40 anni Pro Buja di Mirella Comino | |
1965: nasce la Pro Buja “L’anno millenovecentosessantacinque, il venticinque ottobre, in Buia, in una sala del municipio, innanzi a me dott. Cesare Ghiretti, notaio in Cividale del Friuli…sono presenti i signori…” Seguono le generalità di 43 persone, nate in anni compresi tra il 1894 e il 1940, ed occupate in professioni diverse: agricoltori, commercianti, artigiani, insegnanti, oltre a pensionati, mugnai, casari, ferrovieri [1]. Si tratta di persone che la memoria, nei limiti del possibile, colloca come provenienti da diverse frazioni di Buja e da diverse simpatie politiche. Sono i soci fondatori che firmarono l’atto costitutivo dell’Associazione “Pro Buia” e ne avviarono le prime iniziative. Principale allegato all’atto di nascita ufficiale è lo Statuto, che all’articolo 1 determina la costituzione e la denominazione dell’Associazione (dove Buia è scritta con la “i” al posto della più corrente “j” di oggi), all’articolo 2 ne precisa il rapporto con l’Ente Provinciale per il Turismo di Udine e all’articolo 3 elenca gli “scopi principali”. È interessante osservare che già in questo documento di 40 anni fa, nei 20 paragrafi del citato terzo articolo che definisce gli obiettivi della Pro Loco ed è quindi fondamentale per la sua vita ed attività, si intravede una costante attenzione per la valorizzazione del territorio. Essa, pur senza troppe insistenze esplicite, fa da sfondo alla preoccupazione di curare, far conoscere e far apprezzare l’immagine di Buja attraverso il suo patrimonio di bellezze naturali, artistiche e monumentali. Il termine più ricorrente, nel corso delle quasi due facciate di foglio protocollo che trattano delle finalità sociali, è infatti la parola “turistico”, con ripetuti propositi di sviluppo degli aspetti paesaggistici, delle infrastrutture e dei servizi a beneficio di potenziali visitatori; è invece assente il termine “culturale”, così come non ci sono evidenti riferimenti a precise attività di supervisione o di coordinamento di altre associazioni locali, se non per un generico “riunire attorno a sè (alla Pro Buja) Enti, industriali e privati che hanno interesse per lo sviluppo turistico della località”[2]. Ventisette anni più tardi, il 15 novembre 1992, nell’atto di rifondazione firmato davanti al notaio Alfredo Catena dal Presidente neo eletto Bruno Cattarino, le finalità culturali e di coordinamento si ponevano in primo piano, inquadrando quelle turistiche in un più complesso proposito di valorizzazione delle risorse locali. Infatti, nello statuto aggiornato dall’assemblea straordinaria dei soci, riunitasi dopo anni di silenzio, l’articolo 3 elencava ancora gli “scopi principali” dell’associazione, rimodellandoli in modo articolato secondo un’ottica di tutela, valorizzazione e sviluppo aperta tanto alla cultura quanto al sociale, al turismo come allo sport, alle attività ricreative come a quelle di solidarietà. Nell’ultima, recente revisione statutaria, approvata il 28 ottobre 2004 per esigenze più formali che sostanziali di adeguamento alle normative generali oggi in vigore, l’ampiezza delle finalità dell’associazione si conferma a tutto campo, cogliendo l’inevitabile interazione tra aspetti turistici e di sviluppo locale attraverso l’apertura ad ogni possibile settore culturale e sociale ed al loro armonico coordinamento. In verità, per leggere correttamente il significato di ogni proposizione di questi preziosi documenti, così strettamente legati all’evoluzione del tessuto sociale e civile di Buja, è necessario tenere saldamente presenti i tempi in cui essi sono stati prodotti. Gli anni 60, quelli in cui la Pro Buja prese una fisionomia giuridica tramite il suo primo atto costitutivo, erano anni di grande fervore creativo ed operativo. Il miracolo economico si stava finalmente affacciando anche in Friuli e la scala delle priorità quotidiane si stava riassestando per dare spazio anche ad iniziative non strettamente funzionali alla