1936 Agosto |
Il colera a Buia nel 1836 di Pietro Menis |
Tutti gli anni il giorno di San Rocco, 16 agosto, noi vediamo salire in Monte una lunga colonna di giovinezza irrequieta e chiassosa: sono i fanciulli e le fanciulle della Dottrina che vanno alla Messa nella Matrice. Viene chiamata la Messa dei "frus" e sembrerebbe davvero una gita di premio a metà vacanza. Invece quella Messa sull'altare in legno, che fu della soppressa chiesetta di San Sebastiano e Rocco, ed ora ricoverato nella Chiesa madre, è il " ricordo" secolare di un'anno particolarmente luttuoso per la nostra terra di Buia, del quale ricorre il centenario di istituzione in questo 1936. Sarà bene rievocare alla nostra mente alcuni dati storici per rinfervorarsi sempre più nella fede dei nostri padri, per una maggior confidenza nella Provvidenza di Dio e per riaccendere nei nostri cuori la devozione a S.Rocco, protettore contro la peste, perché il glorioso santo pellegrino tenga lontano da noi le malattie contagiose dell'anima prima e del corpo poi. Nei secoli passati epidemie terribili di peste, tifo e colera - " Kolera morbus" - colpirono via via le nostre città e i laboriosi villaggi seminando terrore e lutti, mietendo a centinaia le vittime. In simili frangenti i popoli si rivolgevano con fiducia a Dio e con pubbliche e private preghiere invocavano la tregua e la cessazione di "sì spaventevoli flagelli". Molte volte a ricordo ed a espiazione sorsero delle Chiese e nelle Chiese gli altari, si istituirono dalle Comunità e dalle Vicinie delle Messe votive e delle processioni annuali a venerati santuari, talune delle quali antichissime si ripetono da secoli e secoli, fedelmente rinnovando i voti dei padri e i ringraziamenti, recando sugli altari le offerte tradizionali... Nel nostro archivio Plebanale abbiamo parecchie carte del passato secolo - lettere e circolari che segnalano l'approssimarsi dei flagelli e quindi le istruzioni per combatterli, e qualche altra volta troviamo segnato il passaggio pauroso. In questa lotta o campagna per il "pubblico bene" si faceva solitamente appello a "l'ecclesiastico", il quale doveva mostrarsi come sempre "degno Milite". Nel 1831 il colera è segnalato in Ungheria e mette in apprensione l'Autorità tutoria che corre ai ripari per evitare il dilagare del triste contagio: ne fa fede la circolare emanata in proposito dell'Autorità ecclesiastica in data 10 agosto e diramata ad ogni Curatore d'anime. Eccola : "(...) ad oggetto di prevenire le funesti conseguenze che derivar potrebbero all'umanità minacciata da Kolera morbus, che già si è diffuso in alcuni ungarici distretti e potrebbe divenire pur anche il flagello di queste nostre contrade, se alle discipline prese dall'Augusto nostro Sovrano, in proposito non andasse del pari la più scrupolosa vigilanza anche per conto nostro, che chiamati dal sacro nostro Ministero ad assistere agli ammalati, non tenessimo aperti gli occhi sulla qualità delle malattie che potrebbero avvenire". Perciò si prescriveva che in ogni parrocchia o cappellania della Diocesi, e segnatamente in quelle alpestri, "ove le facoltà mediche potrebbero forse mancarvi, se qualche morte o malattia, anche d'indole semplicemente sospetta, si dovesse denunciare alla più vicina facoltà medica, od anche alle Deputazioni rispettive". Ed i Reverendi Sacerdoti non potevano procedere alla tumulazione dei cadaveri senza la "previa ricognizione e autorizzazione di chi si aspetta". E "l'occhio attento del buon parroco sopra dei singoli componenti le famiglie del proprio circondario, veniva da quel giorno ad essere aperto e desto pur anche sul clandestino rimpatrio di qualsiasi individuo proveniente da paese infetto". Con l'occasione era prescritto a tutti i sacerdoti di recitare ogni giorno nella S.Messa, fino a nuova disposizione, la "Colletta N. 13, Pro quacunque tribolatione, formola da recitarsi anche nelle esposizione del SS. Sacramento". Non erano passati due mesi che il Vescovo Emanuele Lodi emanava un'altra Circolare, dalla quale si rileva che il morbo crudele minacciava da vicino.
