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INDIETRO AD ALPINISMO

Angelo Ursella

40 anni fa   

di Armando Sant

 

Ricordi di rifugio

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Manoscritto

 

 

Caro Angelo,

sono passati quarant’anni da quella terribile notte del 16 luglio del 1970; quanta tristezza, quanta maliconia e quanto dolore hai lasciato nei cuori dei tuoi cari e dei tuoi amici.

Buja intera ha pianto la tua morte, ma forse, la maggior parte della gente, ti ha compatito pensando alla tua giovane età, alla tua schiettezza e alla tua bontà; non era facile capire fino in fondo i tuoi ideali, cosa stavi rincorrendo, la tua fretta di bruciare le tappe, la tua solitudine.

Ma il tuo diario, composto a cura degli amici della Val Comelico, Beppe e Italo Zandonella,  “Montagne ...e volontà” ci ha aperto la mente, ci hai fatto entrare nel tuo cuore, nei tuoi pensieri più profondi, nelle tue angosce, nelle tue speranze.

Senza quel “diario”, forse, saresti già stato dimenticato, come tanti altri alpinisti che la montagna si è preso; invece sei ancora vivo nella nostra memoria, sei ancora lì con i tuoi scritti a dimostrare che al cuore e alla passione non si comanda.

Sei a dimostrare che spesso gli ideali e la coerenza hanno un prezzo, anche se nel tuo caso è stato un prezzo troppo elevato.

Non vogliamo metterti tra gli “eroi”, ma certamente resti nel cuore di tante persone, che pur non avendoti conosciuto, ti vogliono bene e te ne vorranno per sempre.

La sottosezione C.A.I. di Buja vuole dedicare queste pagine alla tua memoria, non per commiserare la tua tragica dipartita, ma per trarre da questa quegli insegnamenti e quelle considerazioni che ci fanno vivere nella serenità e nella certezza di essere sulla giusta strada, quella strada che si chiama amore per la montagna, conoscenza dei propri limiti, rispetto della natura, aiuto verso il prossimo. 

Buja, gennaio 2010

 

  

Quaranta anni fa, nella notte tra il 16 e 17 luglio del 1970, moriva a soli 23 anni, sulla parete nord dell’Eiger nelle Alpi Bernesi, il “Ragazzo di Buja” a cui abbiamo intitolato la nostra Sottosezione C.A.I.

Quaranta anni, una vita, un ricordo lontano perso nella memoria dei più anziani e tra le righe di un diario; con un tremendo terremoto di mezzo che ha spazzato il nostro paese, le nostre tradizioni, il nostro modo di vivere, che ci ha impoverito dentro. Ma non per questo dobbiamo dimenticare, è giusto che i giovani sappiano, non per una triste malinconia, ma per riscoprire, un po' più profondamente, la vera natura di “Angelo” e trarre gli insegnamenti che la sua tragica scomparsa ci ha lasciato.

Partiamo quindi da quel giovane schivo e introverso che, a causa di problemi fisici, volendo trovare la sua personale rivincita per non poter più praticare la sua grande passione per il calcio e successivamente per essere stato riformato alla visita di leva, si era buttato anima e corpo su quello che diventerà il suo più grande amore, la sua rivincita, la sua più grande dipendenza: la montagna, nella sua forma più cruda, nelle pareti più impervie, nelle vie più ostiche.

E allora i libri e le imprese di Comici, Cassin, Hasse, Desmaison e di altri grandi alpinisti gli fanno dimenticare il duro lavoro da carpentiere nei cantieri di Monfalcone e le sue delusioni, e lo attraggono inesorabilmente sulle Dolomiti, portandolo, nell’arco di pochi anni a distinguersi con le solitarie allo Spigolo degli Scoiattoli sulla ovest di Lavaredo, alla via Dibona sulla Punta Giovannina, alla via Miriam sulla Torre Grande d’Averau, alla via Maestri sulla Roda di Vael, alla via Jori sulla nord dell’Agner. E poi ancora altre in compagnia: Spigolo Giallo, Hasse-Brandler, Demuth in Lavaredo, Carlesso alla Valgrande, Cassin allo Sperone Walker nelle Grandes Jorasses, invernale al Bila-Pec, tentativi alla Terza Pala di San Lucano e al grande diedro del Piccolo Mangart, ai cinque nuovi itinerari sulle Alpi Carniche.

