1944 Luglio

La parola del papa

 

Il 2 Giugno p.p. il Santo Padre Pio XII pronunciava un elevato discorso che richiama i doveri di tutti nel cruciale, doloroso momento che attraversiamo.

Siccome lo spazio ristretto di questo Bollettino Parrocchiale non ce lo permette ne riportiamo i brani più salienti. Dopo aver ricordato l'opera della Chiesa Cattolica per l'unione di tutte le forze cristiane nel mondo, inspirante sentimenti di conciliante giustizia e di genuino e fraterno amore, opera che non potè mai avere la sua piena efficacia per la divisione e dispersione delle confessioni religiose che nel corso dei secoli si sono staccate dalla Chiesa, il Papa viene a parlare dei doveri che incombono ad ognuno nella futura ricostruzione. Ecco le sue parole:

«Possano tutti coloro che consentono nella cristiana professione comprendere quale impareggiabile campo di azione sarebbe riservato alla Cristianità nel momento presente, se con piena unione di fede e di volere dedicassero l'opera loro a salvare la famiglia umana e prepararla per un migliore avvenire, ad aprire i cuori alla speranza di questo più sereno e pacato domani. E' certamente indizio significativo che mentre i mezzi militari di distruzione hanno conseguito un grado di potenza non mai prima conosciuta e il mondo si trova alla vigilia di ancor più drammatici e, a parer di alcuni, forse definitivi avventi, le discussioni intorno all'indirizzo fondamentale e alle norme particolari della futura pace attragga sempre numerosi gli spiriti e trovi una partecipazione ed un interesse ognor crescenti.

Senonchè accanto alle voci di saggezza e di ponderazione non ne mancano altre di mal dissimulato e di aperto annunzio di vendetta. In tal guisa sorge in molti l'apprensione e il timore quasi non vi fosse, anche per i popoli e le nazioni come tali, altra alternativa all'infuori di questa: piena vittoria o distruzione completa.

Lo spettro di quella alternativa, la persuasione della vera o supposta volontà nel  nemico di distruggere la vita della nazione fino nelle radici, soffocano ogni altra riflessione e infondono in non pochi il coraggio della disperazione. Coloro che sono posseduti da tali sentimenti avanzano come in un sogno ipnotico, attraversano abissi di indicibile sacrificio e costringono altri a una lotta estenuante, dissanguatrice le cui conseguenze economiche, sociali e spirituali minacciano di divenire il flagello del tempo avvenire.                       

Perciò è di somma importanza che a quel timore possa subentrare la fondata attesa di oneste soluzioni, soluzioni non passeggere né suscettibili dei germi venefici di nuovi perturbamenti e pericoli per la pace, ma vere e durevoli soluzioni le quali muovono dal pensiero che le guerre oggi non meno che in passato possono essere messe a conto e colpa dei popoli come tali. Noi abbiamo già, a più riprese, in una maniera concreta additato le basi indispensabili in conformità del pensiero cristiano, non solo per ciò che riguarda la pacifica convivenza e la collaborazione internazionale, ma anche per quanto si riferisce all'ordine interno degli stati e dei popoli.

Oggi ci limitiamo ad osservare che ogni retta soluzione del conflitto mondiale deve considerare come ben distinte due gravi, complesse questioni: la colpa nel suscitare o prolungare la guerra da un lato, la configurazione della pace e la sua sicurezza dall'altro, distinzione che lascia naturalmente intatti i postulati così della giusta espiazione dopo atti violenti contro persone o cose non richieste realmente dalla condotta della guerra, come pure delle necessarie garanzie a difesa del diritto contro possibili attentati della forza. Questi due diversi aspetti del formidabile problema hanno trovato larga eco nella coscienza dei popoli ed anche in pubbliche dichiarazioni di autorità competenti si è manifestato il proposito di voler dare al mondo, al termine del conflitto, una pace confortabile per tutte le nazioni.

Noi desideriamo e speriamo che il prolungaménto della guerra congiunto col progressivo inasprimento dei metodi bellici e la conseguente più acuta tensione ed esasperazione degli animi, non finiscano con lo scemare ed estinguere quei santi sentimenti e con essi la prontezza a subordinare gli istinti della vendetta e dell'ira nemica del consiglio, all'onestà della giustizia e dell'equanimità. In ogni guerra, se una delle parti belligeranti riuscisse soltanto con la potenza della spada e con altri mezzi di coercizione a giungere ad un chiaro e non equivoco esito vittorioso, si troverebbe nella possibilità di dettare una pace non equa, imposta con la forza.

Ma è pur certo che nessuno, la cui coscienza sia formata ai principi della vera giustizia, potrebbe riconoscere ad una così precaria soluzione il carattere di sicura e previdente saggezza. Quantunque infatti possa essere nella natura dalle cose che il periodo di transizione fra il termine delle ostilità e la conclusione formale della pace, fino al raggiungimento di una condizione di una sufficiente stabilità sociale, sia prevalentemente determinato dal potere del vincitore sul vinto, tuttavia la saggia perciò stessa moderata arte politica, non dimenticata, non omette mai di dare alla parte soccombente la speranza, vogliamo dire la fiducia, che anche al proprio popolo e alle sue necessità venga preparato e giustamente assegnato un giusto posto.

Perciò brameremo che nell'animo dei governanti e dei popoli fosse presente, almeno come ideale a cui tendere, il pensiero fondamentale che inspirò le parole dette in grazia di Marco Claudio Marcello, dal più insigne oratore della più antica ROMA:

VINCERE SE STESSO, FRENARE L'IRA, RISPARMIARE IL VINTO, SOLLEVARE L'AVVERSARIO CADUTO. CHI QUESTA COSA FACCIA, IO NON LO PARAGONO GIA' ALL'UOMO SOMMO, MA AD UN DIO.

Noi ci auguriamo che tutti i nostri figli e figlie sparsi sulla terra abbiamo a vivere nella consapevolezza della loro corresponsabilità individuale e collettiva, al nascere e al formarsi di un pubblico ordinamento conforme alle esigenze fondamentali della coscienza umana e cristiana.

Ogni proposito di pace sta sempre sotto la indefettibile insegna: respingere ciò che è contrario al nome cristiano e servire ciò che vi è conforme ».