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La lunga storia del

 "volontariato" a Buja 

La Fraterna di S. Antonio Abate

di Gian Carlo Menis

 

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Oggi lo chiamano "volontariato"; un tempo lo chiamavano semplicemente "opere di carità"; la sostanza, però è sempre la stessa. Vale a dire, il servizio del prossimo bisognoso fatto non per interesse privato o per obbligo ma per una libera e disinteressata scelta d'amore fraterno. Un tempo le opere di carità consistevano soprattutto nell'assistenza agli ammalati indigenti e soli, ai poveri, alle vedove prive di sostentamento, ai bambini abbandonati, ai pellegrini ecc.

Oggi, in una società che si è finalmente fatta carico di provvedere direttamente a gran parte delle situazioni di sofferenza, il volontariato si rivolge verso quelle aree di bisogno che rimangono escluse dall'assistenza pubblica, oppure verso quelle forme di solidarietà che vengono ora richieste dal moderno progresso terapeutico.

Il dono del sangue, ad esempio, (come il dono degli organi) è una di queste nuove forme di carità, anzi una delle più nobili e ricche di significati. Si tratta senza dubbio di forme nuove di solidarietà umana, che, però, - lo ripetiamo - sono nuove solo nelle loro modalità esterne.

Nella loro sostanza, infatti, esse perpetuano una millenaria tradizione di "volontariato" ispirata dal precetto cristiano dell'amore fraterno. Una edificante storia di solidarietà sociale che si snoda come un filo d'oro attraverso tutte le vicende ora liete ora tristi che in questi due ultimi millenni hanno forgiata la civiltà occidentale. Solo in questi ultimi tempi gli storici hanno intrapreso a narrarne gli eventi; già tuttavia se ne intravvedono gli edificanti risultati. Anche la storia di Buja è intrecciata con luminosi episodi di solidarietà sociale che varrebbe la pena di indagare e di illustrare.

Fra i più recenti basterebbe ricordare, ad esempio, la realizzazione della Casa di riposo per anziani che proprio quest'anno, allo scadere dei suoi ottant'anni di vita, ha registrato una nuova felice fioritura.

Fra gli episodi del passato basterebbe ricordare le vicende delle numerose Fraterne locali che sempre come primo loro obiettivo si proponevano particolari forme di assistenza ai bisognosi. Sono capitoli entusiasmanti della storia della carità bujese, tutti ancora da scrivere e da riproporre alla considerazione dei contemporanei. Fra tutte queste pie associazioni che attraverso i secoli hanno prosperato a Buja vorrei qui rievocare brevemente la più antica, la più gloriosa e dinamica: la Fraternità di S. Antonio Abate.

Grazie agli appunti che ho trovato fra le carte inedite di mio padre, è possibile documentarne la vita per almeno cinque secoli, cioè a partire dal sec. XIV fino all'epoca della soppressione avvenuta come si sa all'inizio del sec. XIX in forza delle leggi napoleoniche. Qualche accenno si può trovare anche all'inizio del volumetto: P. MENIS, Cinquant'anni della Casa di riposo di Buja, Udine 1961. Il primo accenno in documenti della Fraterna di S. Antonio Abate lo troviamo nel Catapane della Pieve di Buja nel secolo XIV.

 Nel do lasciava per testamento i suoi beni alla Fraterna con l'incarico al Cameraro di illuminare l'altare di S. Caterina esistente nella Pieve di Monte. E nel 1372 il conte Corrado Rizzardi affidava l'amministrazione della Chiesa da lui fondata in Codesio alla Fraterna di S. Antonio (F. IV r.). Dopo quelle date il Catapane registra molte altre donazioni alla stessa Fraterna, segno evidente di quanto essa fosse amata dai bujesi.

Nel 1437, ad esempio, un certo Tamaro di Buja lasciava alla fraterna "omnia sua bona" con l'obbligo per il Cameraro (l'amministratore) del sodalizio di far celebrare quattro messe in suffragio dell'anima sua nell'anniversario della morte (foglio X r.). Non conosciamo l'entità dei beni, ma possiamo ben intuire le generosità del gesto, trattandosi del dono di "tutti" i beni posseduti dal donatore.

