeva molto di motori, e mi disse: "Guarda che per fermarsi bisogna tirare la frizione". In realtà io non l'avevo nemmeno toccata, imparavo in quel momento cosa si doveva fare per fermare la corsa. Ecco, eravamo così, disposti ad imparare strada facendo, a nostro rischio e pericolo, pur di realizzare le nostre idee.

 

Ma quali erano, in concreto, le difficoltà che dovevate affrontare più di frequente nella realizzazione delle vostre iniziative? 

In genere si trattava di difficoltà economiche e di un'assoluta mancanza di mezzi e di strutture. Io, ad esempio, fui incaricato di stampare "Il Regno di Buia" con la stampatrice a pedale che era stata recuperata dall'attività svolta dai partigiani sulle montagne. Ebbene, non solo la macchina ed i caratteri che dovevo usare erano incredibilmente consumati e mostravano tutti gli acciacchi derivanti dal loro lungo passato in cui non avevano visto manutenzione di alcun genere, ma il bello era che io non avevo mai fatto il tipografo in vita mia! Eppure accettai l'incarico con fiducia ed ottimismo, con entusiasmo: per due settimane frequentai a Udine la Tipografia Del Bianco, dove appresi le prime nozioni necessarie ad avviare l'attività. Immediatamente dopo cominciai ad eseguire i primi lavori che venivano commissionati alla Cooperativa e, nel giro di poco tempo, ero in grado di stampare tutto quello che rientrava nel formato protocollo. Le difficoltà la cui soluzione dipendeva dalla nostra buona volontà, dunque, si superavano. Più preoccupanti erano invece i problemi economici che ci impedivano, ad esempio, di sostituire i caratteri e le parti logore della stampatrice. Il giornalino sopravviveva grazie alle sottoscrizioni cui aderivano quelli che apprezzavano il nostro impegno e il nostro lavoro, ma soprattutto grazie all'affetto e al sostegno morale che queste persone, qui a Buja, o all'estero come emigranti, ci dimostravano. Questo, tuttavia, non bastò ad assicurare regolarità alla pubblicazione: nel 1946 ne uscirono tre numeri, nel '47 quattro, nel '48 e '49 un numero solo per anno. Tiravamo 900 copie per numero; ed ogni copia era venduta a 10 lire.

 

Furono quindi i problemi economici ad interrompere definitivamente l'uscita della pubblicazione? 

I problemi economici ebbero sicuramente una parte importante, ma non furono gli unici. La vita si stava man mano normalizzando, nei paesi, qui da noi come nel resto d'Italia, ed ognuno doveva, giustamente, seguire la sua strada. Guerrino Monassi, che era stato l'anima del giornale, fu chiamato a Roma alla Zecca di Stato come incisore. Gli Accademici che collaboravano per la pubblicazione presero, contemporaneamente, indirizzi diversi per realizzare le loro carriere professionali. Fu così che io cessai di fare il tipografo! L'interruzione di certe iniziative non era che il segno di un momento storico che stava cambiando. L'emergenza ci aveva dato la forza di affrontare ogni ostacolo, la normalità tornava ad appiattire entusiasmi e grandi aspirazioni. Non si può non ricavare da questa esperienza, riflessioni e confronti con tempi più o meno vicini a oggi. Non si può non chiedersi perché, nonostante l'esempio di tanti fatti passati, non siamo ancora riusciti a sottrarci a quel meccanismo per cui riusciamo a far fruttare le nostre risorse soltanto quando temiamo di averle perse per sempre.