sopravvivenza. Qualche emigrante rientrava e, insieme a chi era rimasto sul posto ad affrontare i problemi del dopoguerra e la battaglia quotidiana per una vita migliore, cominciava a riconoscere nel paese non solo i valori del lavoro, della famiglia e del “mattone” di proprietà, ma anche quelli dello stare insieme, dello scoprire le innumerevoli risorse e bellezze di Buja e dello stupirsi davanti ad esse, che in tempo di guerra o di altre necessità più urgenti non avevano avuto modo di venire alla luce in modo consapevole. La parola “cultura”, fino a quegli anni, era vista ancora con riverente distanza, spesso intrisa di significati scolastici, considerata come bagaglio di nozioni alla portata di chi aveva potuto accedere a livelli di istruzione più alti dei minimi richiesti dalla scuola obbligatoria. Lo avevano dimostrato, ad esempio, le iniziative dell’Accademia Bujense degli Accesi, che aveva miracolosamente creato nel primo dopoguerra un felice, ma elitario laboratorio di interessi culturali. L’idea di cultura era comunque dominata dalla presenza dei “grandi” eventi storici, artistici, letterari, musicali, dove cantare villotte tramandate ad orecchio, interpretare commedie messe in scena in lingua friulana, allestire o visitare mostre di opere realizzate da artisti locali erano considerate attività che potevano difficilmente ambire alla qualifica di “culturali”. La consapevolezza di un patrimonio dello spirito che non poteva andare disperso si stava tuttavia facendo strada se, come accadde proprio a ridosso dell’atto ufficiale di formazione della Pro Loco, altre iniziative da sempre presenti in modo spontaneo tra la nostra gente trovarono il coraggio di farsi riconoscere davanti ad un notaio, come fu, ad esempio, nel ’66 per il Gruppo corale “Buje”, per i “Balarins di Buje”, o per la Compagnia del “Teatri Sperimentâl”, che si aggiungevano ad altre associazioni di dimensione comunale preesistenti, come la Banda cittadina (1897) o l’AFDS (1955). In questo clima di vivace creatività, appartenere ad un gruppo significava dare un senso più nobile al bisogno di stare insieme e di coltivare interessi e capacità, e al tempo stesso significava far crescere la consapevolezza che Buja aveva risorse da presentare con orgoglio a sé stessa e a gli altri. Va anche detto che era urgente, allora, la necessità di cercare elementi aggreganti per il paese, lacerato da storiche rivalità di campanile che immancabilmente tarpavano le ali ad ogni tentativo di spiccare il volo in campo artistico, sociale, politico, o di elevare un’iniziativa al di sopra della routine. Proprio in politica, fra l’altro, nuovi fermenti stavano modificando gli equilibri della realtà bujese e rischiavano di inasprire i già troppi elementi di divisione a scapito di quelli di aggregazione: stava infatti crescendo l’attenzione per il neonato Movimento Friuli mentre i grandi partiti storici, prima tra tutte la Democrazia Cristiana, erano attraversati da frizioni derivanti dalle prime iniziative locali che si proponevano di superare le rigide posizioni ideologiche ereditate dal dopoguerra ed ancora presenti. La costituzione di una forza comune, capace di operare con solidarietà e convergenza di obiettivi, poteva dimostrare che Buja era in grado di uscire dall’anonimato cui sono destinate le realtà troppo piccole e frammentate. Lo scopo di proporsi all’attenzione esterna attraverso una dichiarata vocazione turistica offriva contemporaneamente l’occasione di conoscere le proprie potenzialità, di crederci e di mettersi al lavoro per farle crescere e farle conoscere. Nel ’92, alla firma dell’atto di rinascita della Pro Buja, non erano solo passati quasi tre decenni: era passata un’intera epoca. Nel 1976, infatti, il paese aveva visto lo sconvolgimento totale del terremoto, quindi la nascita di una nuova attenzione per l’identità del territorio e della comunità, il proliferare di iniziative che avevano caricato di energie fresche la vita delle