La Fraterna aveva nella Pieve di Monte un suo altare dove venivano celebrate le messe per i confratelli defunti e per i benefattori. La celebrazione solenne della dedicazione avveniva ogni anno alla festa dell'Ascensione (f. XVII r.). È probabile che la grande statua lignea di S. Antonio Abate che ancora si conserva nella chiesa di Monte sia stata commissionata alla fine del '400 dalla Fraterna stessa. L'attuale altare di marmo (arricchito da una decorosa pala dipinta) che si trova nella Pieve è stato invece realizzato dalla Fraterna nel 1695.

L'opera eseguita dal maestro Francesco Venchiarutti da Osoppo costò ducati 305 e venne inaugurata nella Pasqua di quell'anno. Sulla base dei libri contabili, dei catastici e degli inventari disponibili apprendiamo che i beni della Fraterna accumulati attraverso i secoli per donazioni spontanee dei fedeli erano notevoli. Particolarmente significativo è l'elenco delle proprietà confiscate nel 1823 e trasferite all'Ispettorato del demanio di Udine (Cfr. P. MENIS cit. 35 s.).

Si tratta di case, terreni coltivabili, vigne, prati, boschi, livelli, corsi d'acqua sparsi in tutta Buja e dintorni. Da tutti questi immobili la Fraterna riscuoteva annualmente contribuzioni di tutto rispetto. Il denaro così realizzato veniva scrupolosamente amministrato dal Cameraro, il quale lo impiegava secondo le deliberazioni dell'assemblea.

Oltre che per la celebrazione delle messe legate e per la gestione amministrativa, le somme venivano interamente utilizzate per l'assistenza ai poveri e per la pubblica elargizione di generi alimentari alla popolazione in determinati giorni dell'anno. L'opera più prestigiosa della Fraterna era però la "domus confratrum" ossia la casa dei confratelli, sita sulla piazza di Santo Stefano, accanto alla loggia comunale.

Essa veniva usata, oltre che come sede sociale, per il deposito (in capienti cantine) del vino, della farina e degli altri alimenti che venivano distribuiti ai poveri. Inoltre alcune stanze erano riservate ad ospedale e ad alloggio dei pellegrini e dei mendicanti. In essa prestavano servizio volontario alcuni confratelli. A sua imitazione, nel 1431, venne eretta anche a Madonna, presso la chiesa di S. Maria una casa destinata alle stesse finalità, cioè "ad recipiendum pauperes mendicantes ad hospicium".

Ecco come l'immobile di S. Stefano viene descritto in una carta settecentesca: "S'attruova sulla pubblica piazza un complesso di case coperte di copi, una loza... di questo Comune; poi immediato segue una cucina con camera, sollaro e granaro sopra con cantina di sotto che serviva già da molti anni al Vicario di S. Stefano, indi una cantina, cucina con camera sopra e granaro che servono ad uso della Fraterna, ivi adunandosi alle occorenze li confratelli, tenendosi il vino della medesima e facendo le annuali distribuzioni di farina e di pane al popolo.

Queste case sono tutte di ragione della Fraterna a cui per maggior prova si aggiunge una lapide immurata in cui sono scolpite le seguenti parole:

 QUESTO LOCO È DELLA FRATERNA DI S. ANTONIO, LA QUAL LO COMODA A SUO VOLER PER FAR RAZON E GIUSTIZIA -

essendo pure scolpito sotto la medesima un maiale con campanello al collo e sacco al dorso" (cioè lo stemma della fraterna).

 L'edificio dunque posto al centro del paese era il segno palese della consistenza economica della Fraterna e del ruolo sociale primario che essa svolgeva nel paese. Proiezione storica concreta dell'ideale cristiano della carità fraterna.

La "domus confratrum", confiscata in forza delle leggi napoleoniche, fu demolita nel 1888 per dar luogo alla nuova sede municipale.