1968 n°4 |
Sulla letteratura friulana contemporanea di Nadia Pauluzzo |
Quasi a ribadire la sua posizione di antesignano nella letteratura friulana del dopoguerra, Pier Paolo Pasolini ci ha offerto nel '65 il bel libretto di liriche scritto in casarsese, «Poesie dimenticate»,, (edito dalla Società Filologica Friulana). Pasolini, giova pur dirlo, è sempre un grato incontro. Ogni scrittore che meriti tale appellativo deve compiere l'inosabile del suo tempo: magari dopo un secolo si dirà di lui che può considerarsi abbastanza tradizionale, ma questo è affare dei posteri. Oggi i friulani provano una certa compiacenza nel ricordare che fu proprio lui a dare ali e forza all'infiacchita e troppo stagnante produzione letteraria del dopoguerra ed intuiscono la genialità tempista dell'«invenzione romanza pasoliniana», il fascino della Academiuta casarsese, la bellezza di quella fioritura di felibrismo postbellico che germinò da lui. E nel '65, a distanza di vent'anni, ecco un nuovo «exploit»,, dal rilievo assolutamente autonomo, una raccolta di poesie vecchie e nuove, originalissime e ancora trascinatrici, annotate da Andreina Ciceri, la quale mostra di comprendere assai bene il valore essenziale della «lezione pasoliniana»,, in Friuli. Accanto al Pasolini vessillifero vediamo fiorire, individualisticamente o cinturata nei gruppi, una pleiade davvero eccezionale di rimatori o scrittori di prosa, ormai «integrati»,, nel clima di rinnovamento e di avanguardia che si è instaurato in Friuli. Maria Forte, già in «Vôs disdevôre»,, (Risultive, '61), ha parlato essenzialmente di Buja, il suo paese e, con felice esito d'arte, gli stessi cari argomenti riporta nella produzione posteriore, come «Peraulis»,, (Nuovo Cracas, '65) e «Cjà Dreôr»,, (Società Filologica Friulana, '68). Il paese natio è per lei l'indiscusso corollario di un suo modo di sentire poeticamente, di esprimersi in grazia musicale, che è tipico di quella terra dove chi parla canta a mezza voce. La scrittrice ha attinto a varie fonti letterarie, ma senza illazioni, più che altro respirando un'aria di letteratura dentro la quale è maturato il suo fiore, alla maniera crepuscolare e romantica ma anche squisitamente moderna. Nei suoi versi c'è lo stesso incantato mondo buiese di Francesca Marini Barnaba, la scrittrice degli stupendi «Flôrs di tale»,, (Tesaur, '54 e '62), che può dirsi caposcuola di chiunque, fra i contemporanei, scriva in questo linguaggio particolare. Ciò che tipizza i modi della Forte è certo fatalismo rassegnato, di stampo nordico («son par nô stradis che no si sielzin»,,), che sfocia nella ricerca di un conforto morale solo in se stessa, in quanto creatura umana e meravigliosa nel suo piccolo mondo e con le sue passioni disincantate e pure. L'attività di Maria Forte è di una assiduità intramontabile e perseguita in grande fedeltà attraverso il tempo. Le principali riviste regionali la annoverano come collaboratrice assai apprezzata. «Cjà Dreôr»,,, l'ultima fatica della Forte, per ora, ci dà forse meglio delle altre opere la misura del suo temperamento poetico. Il suo mondo coloristicamente friulano si offre con la consueta spontaneità, senza violente opzioni modernistiche. I diciotto racconti della silloge, stesi sul genere della pittura ambientale maechiettistica, sono ricchi di una inconfondibile dimensione umana. Per quanto facente parte del movimento poetico «Risultive»,,, Novella Cantarutti non è, come si suol dire, un'«inserita»,, ; tutt'altro. Strettamente individualista nelle sue manifestazioni, appartiene sostanzialmente al dopoguerra friulano, quel tempo particolare in cui il realismo di ogni tipo d'arte esprimeva una disperazione