associazioni esistenti, oppure avevano trovato sbocco nella formazione di nuove associazioni, tutte evidentemente motivate dalla volontà di dare il proprio contributo alla ricostruzione e alla rinascita post sismica. Nel 1980 era stato istituito in seno all’amministrazione civica il primo assessorato alla cultura; attraverso di esso, nel 1983 Buja aveva celebrato solennemente, con grande impegno di forze culturali, i mille anni del documento che per primo nominava il castello di Monte. L’evento, mosso dall’obiettivo di “stimolare la riflessione della comunità locale sui caratteri della propria identità storica, culturale e sociale…”[3], aveva orientato decisamente l’interesse generale verso il recupero del patrimonio di storia, arte e tradizioni locali, spesso lasciando tracce importanti nella pubblicazione di libri e nell’allestimento di mostre, ma anche nella volontà di riscoprire iniziative di cui Buja era andata orgogliosa, come il Carnevale con le sfilate dei carri mascherati che richiamavano gente da tutta la regione. La Pro Loco, rimasta silenziosa nel corso della complessa e tormentata fase di evoluzione post sismica, non poteva non rimettersi in cammino facendo proprie le nuove sensibilità emerse in quegli anni e soprattutto assumendosi il difficile, ma inevitabile proposito di coordinare la miriade di piccole e grandi, storiche e neonate realtà associative formatesi nel tempo. Il suo compito si era evidentemente aggiornato all’esigenza di fare da “unione ed indirizzo”[4] delle innumerevoli esperienze maturate in ogni campo e consolidate in momenti tanto fecondi. La revisione statutaria di oggi, resasi necessaria, come si è detto, per motivi di adeguamento normativo, non perde di vista le proprie radici, ma allo stesso tempo rivela sottilmente che altri dodici anni sono passati lasciando il segno nella vita della comunità. Le leggi di riforma scolastica, con l’introduzione dell’autonomia nel ’98, le leggi di tutela e valorizzazione delle lingue e culture minoritarie del ’96 e del ’99, la crescita esponenziale degli scambi con l’estero sono elementi che generano nuovi rapporti istituzionali e nuove modalità di gestione ed organizzazione delle iniziative. Nei 5 paragrafi (contro i 20 del 1965 e gli 8 del 1992) dell’articolo 3 che definiscono l’“oggetto sociale”[5] della pro Buja, ricompare forte la vocazione turistica, che pone al centro dell’attenzione il paese “per gli altri”, ma si accompagna ad essa un’altrettanto forte disponibilità a contare sul volontariato in ogni sua espressione, per cogliere le necessità interne al paese: necessità didattiche, educative, formative, sociali, ricreative, informative che riguardano direttamente la qualità della vita di tutti i Bujesi, di tutte le età. Monte per tutti, tutti per Monte La sera in cui a Santo Stefano, presso una sala della trattoria “Là de Suble”, si svolse la prima assemblea dei soci che acclamò come primo Presidente il signor Roberto Desiderato (stimato personaggio che nei lunghi anni di emigrazione aveva caricato di affettuoso orgoglio il suo attaccamento per il paese natale), certamente ciascuno dei numerosi partecipanti aveva in cuore lo spirito di unità e di collaborazione che doveva far spostare finalmente l’attenzione dei Bujesi su ciò che li univa, anziché su ciò che li divideva. Ma cosa li univa in modo così evidente da poter essere riconosciuto da tutti? I progetti di valorizzazione dell’immagine di Buja, scopo dichiarato della neonata associazione, potevano essere molti, scaturiti dall’ inesauribile complicità dell’entusiasmo del momento. Uno di essi consisteva nella realizzazione, a San Floreano, della Sagre de Trute, ispirata alle limpide acque dei nostri fiumi ed alla pesca che da tempo immemorabile porta sulla tavola dei Bujesi le carni prelibate della trota. Essa ebbe però vita breve, nonostante i consensi che era stata in grado di riscuotere fin dalla prima comparsa, nell’autunno del 1965. Non era ancora, evidentemente, il