Scrive infatti il Presule che per "placare la collera del Signore e sospendere, se è possibile, i colpi purtroppo meritati dalla tremenda Sua indignazione" ordinava in ogni chiesa parrocchiale della Diocesi dei "tridui di penitenza" nei giorni 30 settembre, 1 e 2 ottobre, colle "discipline che seguono". (Va notato in questa ordinazione la caratteristica del cerimoniale). "In ogni giorno dell'anzidetto triduo avrà luogo nella mattina una processione per il paese, o d'intorno la rispettiva Chiesa parrocchiale, a Crocefisso alzato e portato da un sacerdote in cotta e stola, e durante la detta processione si canteranno le Litanie dei Santi, finite le quali a piè dell'altare maggiore verrà esposta la Sacra Pisside o l'Ostensorio, indi celebrerà la Messa il M. R. Parroco e dopo analoga esortazione di convenirsi ognuno di vero cuore a Dio, chiuderà la Santa funzione colla benedizione del Santissimo". "La domenica della festa del Rosario, 2 ottobre, in cui parimenti di mattina si chiuderà il triduo, il M. R. Parroco dovrà, dopo la Messa, recitare col suo popolo prostrato davanti a Gesù Sacramentato, una terza parte del Rosario e le Litanie della Madonna onde averla mediatrice ed avvocata". In quella occasione Buia non fu inferiore alla sua vantata tradizione poiché scrisse il Pievano Bonetti, "le processioni vennero fatte con grande concorso di popolo". "La prima processione venne fatta da Santo Stefano - capoluogo - alla chiesa di Ursinins Grande e per Ursinins Piccolo rientrò a Santo Stefano. La seconda da Santo Stefano alla chiesa di Madonna, dove venne celebrata la Messa e poi si sciolse. La terza da Santo Stefano all'Ancona e si restituì a Santo Stefano, dove venne chiuso il Triduo". Ma pochi anni dopo, nel 1836, cento anni fa, scoppiava in Friuli una delle più micidiali epidemie di colera che la storia nostra ricordi, sia per il numero dei colpiti sia per il numero dei morti. Le generazioni che vissero dopo quell'epoca, nel secolo scorso, la ricordavano sempre con terrore. Anche il nostro paese in quell'anno venne colpito dal tremendo morbo, facendo molte vittime. Il Pievano Bonetti "a perpetua memoria della cosa" così scrisse sulla copertina di un registro anagrafico. "Il giorno 20 agosto principiò il colera nel Borgo di Sopramonte e morirono N. 3 persone". "II giorno 26 detto attaccò nel Borgo di Ursinins Grande. Furono colpiti di quel fulminante morbo, in quel solo Borgo, al N. di 70, in meno di 20 giorni 27 dei quali soccombettero". . Dai Registri dei morti di quell'anno rileviamo che dal 20 agosto, giorno in cui apparve il colera, al 10 settembre, furono sepolte 32 persone 30 delle quali erano morte per colera. Il 27 agosto segna il culmine della mortalità con cinque funerali. Cessato il morbo fatale, in data 1 dicembre l'Arcivescovo ordinava a tutti i sacerdoti curatori, che nella "mattinata del 7 si celebri la S.Messa previa l'esposizione del SS. Sacramento e dopo si cantino le Litanie dei Santi, indi si chiuderà colla benedizione del Santissimo". Avvertiva "che ove non si potesse fare la detta funzione la mattina, si fosse fatta alla sera di detto giorno". "La mattina poi dell'8, pur corrente - prescriveva ancora - si farà equalmente la stessa funzione dopo della quale si reciteranno le Litanie di Maria Santissima, ed orazione Defende ecc. indi si canterà il Te Deum". "Eccitiamo poi - conclude l'ordinazione - i Rev.di Parrochi a tenere analogo discorso al popolo, per destare in esso l'amore alla virtù, ed il timore de' Divini flagelli, che potrebbero per la nostra colpa pur troppo riprodursi". Buia però volle fare di più - forse perché provata maggiormente dall'epidemia. "In quell'anno infatti si principiò a fare la festa di S. Rocco (non di precetto o di voto ma solo di devozione) e si applica la S. Messa dal Pievano in "gratiarum actionem" e si ritira la limosina conveniente dalla Carità, e poi si cantano i vesperi". Ai giorni nostri i vesperi non si cantano più né si fa la "festa di devozione". Questa tradizione si perdette colla demolizione della chiesetta castellana che sorgeva a mezzogiorno del Colle, tra le rovine del "castello patriarcale", dove ora rigogliosi, simili a fiamme di ceri votivi, tendono al cielo i bruni cipressi della Rimembranza. P. M. |