esistenziale. Prosa e poesia hanno in lei una suggestione incontrastata ed ogni suo componimento è un piccolo compendio di lei stessa, un impasto di memorie idealizzato dal sentimento, nel quale colpiscono i fulminei incendi del pensiero e gli accorati richiami del cuore. Dopo «La femine di Marasint»,, (Società Filologica Friulana, '64), la Cantarutti ci dà molteplici saggi delle sue capacità in numerose apparizioni su riviste locali e nazionali (un'incidenza particolare hanno i bei componimenti raccolti nel «Fiore della poesia dialettale»,,, Il Belli '67) e recentissimamente nel volume «Scais»,, (Tarantola - Tavoschi, '68). Le sue liriche più nuove sono la riconferma per chi conosce la scrittrice di Navarons, o la scoperta per chi l'ignorasse, del gusto arcaico e suggestivo della parola, della sua profondità e gravezza espressiva, della suggestione poeticamente maliconica che contraddistinguono tutta la sua produzione. Spesso le sue poesie, come le prose, contengono innesti di pensieri appena abbozzati, ma vividissimi e incisivi, dove le sensazioni urgono, fitte e dolorose; sovente sono canti di «dissolvimento»,,, contrappuntato dalle istantanee del paesaggio. La fecondità artistica di Maria Gioitti del Monaco, variamente diffusa nei diversi settori della locale letteratura, si è rivelata anche di recente al pubblico friulano con alcune pubblicazioni. Dopo «Cjase senze soreli»,, del '66 (ed. Arti Grafiche Friulane), dramma teatrale che si aggancia per ispirazione e stile ai precedenti lavori dell'autrice, si segnalano due raccolte, di versi la prima e di prose la seconda, edite nel '67 dalla Società Filologica Friulana: «Momenz»,, e «Storiutis di îr e di vuè»,,. La Gioitti scrive d'impulso, lietamente, sulle tracce di una candida visione della vita, scrive le cose che un tempo felicemente viveva, piega le ispirazioni al suo «clima»,, e le restituisce ad una visione commossa e carica di gentilezza. I richiami d'intensità drammatica che sembrano talora risuonare e rumoreggiare tra le righe si trasformano in pacata elegia. Generalmente la sua è piacevolissima lirica o prosa illustrativa, calligrafica, di immediato successo popolare. Si può pertanto comprendere quanto la Gioitti possa piacere ai lontani e come il suo canto si accordi alla nostalgia dell'emigrante. Sembra proprio che per tale patetico protagonista del lavoro friulano nel mondo ella talvolta dipinga a note rosa il paese lasciato, idealmente rivissuto attraverso la sua personale esperienza giovanile. L'affabile espressività e la fresca vena letteraria di Pietro Someda de Marco sono ben note ai lettori friulani; come pure il suo abbinare al gusto artistico, ognora rinnovellato nelle istanze più urgenti, un sano tradizionalismo patriarcale. Con tenacia alimentata dall'amore egli ha costruito a poco a poco, in un arco di tempo che conta ormai parecchi decenni, il saldo edificio di un'opera che è letteratura e documento insieme, addentellato verso nuove forme, su cui i giovani di domani potranno fiduciosamente contare. «Sul troi de vite»,, (Arti Grafiche Friulane, '68) è la riedizione di un lavoro antico, con l'aggiunta di una ventina di «contis»,, o novelle. Comprende una silloge di momenti autobiografici, con gli accrescimenti che il volgere del tempo ha portato nella personalità del Someda; l'autore non vi compare da assoluto protagonista, ma quasi in veste di colui che assiste, indaga e trascrive, con l'apporto tutto soggettivistico del poeta, dell'uomo, e mai del giudice. Il campanilismo, nella sua accezione più schietta e positiva, anima di sè l'umile diario della vita paesana, profumata di sane tradizioni e dolcemente deamicisiana. Per tanti riguardi