giusto cemento per la bujesità di allora. Un altro progetto, destinato al maggio 1966, aveva per protagonista il colle di Monte. L’idea nasceva dalla consapevolezza trasversale che tutte le frazioni di Buja non hanno mai esitato a riconoscere nel colle centrale il cuore storico e geografico del paese. Monte diventava così il simbolo super partes di tutti i Bujesi e diventava il fulcro di una serie di iniziative paesaggistiche, ricreative, gastronomiche, culturali a tutto campo, da denominare globalmente “Sagre di Primevere”. Sostenuto dall’inventiva trascinante dei collaboratori più attivi, tra cui emerse allora indubbiamente la proposta di Silvano Taboga, nacque l’idea del toro allo spiedo, ispirato a non meglio precisate esperienze di emigranti del sud America e facilmente associabile al “bue passante”dello storico stemma medievale della Communitas locale. Il colle fu ripulito e reso splendidamente fruibile nei sentieri, nei suoi angoli di bosco e nelle sue antiche tracce storiche, costituite dai ruderi del Cjiscjelat, che da lungo tempo erano altrimenti inaccessibili a causa della vegetazione infestante. Il toro fu preparato da Angjelin Tos (Angelino Barnaba) a suon di segreti culinari che lo collocarono ai confini della leggenda e fu servito col nome di “Piatto alla castellana”, volutamente intriso di reminiscenze medioevali aventi per sfondo l’antico castello. Decine di uomini, donne e giovani di tutte le borgate si misero a disposizione per preparare e servire ai chioschi e tra i tavoli affollati. L’area che li ospitava era quella incorniciata per un verso dalle mura del castello e per l’altro dalla splendida Pieve di San Lorenzo, radice profonda della storia “prin romane, po’ cristiane” declamata già nel 1942 dal musicista Luigi Garzoni nel “Cjant di Buje”. L’inno storico di Garzoni siglava, proprio tra le mura del Cjiscjelat, l’esordio in pubblico del coro “Buje”, da pochi mesi formatosi sotto la guida di don Luigino D’Agostini, che nel breve tempo in cui fu cappellano a Santo Stefano, negli anni 60, sostenne fiduciosamente le ragioni dell’unità del paese al di sopra delle contrapposizioni di borgata. L’arte e la cultura, trascinate dall’entusiasmo del prof. Enore Pezzetta, irruppero nell’iniziativa con una memorabile ex tempore di pittura cui parteciparono artisti anche divenuti famosi (Sormani, Canci, Magnano, Menossi, Borta) i quali, nello scantinato della casa Ursella oggi sede dell’ANA, sottoponevano le loro tele al giudizio di una giuria che annoverava “uno scultore Mascherini, e un pittore Zigaina d’importanza nazionale, oltre a due direttori di museo Mutinelli e Montenero, al critico Manzano e a un rappresentante della Pro Loco (Pezzetta)”[6] . Il successo della manifestazione portò immediatamente Buja alla ribalta dei giornali locali, grazie anche alla puntuale informazione di Romano Aita, corrispondente locale per il Messaggero Veneto, e fece dilatare l’ottimismo per il futuro dell’intero paese. Nel giro di poche edizioni della festa, organizzata tra l’ultima settimana di maggio e la prima di giugno, Monte era citato nella cronaca regionale come “quel posto incantevole dove si fa la sagra del toro”. Piccole e grandi attività accompagnavano l’impegnativo appuntamento annuale: dalla soluzione di piccoli problemi, che l’esperienza metteva in luce un anno per l’altro, alla realizzazione di nuove idee, proposte, iniziative che inevitabilmente fiorivano e chiedevano spazio (ma soprattutto forze e mezzi!) per far diventare la Festa di Primavera sempre più degna della sua fama. Un’idea vincente fu, ad esempio, quella di una solenne rievocazione storica interpretata da decine di figuranti nella cornice del borgo medioevale e del castello. La sagra non trascurava però la componente giovanile, che nel punto più basso dell’avvallamento tra il Mont di Zoc e il Colle San Lorenzo trovava spazio ideale per i generi musicali di tendenza. Benché Monte, con la manifestazione di maggio, assorbisse