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Il Comune di Treppo Grande – Dicembre 2008

La sindrome di Andronico

 di Domenico Zannier

 

La Sindrome è un concorso di dati che inquadrano una malattia e ne determinano la definizione e il carattere. Il termine viene però usato non solo clinicamente, ma anche in altri campi.

Nel tumultuoso e caotico mondo culturale attuale, in cui un forzato protagonismo gioca alla grande anche a livelli meno appariscenti, constatato che nella ultima moda, letteraria e linguistica friulana, si coglie una sindrome, che credo opportuno indicare come sindrome di Andronico. Per chi non lo sapesse Livio Andronico fu un greco di Taranto, che nel 240 a.C. fece rappresentare tradotta in latino una tragedia greca adattandola e quindi tradusse l'Odissea in versi saturni. Si dava così inizio alla letteratura latina, non ancora originale.

Il vero inizio fu poco dopo con Nevio che nel Bellum Punicum ( guerra punica) diede il primo poema epico latino e con Ennio che negli Annales celebrò l'epos romano, che Virgilio avrebbe ripreso e portato alla perfezione nel'Eneide. Andronico dunque traduttore di Omero e iniziatore di una letteratura, i Latini dopo di lui non tradussero, ma crearono sia pure con influenze e imitazioni di stili e di contenuti. In italiano si sono fatte dell'Odissea parecchie traduzioni dal 1500 al 1800 con il capolavoro in endecasillabi di Ippolito Pedemonte che ancora oggi si ristampa e si studia. Nel primo Novecento Ettore Romagnoli tradusse l'Odissea in italiano in esametri. Nella seconda metà del secolo passato le traduzioni in italiano sono state una decina e si trovano in commercio. Sono sia in versi sia in prosa. Nessuno degli autori-traduttori italiani ha pensato di rifondare e riformare una lingua e una letteratura che ha i suoi giganti. Di loro non si può quindi parlare di sindrome di Andronico.

Diverso è il caso delle recenti traduzioni in friulano, in cui appare non troppo velato nel linguaggio e nella grafia il sogno o il tentativo di rifondare una letteratura e una lingua. Alessandro Carrozzo e Pierluigi Visintin  nella loro versione friulana dell'Odissea in esametri ci danno l'esempio, anche se non esasperato, del neofriulano e della linea del catalano Lamuela e di Ceschia e della Schiavi sul fatto grafico. Giorgio Faggin nella sua traduzione in prosa porta avanti la sua grafia e un friulano occidentalizzato piuttosto alla francese. Si presentano in tal modo come novelli Andronico della lingua e della letteratura friulana, non so quanto consapevolmente.

Lo stesso problema si era presentato con Francesco Placereani, seguito poi da Antonio Bellina, con la traduzione della Bibbia in friulano, Placereani si sentiva il novello Lutero quanto a traduttore biblico e di dare un modello al friulano come Lutero aveva fatto per la lingua germanica. In realtà queste "rivoluzioni" o riproposizioni alterne della lingua sono tardive. L'idioma friulano a fine Ottocento aveva ormai acquisito un suo modello formale, che permise a Giuseppe Marchetti di teorizzare una Koinè friulana.

Se gradite sono le traduzioni, non appaiono positivi gli stravolgimenti lessicali e morfematici, ancorché politicamente patrocinati e finanziati. Si apre un abisso tra lingua cartacea e lingua parlata e questo porta a una disaffezione verso il friulano stesso, percepito come estraneo e lontano alla famiglia e al paese. Da un languido zoruttismo si è passati a un isipido pasolinismo, quasi un culto. Eppure ci sono state le lezioni della prima Filologica, della Risultive e della Cjarande con opzioni mediane di tradizione e di apertura assai positive. Altro fatto grave, che comprende anche il comportamento dell'Università di Udine come quello della politica culturale regionale, è il disprezzo o la noncuranza degli autori e del loro apporto umano e spirituale alla civiltà letteraria. Si dettano loro regole balzane e vincolanti. Nessuna nazione è pensabile senza l'epos, eppure le istituzioni culturali friulane ignorano e negano la presenza di un epos friulano.

L'Università non ha mai affrontato il problema. La filologia è ridotta a pura lessicografia, alla formazione di enormi schedari linguistici.

Si creano vocabolari cerebrali e cervellotici a suon di miliardi pubblici. Andrebbe abolito l'ARLEF e la Regione dovrebbe smetterla di essere una caserma culturale, in cui si favoriscono i soliti colonnelli di regime. C'è un friulanismo deteriore che opera a scapito di una più autentica libertà e friulanità, un nazionalismo vecchia maniera, copiato all'Estero.

Si continua a dire che dobbiamo fare i Catalani e i Gaglieghi (Galizians). lo dico "Restiamo noi stessi". Ci bastano le radici e il buon senso friulano per tracciare e percorrere la nostra strada. Non abbiamo bisogno di novelli "Andronichi" e di maestri pirenaici. Riconoscerci inferiori è già una battaglia perduta. Non parlo certamente a mio vantaggio, quando invoco un altro modo di fare cultura. Questo è anche il ragionamento della gente comune, frastornata e disorientata.