la figura del Someda va avvicinata a quella di Pietro Menis di Buia, egli pure gentile e sensibile scrittore in friulano e in italiano. Un gruppo di scrittori di età, di ambientazione culturale e di formazione le più diverse, taluni dei quali collaboratori dei «Quaderni del Tesaur»,, operano attualmente, e talora con felice esito pubblico, intorno al movimento letterario «Scuele libare furlane». I loro nomi: Domenico Zannier, Mario Argante, Giannino Angeli, Galliano Zof, Tarcisio Venuti, Mauro Vale, oltre a quelli degli innumerevoli collaboratori che si trovano nella «Cjarande»,, (La Nuova Base, 1967); la quale è, come gli autori stessi la definiscono, una «raccolta»,, ed un efficace saggio documentario di componimenti poetici. L'indubbio merito di questa raccolta è il suo proporsi al pubblico dei lettori friulani nel particolare momento del ridimensionamento culturale della nostra letteratura, che cerca attualmente mezzi di fusione e di inserimento nei movimenti di più largo universalismo. Al di fuori della suddetta silloge (che era stata preceduta da un'altra limitata a pochi autori: «Un carantan di puisie», Arti Grafiche Friulane, 1966) recentissimamente sono da segnalare le seguenti pubblicazioni: dello Zannier: «Tal gorc dal soreli»; dell'Argante: «Sangloz di oris»; dello Zof: «Lidrîs di tuessin». Degno di nota il capovolgimento espressivo e concettuale, nel senso di una scontata adesione alla modernità, che troviamo nelle liriche di Mario Argante. Antesignano (in un certo senso) dei Risultivisti, il gruppo di cui più oltre si parlerà, loro animatore e guida, può considerarsi Giuseppe Marchetti che accomunò nella sua produzione vastissima, in equazione vagamente umanistica, letteratura, linguistica, storia ed arte. Spentosi da così poco tempo e tuttora vivo e operante spiritualmente in mezzo a noi, il Marchetti si porge ai friulani in chiave di assoluta modernità con l'ultima sua fatica letteraria, «Lis predicjs dal muini»,, (Risultive, 1965). Tale bella raccolta di aneddoti squisitamente paesani, largamente nota ai nostri lettori per la eco risonante che derivò dalla pubblicazione, affronta in caustici termini di satira il tema della distinzione fra trama reale di fatti esposti (corrispondente all'invenzione narrativa) e giudizio morale di un costume (corrispondente alla realtà). «Vigi Scuete», il «muini» di «Gargagnà di Sôre»,,, mugugnone benefico e figura densa di umanità, ci viene descritto in concretezza quasi visiva dall'autore nel «Preambul», e successivamente nelle argute scenette. I Risultivisti nella presentazione al libro e lo stesso «Pre Bepo»,, hanno puntualizzato l'urgenza di salvare un linguaggio che muore, e proprio in questo consiste uno dei pregi fondamentali del libro, cioè la sua accezione prettamente moderna, attraverso la documentazione realistica di fatti e spicciole osservazioni etiche. Si sbaglierebbe quindi a datare, cristallizzandolo nel tempo di ieri, un libro che è di oggi e sarà probabilmente di domani. In sapiente equilibrio con tutta la precedente produzione marchettiana, anche in quest'opera del versatile scrittore friulano troviamo pagine vive, attente, protese, talora iperbolicamente, all'arcaico, pur di salvare senza piaggerie un linguaggio che ansima di consunzione. L'autore non vi ammette assolutamente prestiti linguistici italiani, considerati quasi innaturali, mentre indulge con curiosa larghezza alle intrusioni germaniche (giustificate dai secolari flussi migratori della nostra gente) e ad una certa pirotecnia verbale, dilatantesi attraverso soprannomi burleschi, toponimi, denominazioni contadinesche, giochi analogici ed onomatopeici, segno questo di una profonda