buona parte delle forze in campo, la spirale positiva del fare e fare bene dava i suoi frutti facendo crescere anche altri momenti di entusiasmo. Ad esempio, in molte frazioni, ma anche nelle scuole elementari e medie, si preparavano i maestosi carri mascherati con cui si festeggiava il “Carnevale dei Ragazzi” che, sostenuto fin dall’inizio dall’entusiasmo generoso di don Valerio Zamparo e dall’infaticabile impegno dei suoi organizzatori – coordinatori, nel 1976 giungeva ad 11 edizioni. Il raduno dei partecipanti avveniva sulla piazza del mercato in un’atmosfera che ricordava analoghi, grandi appuntamenti regionali e nazionali, e non era raro trovare nella stampa locale articoli ad effetto che parlavano di Buja come di una “piccola Viareggio”. Faceva da corona al carnevale anche un’altra notevole iniziativa: la Mostra Regionale del disegno del Fanciullo, che per 9 edizioni vide esporre e premiare lavori di bambini e ragazzi dell’intera regione, e fu accompagnata dalla pubblicazione “Monede di Buje”[7], ricca di pregevoli interventi letterari e cronaca di vita locale. Silenzio e rinascita Il terremoto mandava in frantumi, con le case e con le speranze di un quasi raggiunto benessere, anche i sogni della Pro Buja. Nessuno può dire se essa avrebbe retto, nel tempo, al logoramento di inevitabili, piccole incrinature che ogni gestione di gruppo comporta se non altro per il confronto di diversi orientamenti e punti di vista, né se avrebbe saputo sostenere i livelli di qualità messi a punto nei dieci anni di attività raggiunti. L’impegno dei presidenti Enore Pezzetta, Gerardo Scagnetti, Ermes Santi, che guidarono l’associazione dopo Desiderato, fu indubbiamente pieno e reso sempre più complesso dalla necessità di mantenere efficiente un meccanismo, ma soprattutto un entusiasmo, facilmente esposti alla tentazione di lasciarsi ristagnare nei risultati già ottenuti. Resta il fatto che nella primavera del ’76, in quel maggio che avrebbe dovuto vedere per l’undicesima volta la magica atmosfera della Sagra più bella di Buja, Monte e il suo borgo si trovarono, come il resto del paese, a contare ferite laceranti e a rispondere ad interrogativi che sembravano senza soluzione: il colle dell’unità dei Bujesi sarebbe mai più stato “quel posto incantevole dove si fa la sagra del toro?” E la Pro Buja sarebbe mai più stata in grado di riprendere le redini di quella festa, ma soprattutto degli obiettivi che essa si poneva? Passate le urgenze inderogabili della ricostruzione e rinfocolate le speranze di rinascita, molte risposte si fecero strada da sole attraverso un sempre più insistente rievocare nei discorsi “quei” tempi d’oro. Tutti stavano facendo buone, ottime cose in campo culturale e sociale, ma la Pro Buja mancava, doveva rinascere per collocarsi a fianco delle iniziative comunali, a coordinamento di quelle locali ormai molto pregevoli, a continuazione di sé stessa, dei propri obiettivi e della propria storia. Negli anni 80 ci furono alcuni tentativi di riattivazione della grande macchina associativa, ma le ferite del terremoto non consentivano ancora ai singoli la libertà di prendersi un impegno che non poteva lasciare spazio ad improvvisazioni o fallimenti. Intanto nel 1984, con il patrocinio comunale, un gruppo di giovani coraggiosi ricominciava a farsi carico della tradizione del carnevale. Sfilate di carri e di maschere riportavano in vita “una delle tradizioni che avevano raggiunto, negli anni precedenti il terremoto, il massimo splendore sia per la qualità dei contenuti che per il coinvolgimento delle forze sociali del paese”[8]. Affiancava la manifestazione un libretto quasi fotografico di poche pagine ed acuta ironia, “il Bausâr”, pubblicato fino al 1993 con un’unica interruzione nel ’91, anno della prima guerra del Golfo. E Monte? La lunga, delicata vicenda del recupero o del ripristino del patrimonio architettonico, monumentale ed archeologico del borgo andava necessariamente ben oltre i tempi