AUTOCRAZIA, LIBERTA' E BOLSCEVISMO

Rina di Brazza - Savorgnan- Cergneu

 
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1)  

 

Eccomi di nuovo sul caro suolo natio, tra la nostra gente dove la natura stessa prodiga i suoi doni con una larghezza affascinante, quasi volesse fare omaggio di sua allegrezza a me, povera esiliata, che per un lungo corso d'anni dovetti viverne lontana; il ritornavi fu un gaudio, il rivederlo fu l’apice d'ogni umana felicità.

Eccomi adunque, dopo 15 anni d'ininterrotto soggiorno in Russia, nella Russia tenebrosa e sterminata, dal popolo buono, ospitale e dai costumi primitivi - devoto a Dio ed allo Czar, il quale ultimo da solo sapeva tenere strette le file di 160 milioni di sudditi. L'ordine perfetto regnava ovunque, grazie al vastissimo servizio di polizia, che, corrotta e malsana, non viveva che d'angherie, di soprusi, succhiando il sangue d'un popolo che non osava reagire in alcun modo, nè ribellarsi.

Ma per abbattere il colosso, da anni ed anni si lavorava nel più profondo mistero e quanti innumerevoli martiri conta la storia della libertà russa, eppure troppo presto conseguita! Instancabilmente il sotterraneo lavoro continuava. Nel 1905 tutto era pronto, e un giorno l'uragano d'improvviso scoppiò; ma ci fu il traditore e tutto fallì, pagando i capi colla propria vita il loro amore della libertà! A centinaia si vedevano ogni giorno penzolare i poveri corpi dalle odiate forche, simbolo d'infamia e di martirio. Il giogo divenne più duro ancora, le catene più pesanti. Rivoluzionari, la maggior parte Ebrei, erano i più caldi propugnatori d'una libertà altrettanto difficile a raggiungersi, quanto più ossessionava le menti più elette della Russia, perchè le maggiormente oppresse.
Nonostante la sorveglianza centuplicata da forze attive, gli apostoli dell'agognata libertà continuarono l'opera loro. La maggior parte di essi erano soldati e facevano larga propaganda tra le file dell'esercito; altri mandavano emissari nelle campagne e nelle cantine sotterranee delle Capitali e delle altre Città; si stampavano giornali e proclami, e si tenevano riunioni clandestine.
Il 27 febbraio 1916 la rivoluzione fu un fatto compiuto. Lo Czar, fatto prigioniero con la famiglia e guardato a vista nella sua residenza di Czarskoie Selò; imprigionato tutto il Ministero. La notizia in poche ore riempì di stupore e di aperta gioia, tutta la Russia sterminata. Un grido solo, partito da Pietrogrado e propagandosi con la rapidità della luce, portò la sua eco vigorosa sino agli estremi limiti del vasto Impero e questa eco ripeteva: Libertà! Libertà!

Il popolo stupito, meravigliato, ebbro di gioia, sentendo spezzate le catene secolari che lo avvincevano, perdette il senno e già accennava ad atti arbitrari di violenza e di terrore, non avendo una giusta percezione del valore della parola fatidica Libertà. Ma Kerenski, il tribuno dalla parola fluente ed affascinante avido del potere ed ambizioso, dall'alto del suo seggio presidenziale, tuonò e ristabilì un certo ordine impedendo ulteriori atti di vandalismo.

Il popolo irrequieto, sempre malcontento cominciò col biasimare l'operato di Kerenski; ed il malcontento divenne generale, tanto che il dittatore sentendosi malfermo sul suo seggio, ricorse al mezzo più arrischiato, più insensato, togliendo cioè la disciplina al soldato. Bastò un solo momento: l'Armata delle diverse fronti gettò l'arme o l'usò per ucciderne gli ufficiali, che inorriditi si vedevano inermi ed impotenti di fronte ad un nemico fanatico. Più d'una lacrima cadde su quei campi di battaglia, lacrima spremuta dal dolore a dall'onta, che vecchi ed eroici condottieri e bravi ufficiali subivano. 

Kerenski aveva giocato l'ultima sua carta ma la sua stella stava per tramontare - la sua celebrità s'eclissava.
Il generale Korniloff, fremente di odio e di rabbia raccolse una armata di bravi e fedeli, ai quali si unirono anche dei battaglioni di Czeko-Slovacchi, ed al grido di: = Salviamo la Russia ! morte al traditore! = marciavano su Pietrogrado; ma il popolo tutto, con Kerenski alla testa, gli si fece contro... Sbandate le sue truppe, Korniloff fu fatto prigioniero, indi martorizzato e fucilato.

Durante questo trambusto, gli anarchici non stavano inoperosi e poco a poco si formavano in un partito considerevole, che minacciava il Capo dello Stato, Kerenski. Vedendo oscurarsi il suo cielo presentendo prossimo l'uragano che l'avrebbe travolto, con la condanna a morte pendente sul suo capo, riuscì a fuggire ed a, riparare in Francia, carico di pietre preziose d'inestimabile valore, E là vive tranquillo attendendo gli eventi,

L'orizzonte andava infatti oscurandosi e da quelle brume ecco, l'apparizione subitanea dei Bolscevichi,

Chi sono costoro? da dove vengono, che cosa vogliono? Mistero. Si sa soltanto che dall'America arrivò in Germania un capo socialista con un compagno, ch'ebbero lunghe conferenze col Cancelliere e ricevuti dall'imperatore Guglielmo, conferirono per quasi un'ora anche con esso. Furono mandati poi in Russia in un vagone piombato affinchè non fossero scoperti.