Ma nonostante le sue “imprese”, resta un solitario, non riesce a trovare un compagno fisso che sia alla sua altezza, che sia in grado di consigliarlo, di frenare il suo impeto: “Quante volte se ne tornerà da solo tra le sue montagne? Le pareti più pazze lo vedranno ancora a lungo arrivare sulla sua moto, raggiungere in silenzio l’attacco, adottare i più strani sistemi di autoassicurazione, guadagnare la vetta in un muto colloquio con il suo coraggio, con la paura, con la roccia ....... per Angelo non è il sesto grado il limite delle possibilità umane, ma l’incontro con i propri simili.” (Da montagne ...e volontà - Marcello Rossi).

Ed infine il sogno più grande, la mitica parete nord dell’Eiger. La ricerca disperata di un compagno, la scarsa attrezzatura, il poco tempo a disposizione che obbliga i due ad un piano basato sulla rapidità d’azione, la sfortuna di una violenta bufera che li blocca in parete per alcuni giorni e li spossa togliendo loro le forze, il gelo, il buio, la mancanza di viveri, la rabbia, la fatalità di un terrazzino di sosta che crolla a 30 metri dall’uscita sul nevaio sommitale a difficoltà ormai superate. “...incomincio a sighiozzare per la mia incapacità di fare qualcosa. Neve, lacrime, sangue, poltiglia gialla, diventano tutt’uno, tra un urlo mio ed uno suo, senza capire le parole, causa il vento, ma sapendo io e sapendo lui cosa ci stava aspettando... agli ultimi miei urli, rispondeva il silenzio. Ero solo, il mio caro Angelo di nome e di fatto, arrampicava su quelle montagne dove il tempo non cambia mai, e dove non si può cadere.” (Da montagne ...e volontà - Sergio De Infanti).

E allora cosa c’è di positivo in tutto questo? Come si può rispondere al qualunquismo della maggior parte della gente che non ama la montagna, che accusa gli scalatori di cercare nel rischio dell’arrampicata un compenso alle proprie frustrazioni, ai propri complessi e per i quali l’orgoglio viene scambiato per presunzione e scarsa umiltà, l’ambizione per pretesa?

Si risponde con il cuore, con un cuore grande che rifiuta le ambiguità e le soluzioni più facili e più insane, con un carattere forte, più forte delle avversità, con la tenacia di raggiungere le mete che la vita ci propone.

“Angelo” ha seguito il suo istinto, la sua “via” e il suo sfortunato destino. Chi lo ha conosciuto può testimoniare che era tecnicamente pronto e fisicamente preparato per affrontare la sua ultima avventura; la fatalità lo ha strappato ai suoi cari a soli 23 anni e a noi ha dato l’opportunità di conoscerlo solo attraverso il suo “diario”.

“Il ragazzo di Buja” (titolo della riedizione di “montagne ...e volontà”), oltre alla grande ammirazione e all’orgoglio che aveva fatto scaturire nei cuori degli allora giovani soci C.A.I. di Buja portandoli a fondare, nel dicembre del 1970, la nostra Sottosezione intitolandola al suo nome, ci ha lasciato in eredità dei valori che ci spingono a proseguire nel cammino iniziato 40 anni fa e che cerchiamo di trasfondere ai nostri ragazzi dell’Alpinismo Giovanile attraverso un approccio graduale alla montagna, attraverso la cultura della sicurezza, attraverso la condivisione delle nostre soddisfazioni e delle nostre paure, attraverso l’aiuto ai più deboli.