di una “normale” riedificazione. Interventi importanti per il ritorno alla normalità della piazza e di altre aree venivano realizzati alla fine degli anni 80 a cura del Comune e della Comunità Collinare, ma sappiamo che la Pieve di San Lorenzo sarebbe stata riconsegnata alle sue funzioni solo nel nuovo millennio! La festa di primavera non poteva aspettare tanto. L’attesa si crogiolava anche in un altro dilemma: ricominciare rifondando la Pro Buja o rimettendo in piedi la Sagre di Primevere? Ma era chiaro ormai che più i tempi si allungavano, più sarebbe stato difficile colmare un vuoto che si stava riempiendo solo di ombre e di ricordi. La festa fu riavviata con determinazione, contando sulla buona volontà e la provata capacità di persone da sempre presenti nella vita associativa del paese. Prima, per due anni, Giuseppe Malara a Madonna, poi Angelo Cragnolini, Renzo Novello e Sergio Burigotto, con le rispettive associazioni Gruppo corale “Buje”, Polisportiva Bujese e Gruppo ANA, dimostravano che la Festa di Primavera, (poi denominata ininterrottamente “Fiestediprimevere”) si poteva, anzi, si doveva fare. Era ormai un’anteprima della tanto attesa resurrezione della Pro Loco. Nel 1989, fortemente sostenuta anche dal sindaco Gino Molinaro, che così vedeva realizzarsi, poco prima di lasciare definitivamente il mandato amministrativo, un obiettivo da sempre considerato importante per la rinascita del paese, nella sala consiliare del municipio si riuniva un’affollatissima assemblea di cittadini i quali, affrontate e discusse le principali questioni inerenti il nuovo assetto da dare all’associazione, annunciavano che la Pro Buja stava per rinascere![9] Sempre “per Buja” Con Bruno Cattarino alla presidenza dal 30 novembre 1991, una nuova generazione prendeva in mano le redini dell’associazione. La passione per il paese, l’entusiasmo cresciuto nelle passate esperienze alla guida del Carnavâl di Buje, l’amicizia di tanti giovani gli spianavano la strada del grande impegno che si era assunto e che con grande creatività ha portato avanti per ben un decennio, fino al 29 marzo 2001, cominciando da subito a darsi da fare affinché l’associazione avesse un proprio marchio[10] . Dal marzo 2001 al dicembre 2002, sotto la guida di Alvio Piemonte e di un diligente gruppo direttivo, altre iniziative di pregio hanno visto la luce coinvolgendo Bujesi di ogni età e mantenendosi fedeli all’idea centrale di valorizzare il territorio soprattutto attraverso Monte, con cui l’associazione ribadiva il suo “evidente legame affettivo”[11]. Si è nel frattempo consolidata l’appartenenza dell’Associazione al Consorzio fra le Pro Loco della Comunità Collinare, che vede alla presidenza il bujese Bruno Perini. A tutt’oggi il compito di guidare la compagine è nelle mani di Massimo Ursella, subentrato a Piemonte l’11 dicembre 2002. Il suo affiatato gruppo di collaboratori ha deciso che, senza lasciare indietro l’attenzione per Monte e le sue risorse, è anche venuto il tempo di camminare a grandi passi per la strada della valorizzazione turistica. Con questo spirito da due anni porta avanti con successo la partecipazione di Buja, col “Piatto alla castellana” della Fiestediprimevere, alla manifestazione “Friulidoc”, che si tiene sul colle del castello di Udine, e all’itinerante “Un biel vivi”, entrambe iniziative che vedono muoversi migliaia di persone attratte dalle tipicità enogastronomiche della regione. Dal gennaio 2004 è stato anche avviato un ufficio di informazioni turistiche, culturali e di servizio che si occupa con particolare competenza dell’area di Buja e del Friuli collinare ed opera all’ingresso del palazzo municipale. Lo stesso locale, concesso dal sindaco Luca Marcuzzo e dalla giunta in considerazione della sua centralità e fruibilità logistica, ospita oltre all’Infopoint anche la sede della Pro Buja, che così trova casa nel cuore della vita civica bujese. Il 40° anniversario di fondazione aprirà su tutto il 2005 importanti