Esoterismo a Buja di Paolo Pellarini | |
Nel cinquecento un po’ in tutta l’Europa esisteva un interesse specifico per la magia, per l’alchimia e per l’esoterismo; anche gli studiosi del tempo si applicavano a queste scienze empiriche. Persino il popolo praticava di nascosto riti magici ed esorcismi soprattutto allo scopo di evitare malattie o eventi negativi in genere. All’epoca era soprattutto la filosofia che guidava il pensiero umano e l’astronomia costituiva un importante riferimento per l’umanità, l’osservazione costante del cielo forniva, infatti, all’uomo significative indicazioni di vita. Le interpretazioni di Paracelso portarono l’alchimia ai massimi livelli aprendo per altro la strada allo sviluppo di una nuova scienza, la Chimica. Nell’Iconologia di Ripa (1594) alcuni animali sono messi in stretta relazione con i sensi umani: l’aquila con la vista, il cervo con il gusto, il ragno con il tatto, la scimmia con l’udito e il cane con l’olfatto. Anche nel codice 121 del Bartolini esistono indicazioni precise che correlano particolari infermità del corpo con i segni dello zodiaco; l’acquario, ad esempio, domina le gambe ed è responsabile di infermità di lunga durata, la bilancia domina i reni, natiche e vescica e sottende infermità mortali. Anche in Friuli, sul bordo di alcuni documenti notarili del 1500, troviamo frasi, anche in latino, proverbi e preghiere contro le malattie spesso accompagnati da schizzi di immagini esoteriche. Il notaio Edoardo Portulano in diversi documenti redatti a Buja inserisce proverbi propiziatori quale “Honor di testa et de bocca val assai et costa puocco”, immagini di diavoli accompagnati dalla didascalia “Io mene vo la notte” nonché, in un atto di compravendita tra un certo Bortolo di Treppo Grande e Vincenzo Bisso, un dettagliato raffronto tra i vizi capitali e alcuni animali (superbia-leone, invidia-cane, ira-lupo, accidia-asino, avarizia-riccio, gola-orso e lussuria-porco). Risulta che a Buja, come in molti altri paesi friulani, fossero diffuse diverse pratiche di stregoneria: la notte di San Giovanni Battista ad esempio venivano raccolte particolari erbe che, essiccate al forno e poi bruciate avevano chiaro scopo terapeutico. Per guarire i “mal intopati” la strega Mulizia poneva sullo stomaco delle croste di formaggio, olivo benedetto, una scarpa nuova e varie erbe officinali e accompagnava il rito con preghiere rivolte alla Madonna, Gesù e a San Gabriele, accostando così in modo blasfemo religione e rito magico. Più tardi, verso la metà dell’ottocento, sulla scia di un romanticismo meno teorico, ma più pratico e vicino al pensiero popolare, troviamo testimonianze di maghi che si dedicavano ai pronostici, praticavano riti propiziatori, esorcismi e sortilegi di ogni sorta. Queste pratiche erano avversate dalla Chiesa anche perché spesso, per ottenere gli effetti desiderati, era necessario rinnegare il Battesimo. Di quegli anni sono “Il libro dei sogni” e “I buoni e cattivi giorni della luna”, testi nei quali si interpretavano i sogni attribuendo a ciascuno di essi particolari significati. Nell’Archivio di Stato un documento dell’epoca spiega la tecnica di preparazione del “bastone di comando” ritenuto uno strumento diabolico di potere. A Buja in quel tempo, come ricorda la prof. Andreina Nicoloso Ciceri, viveva Vincenzo Giordani, in arte il mago Bide, che curava la gente con pozioni ed erbe particolari, raccoglieva trucchi e alchimie. La stessa Ciceri racconta di un certo Antonio Nicoloso che aveva bloccato su uno scalare (carro) per ben tre ore un montanaro che veniva a vendere a Buje Lume di pin. Era una specie di mago che, a una giovane che aveva avuto “disgusti” da un “religioso prete”, aveva prescritto di catturare una “raccola” (rana verde arboricola), schiacciarla tra due pietre, farla essiccare, consacrarla riponendola sotto una tovaglia d’altare e infine lanciarne i pezzetti contro la persona invisa. Tra il popolo erano diffuse alcune pratiche cosiddette “ad amorem”; tali pratiche, finalizzate alla conquista dell’innamorato, prescrivevano di raccogliere la terra dei sagrati di tutte le chiese di Udine e di lanciarla dalla finestra al passaggio della persona amata, invocando l’aiuto del diavolo. La tradizione orale racconta ancora di alcune donne, identificate spesso come streghe, che invocavano la pioggia bagnando la scopa o agitando un bastone nell’acqua corrente. Con tutta probabilità anche in questa zona l’esoterismo era più diffuso di quanto si possa immaginare ed è perciò che rimane un interessante campo per ulteriori ricerche. |