e connaturata conoscenza del linguaggio friulano. La scuola poetica più attiva oggi in Friuli è senza dubbio «Risultive»,,. I suoi scrittori da oltre un ventennio continuano a segnare una convergenza di interessi letterari quale mai si vide in Friuli. Essi permangono nell'acquisita posizione di rottura dell'immobilismo, permeando sottilmente gli strati più vari e i diversi settori (poesia, romanzo, teatro, storia e letteratura). Dalla Cantarutti a Virgili, da Puppo a Cantoni, da Muzzolini a Negro, a Brusini, tanto per citare i maggiori, hanno tutti una connotazione inconfondibile da cui deriva il loro marcato tipizzarsi e la personale fortuna in mezzo alla folla attuale degli scrittori in friulano: la Cantarutti una insularità a sfondo drammatico, Virgili una completezza espressiva e contenutistica che può cimentarsi nel canto d'amore o di costume o religioso con pari versatilità, Puppo una ricca umanità a sfumature umoristico-sentimentali, Cantoni un simbolismo luminoso di sfondo e un crudo magma di sensazioni che si caratterizzano in violenta fase espressiva, Muzzolini un'arguzia raffinata e saggia, Negro uno schematismo concettuale, risolto spesso in umanissima satira, Brusini la duttile forza di un linguaggio colto e l'estro geniale, immediato. Dino Virgili, attraverso la conoscenza scrupolosa di ogni battaglia artistica contemporanea, ha espletato la sua validità di poeta e scrittore in un rigoglio pieno, compiuto, cui non si addicono più ridimensioni. Attivissimo fin dall'inizio del movimento risultivista sia nel settore della poesia che della prosa (è degno di nota l'indimenticato romanzo «L'aghe dapît la cleve»,, del '57), si è affermato con un'opera poeticamente completa nel '64, «Furlanis»,, e contemporaneamente ha pubblicato suoi componimenti friulani in numerose riviste, abbinando tale attività con la produzione in italiano e di critica letteraria di cui non si può che dare cenno nel presente lavoro. Mentre scrivo è vivissima nel pubblico friulano l'attesa per la sua Antologia «La flôr», di imminente uscita. Scrive Gianfranco D'Aronco nella sua Antologia della Letteratura Friulana che «due motivi s'intrecciano e si alternano nella poesia e nella prosa di Dino Virgili: l'amore e la primavera, la bellezza della donna e quella della natura». La tematica di Virgili contiene un anelito umanamente trascendente e un accorato entusiasmo di base; il suo linguaggio è chiaroscurale, dinamico; le donne, anzi «lis frutis»,, vi campeggiano, creature ariose di una terra tutta occidentale, insieme con lui «frut»,, senza dimensioni etiche, che non sa pensare per se stesso altro tempo che quello dell'infanzia interiore, catartica. «E frut 'o zui, 'o côr, 'o rît». Virgili è uno dei pochi veri poeti dell'amore; che abbia avuto il Friuli dopo Colloredo e Cadel. Eppure l'amore si fa spesso in lui pura espressione di religiosità, come per es. nella «conte di teatro», «La strade di Diu»,, (Face, 1967) nella quale il tutto umano Virgili intraprende una «scalation»,, inusitata, imperniantesi fin dall'inizio nella suggestione dell'oltremondo, fuso dolcemente con quello terreno, il quale a sua volta ne resta segnato da un mistico alone misterioso. A questo punto mi sembra necessario rilevare che l'esperienza teatrale dello scrittore si inserisce nel contesto delle rappresentazioni della compagnia del Teatro Sperimentale friulano, diretta da Alviero Negro e operante con successo già da qualche anno. Commedie di Riedo Puppo, di Aurelio Cantoni, di Renato Appi, di Otmar Muzzolini sono state rappresentate in varie località del Friuli, dimostrando una volta di più come il gusto degli spettatori friulani non sia affatto