finestre che metteranno a confronto l’operatività della Pro Buja con le finalità, le aspettative, i propositi di crescita culturale e sociale del suo statuto. Nel corso dei mesi, nuove manifestazioni si aggiungeranno ai tanti impegni ereditati dal passato e riconosciuti meritevoli di continuità in ragione della loro congruenza con gli obiettivi di sempre. Questo anniversario, che si accompagna agli altri altrettanto gloriosi traguardi dell’Associazione Friulana Donatori di Sangue e del Gruppo ANA (rispettivamente 50 e 80 anni di attività) sarà uno dei momenti in cui Buja potrà di nuovo vestirsi a festa e mettere in vetrina i suoi tanti tesori. Un’antica leggenda narra che il Patriarca Bertrando, intrappolato nelle acque fangose del Corno in piena, lanciò contro Buja una maledizione: “Ti credi forte e sicura, Buja…ma io ti dico che tu non avrai potenza, né stabile grandezza. Scomparirà il tuo dominio e tutto avrai labile e fluttuante come le acque del tuo Corno capriccioso…”[12] Quella traccia di vero che ogni leggenda tramanda attraverso la sapienza dei popoli, e che forse si nasconde anche nell’anatema del nobile Beato di San Genesio, è sembrata affiorare più volte nelle vicende di casa nostra. Anche nella Pro Buja ci sono stati e ci saranno esaltanti momenti di ascesa ed inevitabili momenti di difficoltà; nomi e volti diversi si sono passati e si passeranno il testimone scandendo anni di gestioni connotate da differenti caratteristiche e personalità. L’avvicendarsi di corsi e ricorsi segna inevitabilmente il percorso della grande storia e delle singole storie. Ma non c’è ragione di credere che la leggendaria maledizione medioevale sia un destino ineluttabile. Essa potrà certamente essere esorcizzata e resa inefficace dalla bacchetta magica di chi vorrà unire forze, intelligenze e lavoro per un unico scopo: sempre pro Buja.
[1] L’elenco dei fondatori che risulta dall’atto costitutivo è il seguente: Desiderato Roberto, Calligaro Carlo, Molinaro Tarcisio, Lostuzzo Erminio, Piemonte Eligio, Rottaro Giuseppe, Giacomini Eddi, Felice Celerino, Marcuzzo Mario, Candusso Riccardo, Piemonte Mario, Nicoloso Armando, Cragnolini Redi, Monassi Luciano, Ganzitti Tiberio, Di Giusto Nino, Guerra Romano, Piemonte Tarcisio, Lui Ettore, Conchin Quirino, Calligaro Gaspare, Savoia Amorindo, Ursella Giovanni, Turrin Ottavio, Nicoloso Pietro, Ursella Leonardo, Calligaro Ugolino, Basso Vincenzo, Calligaro Primo, Savio Mattia, Minisini Leonardo, Guerra Mario, Forte Enzo, Molinaro Giovanni Battista, Del Degan Augusto, Covasso Fioravante, Tessaro William, Taboga Silvano, Cimolino Attilio, Calligaro Nadio, Calligaro Ugo, Calligaro Genesio. [2] Statuto allegato all’Atto Costitutivo, articolo 3, comma a [3] Relazione al Consiglio comunale dell’Assessorato alla Cultura sul programma di iniziative proposte per le Celebrazioni del Millenario, 1982. [4] Statuto allegato al verbale di assemblea straordinaria del 15/11/1992, art. 3, comma a [5] Definizione dell’art. 3 nello Statuto allegato al verbale di assemblea straordinaria del 28/10/2004 [6] L’ex tempore di Buja, di Licio Damiani, Il Gazzettino, giugno 1966 [7] Il numero unico annuale redatto a cura del Comitato organizzatore del Carnevale dei Ragazzi [8] Saluto del Sindaco Gino Molinaro nel 1° numero di “Il Bausâr”, 1984 [9] Vedi La “Pro Buja” e torne a nassi di Andrea Tondolo, Buje pore nuje n. 11, 1992, pag. 71 [10] Vedi Il marchio “Pro Buja”, di Maurizio Giacomini e Angelo Ferrara, Buje pore nuje n. 12, 1993, pag. 70 [11] Saluto del Presidente della Pro Buja Alvio Piemonte in “Mont, il lûc plui biel dal mont”, pubblicazione realizzata dalle scuole dell’Iistituto Comprensivo di Buja con il patrocinio della Pro Buja in occasione della riconsegna della Pieve di San Lorenzo, 2002 [12] Le leggende, di Gian Carlo Menis in Castello di Buja, ed. Consorzio per la salvaguardia dei Castelli Storici del Friuli Venezia Giulia, 1984.
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