E qui incominciano le dolenti note. Pietroburgo fu messo subito a ferro ed a fuoco, per soffocare il manipolo di veramente patrioti, rappresentati dall'ufficialità dell'antico regime e dagli abbienti. Pietrogrado diventò un cimitero. Da quasi tre anni è chiusa, nessuno c'entra e nessuno ne esce. Le fabbriche, le officine, i laboratori, tutto è distrutto, tutto demolito, tutto incendiato. I palazzi, i Musei, le Gallerie d'Arte, che racchiudevano tesori, tutto è devastato tutto è distrutto. Non tardò la fame, la vera fame; e con essa le epidemie: vaiolo nero, peste, colera e tifo; e la popolazione, affamata e denutrita, moriva, moriva e moriva. Il fatto è che di due milioni e mezzo di abitanti che la capitale contava nel 1915, Pietrogrado, oggi, non nè avrebbe che soli 30.000! 

La stessa sorte subì Mosca la Capitale antica, e tutte le altre città, più importanti per industria e commercio.
Un po' per volta, i Bolsceviki s'impossessarono di tutto l'Impero, ma ovunque trovavano strenui oppositori nel piccolo numero d'ufficiali superiori nel Iunker delle Accademie militari e negli studenti, dei ginnasi; i quali, soprafatti però dal numero, dovevano ritirarsi, dopo aver lasciato sul terreno tante e tante vittime d'un ideale che forse sarà destinato a morire.

Il Bolsceviko non è il sincero rivendicatore della libertà civile; esso è un mostruoso deviatore, che precipita in arbitri sanguinari e criminali; è la belva sanguinaria e feroce che dilania le carni del suo popolo: tutto fa per se stesso e nulla per la Nazione , in modo che è da preferirsi le mille volte l’autocrazia d'uno Czar, alla tirannide bolscevica, L'autocrazia del despota, non era certo, nè oggi sarebbe desiderata; ma tuttavia c'era sotto di essa una parvenza di libertà, c'era sempre fra il popolo il retaggio dell'uomo onesto, di colui che non intende incappare in alcun paragrafo del C. P. e che rispetta la legge. La libertà che ci offrono i bolsceviki invece è la facoltà di permettersi qualunque atto arbitrario che lederebbe non soltanto la legge, ma ripugnerebbe a qualunque animo leale. Furto, spogliazione, grassazione ed omicidio è la triste storia quotidiana; ma di questi fatti è proibita la pubblicazione nell'unico giornale, pena l'immediata fucilazione. Ciò valga per la libertà di stampa ed in quanto poi alla libertà di parola.... ugual sorte attende chi volesse esercitarla.

Oh, se ne vidi dei casi pietosi e quanti! Un giorno, venendo da una lezione con mia figlia, mi sento stanca e sediamo su una banchina della strada Grande al Irkutsk; poco dopo a noi vicino siede un giovane universitario dai 20 ai 22 anni. Vestiva l'uniforme dell'Università. E' pallido e triste e ci dice che viene da Tomsk per vedere la mamma morente. Un gruppo di soldati s'avvicina e lo domandano che cosa faccia là. Egli risponde con franchezza che riposa. I soldati - le famose guardie rosse - inferociti, lo pigliano, lo gettano al suolo e lo malmenano. Senza un lagno egli si alza e torna a sedere. Le belve ritornano dopo essersi allontanati e domandano a bruciapelo:

Sei bolsceviko?

 

Al che, il giovane, stoicamente è con animo saldo risponde:

 

No, non sono, nè sarò mai bolsceviko, perchè sono un galantuomo e non un aggressore nè un assassino.
In piedi e marsc! - gl'intimano loro; e trattolo una ventina di passi nella vicina contrada quasi vuota, lo misero al muro e sette o più palle lo stesero sull'istante cadavere al suolo.

 

Gli assassini si allontanarono senza dir verbo e lasciarono lì la povera creatura. Alcuni pietosi gli si avvicinarono e lo portarono lontano forse a casa sua.

 

La mano mi trema ancora riandando nella mente la ferocia di bruti ed il caso pietoso dell'infelice famiglia. E questo non è caso isolato; ad Irkutsk ce ne furono a centinaia. Un altro giorno sul piazzale del Tribunale passavano due signori, un vecchio ed un giovane. Il vecchio era un ex giudice del Tribunale, il giovane un suo impiegato. Si soffermarono dinanzi il palazzo di giustizia ed il vecchio disse: - Vorrei che un fulmine incenerisse il palazzo con tutti i mascalzoni di giudici che vi si trovano dentro. - Fu inteso ed in meno che non si dice li presero entrambi, li trascinarono nel cortile interno e pochi minuti dopo, una scarica di fucileria annunciava che giustizia bolscevika era fatta. Coteste sono le gesta tragiche dei Bolsceviki, tanto invidiati dai nostri bravi estremisti; ma se potessero viverci là e constatare de visu le prodezze che in nome del bolscevismo vi si compiono credo che l'animo gentile dell'italiano, diverrebbe il più accanito propugnatore dell'ordine, unico mezzo per dimostrare la cultura e la civiltà d'un popolo che vanta una storia gloriosa e millenarie tradizioni. Ordine e lavoro, ecco ciò che soltanto potrà dare il benessere e la ricchezza ad una Nazione; il resto è una utopia,

 

Ed ora veniamo ai giorni nefasti dell’8 - 17 dicembre 1917.
Per descrivere le crudeltà, le barbarie, le turpitudini commesse in questo periodo tragico, bisognerebbe intinger la penna nel sangue e nel fango e metterla tra le mani di valente scrittore affinchè con perizia e con arte vera, potesse dare il colorito che tale quadro presenta.

 

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