diseducato alla bellezza e alla sensibilità, nè vegetalizzato intorno ai melodrammatici o umoristici schemi di una certa tramontata forma di rappresentazione. Per qualche particolare risvolto si aggancia all'esperienza teatrale friulana anche l'opera di Riedo Puppo, egli pure, come Virgili, fra i più validi rappresentanti di Risultive. Il suo ormai famoso libro «Par un pêl»,, (Società Filologica Friulana) ha raggiunto quest'anno la quinta edizione (le precedenti uscirono nel '60, '61, '63, '65) con l'inclusione di volta in volta di interessanti inediti. La raccolta di gustosissime novelle ribadisce la tematica fondamentale del Puppo. Egli desume i suoi personaggi e le loro umane vicende dalla viva voce del popolo nel quale intimamente individua se stesso, talora con il tramite di vaghi ricordi storici o più spesso di precise documentazioni. Il suo è uno stile apparentemente facile, sciolto, popolare, non abbisogna di diagrammi culturali o di prese di posizione specifiche per espandersi in pienezza, è concreto, vitale, con una specie di spontaneo abbandono proustiano al gusto del narrare, privo di precisi piani organizzativi, di una poetica o di un sistema; ed è anche una ricerca espositiva di fatti e di caratteri, sgorgata dalla pienezza del cuore. Gli inediti aggiunti nelle ultime edizioni segnano una tappa nuova nello svolgimento della personalità del Puppo, nel senso di una approfondita penetrazione umana e del subentrare in lui di un ripiegamento romantico che gli toglie il timore di spezzare l'incanto lapidario della brevità. La sua prosa è canto di amore sano alla terra, non uno sterile pianto di cose perdute, caso mai è rimpianto di uomini, ma non di tempi, e questo è il più evidente segno di una piena maturità artistica dello scrittore. Il Puppo ha pubblicato inoltre, all'insegna di Risultive nel '67, una breve azione teatrale «Il discors di une frute», rappresentato a Lonzano in occasione del centenario della morte di Pietro Zorutti. In questo lavoro, come nell'altro, «Un frut di gale»,, (Risultive, '68), presentato il 25 aprile scorso a Tarcento, nell'annuale rituale festa di Chino Ermacora, il Puppo ci ribadisce il suo stile: un modo di porgere arguto e casereccio, fra l'espandersi ognora più alto di battute esilaranti e patetiche. La sua prosa, «dall'economia tipicamente teatrale», come asseriva Luigi Candoni, ha indubbiamente trovato nell'ambiente di Risultive l'humus vitale e la compiutezza dell'espressione e dell'esplicazione. Una tale «economia» è nel secondo lavoro del Puppo, «Un frut di gale», nel quale non è affatto riscontrabile alcuna cristallizzazione caratteriologica, ma piuttosto vi fa spicco una vivace distinzione polemica fra l'uno e l'altro individuo, nella maniera più consona alla realtà quotidiana che il Puppo mostra di avere altamente assimilato. Ancora a proposito di teatro, divenuto in questi ultimi anni «force de frappe» in mezzo alla illanguidita produzione drammatica friulana, ricorderò i tre libretti della Collana teatro editi nel '65 dalla Società Filologica Friulana ed approdati a premi considerevoli; il primo è toccato a Renato Appi con «De cà e de là»,,, il secondo ad Alviero Negro con «Il quilibrio»,, il terzo ancora all'Appi con «Storîs dal gno paîs»,,. L'area letteraria teatrale di Renato Appi non si discosta, da un punto di vista strettamente ambientale, dalla tradizionale rappresentazione scenica friulana; ma risulta sostanzialmente un'altra cosa, così scavata e spirituale com'è, così misurata nella puntualizzazione dei caratteri. Lo scrittore cordenonese riesce particolarmente incisivo per la suggestione periferica del suo linguaggio ombrato di chiaroscuri e permeato