Vogliamo credere, “Angelo”, che la tua morte non sia stata inutile, che dalle cime in cui arrampichi ora, tu ci protegga e ci aiuti ad amare la montagna senza sfidarla, ci aiuti a conoscere i nostri limiti, a superare le nostre avversità e i nostri problemi.

 

 

Ricordi di rifugio

 

 

Estate 1967

 

 

Stasera sono solo, seduto in mezzo a tanta gente. Solo come tante altre volte. Mi sono alzato stamane quando il sole già illuminava le cime più alte. Non c’era una nuvola in cielo. Era una giornata da far piangere di gioia chi partiva per scalare e di disperazione chi non aveva la possibilità di farlo, sia che avesse il mal di pancia, o fosse senza materiale adatto, o fosse solo. E io ero solo.

In tutta la giornata non ho fatto che vagare a lungo sotto le pareti nord, poi verso il rifugio Locatelli. Sentivo la disperazione dentro di me, ma mi sforzavo di essere disinvolto per levarmi quel peso che mi tormentava. Mi sono trascinato inutilmente da un luogo all’altro fino a trovarmi così, stasera, stanco, seduto fra tanta gente, gente che è felice. Gente che forse oggi ha trascorso una giornata di riposo, giornata che aveva sognato per tanti mesi in città, stando magari dietro una scrivania. Guardare i monti, stando sdraiati su un sasso. Che ferie!

Ma io, io che per tanti mesi ho sognato di trascorrere una settimana di fuoco, assieme a tanti amici... Spigolo Giallo oggi, Parete Nord domani, poi la Cassin alla Ovest... quanti sogni!

Invece eccomi qua, sfiduciato. Tutti ridono e sbraitano, qualcuno esce con una barzelletta e tutti ridono di nuovo. Ridono anche i muri qui dentro. Ride tutto fuorchè io.

Mando giù l’ultimo boccone. Ho un nodo dentro che non riesco a sciogliere.

Ognuno ha al proprio fianco o l’amico o la donna. Posso leggere in ognuno la gioia di avere un amico, un caro amico per partecipare a questa gioia collettiva.

Oggi ho incontrato due alpinisti sotto la Ovest. Mi hanno salutato, poi col naso in su, hanno continuato a studiare la parete. “Arrampicate?” “Sì, domani” fu la loro risposta. Non c’era bisogno che chiedessi loro dove andavano. Eravamo a pochi metri dall’attacco della via Francesi, e sopra di noi pendevano i primi grandi strapiombi. Domani passeranno di là, pensavo, e provavo invidia per loro. Con giusto orgoglio mi dissero che due settimane prima avevano scalato lo spigolo degli Scoiattoli, una via che li aveva impressionati più di ogni altra sulle Tre Cime. Ho chiesto loro informazioni su quell’itinerario e mi hanno risposto che durante la serata avremmo avuto modo di parlarne in rifugio.

Ora se ne stanno seduti in fondo alla sala, bevono vino, sono un po’ alticci. Nei loro occhi c’è gioia piena. Domani per loro sarà un giorno di lotta e io li invidio tanto. Forse non si sono accorti di me, e non trovo il coraggio di interrompere la loro euforia. Però resto con la bocca amara.

Ma se fossi un giorno al loro posto che cosa farei? Se un giorno in un qualsiasi rifugio, un ragazzo mi chiedesse di arrampicare, non esiterei ad invitarlo a legarsi con me, anche se avessi già il mio compagno. Potrei scoprire in lui tanta passione e tanta solitudine.

Esco dalla stanza e salgo le scale portando dentro di me tante tristi considerazioni. Raggiungo la mia stanza e finalmente tristezza e solitudine trovano sfogo. Due lacrime, tanto amare, mi accompagnano in cuccetta.

Poi sopravviene il sonno.