di drammaticità. La sua opera contiene un potenziale di capacità innovativa, rispetto ai vecchi motivi teatrali del secolo scorso e a quelli manierati contemporanei, in quanto, liberatasi nettamente da ogni scoria fumistica di quel tipo di teatro che per decenni ha dominato la nostra scena provinciale, si eleva in toni di commosso lirismo e in vividi tagli nettamente drammatici. Meritevole di ogni plauso anche il lavoro del Negro che propone formule, schemi e linguaggio di rottura attraverso una critica raffinata all'odierna società. Di lui ricordiamo ancora un'altra azione teatrale: «La cjase»,, (Risultive, '66), già premiata in un concorso della Società Filologica Friulana del '62; nella quale pure si può riscontrare quanto l'attaccamento alle stantìe forme del passato venga dimensionato da nuove proposte e rinterzato da afflati di ispirazione sempre più originali. Alviero Negro è ormai da molto tempo operante nei ranghi di Risultive. La sua, come quella dell'Appi, è un'arte nuova di partecipazione e di rivolta, arte di dialogo che riscopre l'universale del cuore umano e lo risolve eticamente. Nei lavori teatrali del Negro affiora un sottofondo politico-sociale, guidato da una tendenza moralizzatrice, ed oltre il linguaggio, talora popolare nella sua accezione più realistica, si fa strada anche in lui, come in tanti autori friulani, un vibrante amor di terra. «Il tomât»,, di Otmar Muzzolini (Risultive, '68) è una delle opere presentate a Tarcento, nell'occasione della festa di Chino Ermacora. Scrittore dalla vena facile e dall'ancor più facile penna, il Muzzolini, che ha dato finora ottima prova di sè nella lirica, tipicamente umoristica e satireggiante, propone se stesso in quest'opera attraverso una visuale del tutto inedita ma non meno attraente. La tematica è abbastanza tradizionale, corretta però e reinventata dall'urgenza narrativa dell'autore e dal suo esplosivo quanto congeniale entrare «in medias res»,,, con la presentazione di caratteri già fin dall'inizio tipizzati. Tali caratteri sono tratteggiati in modo incisivo e violento, con decisione spietata e con scarse sfumature di somiglianza fra l'uno e l'altro. Eppure essi sono insieme anche tanto umani e sofferenti, tanto «da nulla», poveruomini. Il terzo premio del concorso bandito dalla Società Filologica Friulana nel '67 toccò ad Aurelio Cantoni, scrittore di Risultive, cimentatosi con successo lui pure da oltre un ventennio nella lirica e nel teatro. Il Cantoni resta ben al di fuori di quella esuberanza suggestiva che sostanzia la cultura letteraria di molti autori friulani del dopoguerra; dentro la tradizione che sente profondamente e alla quale si rivolge con un atteggiamento pressochè religioso, quasi oggetto di culto reverenziale e pedana di lancio per tutto il futuro umano, inserisce gli incisi dei suoi pensieri, sostanziati di tristezza e di speranza. «Il soreli»,, (Face, '65) è un atto unico di Cantoni, portato in scena nel '67 a Buja e a Cividale dalla Compagnia del Teatro Sperimentale. E' un dramma di successo rappresentativo, nonostante il sostrato filosofico-morale che ne esclude una diretta popolarità. Per chi conosce il Cantoni scrittore di prosa e di poesia, autore sostanzialmente drammatico e culturalmente impegnato, è abbastanza facile comprendere come le sue interiori istanze abbiano necessariamente cercato e trovato un mezzo più diretto per sfociare nel dialogo scenico, un mezzo pressochè a tu per tu con il pubblico interlocutore; ma insieme anche meno facile alla comunicazione, poichè non è certo cosa da nulla volgarizzare i temi di una continua interiore catarsi fino a renderli appetibili ad un eterogeneo pubblico teatrale. Eppure l'esito è stato nettamente positivo, e la centralità del lavoro, tutta intellettualistica e trascendente, risulta tuttavia esposta in modo comprensibile e piano. Umberto Valentinis ha presentato undici liriche inedite al concorso bandito nel '67 dalla Società Filologica Friulana e intitolato a Giuseppe Marchetti. Ha vinto il primo premio, confermando decisamente l'allettante premessa che aveva dato di sè nella silloge poetica apparsa sulla «Cjarande». Il Valentinis rivive temi scontati con una sua geniale originalità, sente tenacemente la pena del quotidiano e ne fa «Leit-motiv»,, ossessivo e scabroso di tutta la sua poesia, impostata su un sottofondo desolatamente scettico. Forse non ha ancora acquisito quella semplicità e chiarezza di base che gli permetterebbero di risolversi più poeticamente e resta tuttora in definitiva in una posizione post-ermetica. Un «poeta novus»,, la cui produzione s'innesta nella tradizione pasoliniana è Edi Bortolussi, vincitore del secondo premio nello stesso concorso, ed autore di un fresco libretto: «Scren» (Risultive, '68), presentato a Tarcento il 25 aprile scorso alla festa in onore di Chino Ermacora. Per quanto in certi momenti appaia semplicista e catalogatore, il Bortolussi rivela tuttavia una ben risolta personalità e, fra le spezzettature espressive e le contraddizioni, momenti di autentica poeticità. Un sintomo di completa realizzazione poetica lo troviamo in una autrice «nuova e antica»,, di Risultive, Paola Baldissera de La Palme che, dopo un silenzio di anni, è sbocciata in questo aggraziatissimo «Viarte»,, (Risultive, '68, pur esso presentato a Tarcento). Un libro dove non conta la cronologia del prima e del dopo, nè si registrano fatti precisi, ma unicamente sensazioni e sentimenti. La raccolta (con la quale per il riaggancio passato-presente mi piace concludere questa breve panoramica dell'attività letteraria friulana contemporanea) comprende alcune liriche giovanili ed altre di recente stesura, ma ciò solo in apparenza, in quanto il filo poetico non s'interrompe nè si spezza la misura di grazia. La Baldissera, in perfetta equazione tra linguaggio e sensibilità, trasfonde nei versi una carica di entusiasmo emotivo, una suggestione di campanile, una incantata interpretazione di ciò che è piccolo, a sfondo gioiosamente naturalistico e panteistico. L'accettazione lieta del quotidiano si esprime in lei attraverso un'agile metrica spezzata, al modo di certe squisite liriche del Carletti, e sempre armoniosissime. E il suo lirico indugio al particolare, così genialmente rivissuto e ricantato, è un po' il motivo inconfondibile dei nostri attuali scrittori più validi, impegnati ad ingentilire e trasfigurare in misura di grazia un linguaggio altrimenti confinato ad un dialettismo ridanciano. NADIA PAULUZZO
L'A. non accenna, in questa rassegna, alla propria produzione poetica friulana, raccolta in «Un fîl di vite» (1959) e «Ciant di vene» (1965): quest'ultimo lavoro le valse il «Premio Marta» 1964, riservato ai poeti delle Venezie, con il seguente giudizio della giuria presieduta da Diego Valeri: «Quest'opera, che s'intitola 'Ciant di vene', è una raccolta di versi in dialetto friulano, che manifestano una squisita sensibilità umana e poetica, risolta in schietta vena elegiaca. L'Autore dimostra un sicuro possesso dei suoi mezzi espressivi nella 'resa' del clima morale friulano, riflesso nel proprio mondo interiore. Nonostante l'affiorare di un sottofondo letterario che non sempre si accorda con la parola dialettale, quest'opera raggiunge un risultato poetico degnissimo di considerazione e di premio»,, (N.d.R.).
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