Friulano e neofriulano tra manipolazione e naturalità
di Domenico Zannier | |
Nel 1996 su una pubblicazione periodica del Comune di Treppo Grande scrivevo sui risvolti pratici e non solo pratici che la legge regionale di tutela del friulano e l’istituzione di una grafia ufficiale targata Ceschia-Lamuela veniva a creare. Non contesto naturalmente alla Regione il diritto di esprimersi come vuole. A dieci anni di distanza il mio pessimismo non utopico, ma concreto è venuto aumentando e trovo che quanto scrissi allora in proposito non causa in me nessun pentimento, anzi rafforza le mie obbiezioni all’operato regionale e direi anche provinciale quanto alla grafia. Procediamo per gradi. La legge di tutela si rivela per quello che è: antidemocratica e collettivistica, prossima al socialismo reale più che a una cultura di libertà. Purtroppo per i Friulani, privi di capacità giuridica o fanatici del nome Friuli, tutto quello che passa sotto questo nome viene accettato come oro colato, senza nessun approccio critico e razionale. Ma spesso sotto i nomi più sacrosanti si contrabbandano realtà che sacrosante non sono. L’esempio di quello che si è fatto passare sotto il nome di Patria o di giustizia sociale dovrebbe insegnare. Ribadisco che di buono in quella legge c’è solo il conclamato principio di tutela. L’Istituzione dell’Osservatorio regionale sulla lingua e la cultura O.L.F.-A.R.L.E.F. è l’ennesimo e inutile carrozzone politico, l’ERMI, l’ESA, l’ERSA della cultura. E’ la burocratizzazione della friulanità linguistica. Nemmeno la lingua italiana ha conosciuto cose del genere. Non compete alla Regione programmare e pianificare la cultura in piani triennali di sviluppo di stampo sovietico, quanto di fornire aiuto e collaborazione alle libere istituzioni culturali di cui il popolo friulano si è dotato per la salvezza della sua lingua e della sua cultura. Osservavo nel 1996 che la Regione può e deve autorizzare l’impiego della lingua ladina-friulana e delle altre lingue presenti in Regione nelle sue relazioni e comunicazioni e attività, ma che per questo non era necessario un Ente accessorio. La Regione è tenuta a promuovere e usare la lingua dei suoi amministrati, dei suoi cittadini e ha il potere di legiferare in campo scolastico al riguardo. Alla formazione delle leggi devono però presiedere senso democratico, capacità giuridica e razionalità. E questo mi sembra che non sia avvenuto. Notavo come la stessa Università di Udine, per la cui fondazione mi sono a suo tempo battuto, è fatta per studiare la realtà friulana di lingua e di cultura, non per pianificarla secondo la volontà di alcuni pochi. La legge di tutela esclude o non contempla il cittadino portatore della lingua nella sua individualità. Si parla sempre di lingua e di popolo, non si parla mai di individuo. Sfugge solo il caso della ‘produzione di singole persone’. L’autore persona è soppresso. Non può rivolgersi come cittadino in proprio alla Regione per chiedere un contributo finalizzato alla pubblicazione delle sue opere. Se lo vuole fare l’unica strada è far pervenire le sue richieste da una Associazione o da un Comune. E’ il collettivo che deve farlo. E questa sarebbe una legge di civiltà e di cultura? Ma poi c’è dell’altro. La grafia ufficiale viene imposta prendendo la gente per fame. Se si scrive in una grafia diversa da quella ufficializzata dalla Regione e dal suo ‘Osservatorio’ si viene esclusi da qualunque contributo. Con quale diritto? Con quale legalità costituzionale? Ma non solo. Si impone ai Comuni di non aiutare né in maniera diretta né in maniera indiretta coloro che non si sottomettono. Non conta l’arte. Non conta la poesia. Non conta il messaggio culturale. Il solo valido criterio è la grafia. Per fortuna che qualche autorità di buon senso si è dimostrata finora meno radicale e assolutista, ma in generale la coartazione funziona. E’ chiaro che un autore di lingua friulana non ha lettori come uno di lingua italiana e scrive più per amore che non per un lucro illusorio. Se si pensa che la grafia resa ufficiale è in gran parte quella del Prof. Xavier Lamuela di Barcellona, propiziato dal Prof. Ceschia, attore tra le quinte e fuori dalle quinte, salutiamo la nostra ultima e umiliante colonizzazione, quella della ‘marilenghe’ da parte dei non friulani e dei loro cavalli di Troia. Non credo di aver tradito Giuseppe Marchetti, se ho introdotto nella sua grafia i segni diacritici da lui ipotizzati e consoni alla lingua che scrivo e parlo come la gente del cuore del Friuli. Sono segni sufficientemente univoci e non suscettibili alle più svariate interpretazioni di pronuncia e lettura. Si è detto che erano segni slavi o sloveni. Sono segni applicati alle lingue slave mitteleuropee che adoperano l’alfabeto pur sempre latino e non cirillico e alle lingue Baltiche: lettone e lituano. Nascono ai tempi dell’umanesimo e diventano internazionali a partire dall’Ottocento per la stesura degli Atlanti linguistici, compreso quello italiano avviato da Ugo Pellis, fondatore tra l’altro della Società Filologica Friulana. La differenza della grafia di Marchetti è invece forte con quella di Giorgio Faggin, che si rifà in parte a quella delle Pagine Friulane dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento. Anche Faggin impiega i segni diacritici o ‘pipe’. Si è parlato di matematicità e di scientificità della grafia regionale istituzionalizzata, ma essa non è altro che una forma compromissoria e approssimativa come tutte le grafie che risultano da volontà politica e per la comune necessità di mediazione. I conti con la tradizione e con la storia fanno il resto. Come matematicità ci si presenta il nesso cj in fondo di parola con i forzati e illogici ducj, artiscj, autiscj di marca slovena e croata. Marchetti aveva introdotto la J per rendere la prepalatale di parole come cjan, cjalâ, gjat, (Gjermanie ispirato dallo jota greco modificante e dallo sloveno J che palatizzava la L e la N come in Nedelja (nedeglia) e dihanje (dihagne). L’autore dei Lineamenti Grammaticali non adottava però soluzioni del tipo učitelj o Kranj (ucitegl o cragn) estranee al senso della nostra lingua. Era la misura realistica di un dotto friulano e il suo buon senso pratico, tendente a coniugare entro limiti accettabili fonologia e morfologia. Ridicolo e assurdo è mettere la J consonantica solo in inizio di parola ed eliminarla in corpo di parola. Si deve scrivere just, ma paiâ e non pajâ. Questo assurdo è stato applicato persino ai nomi di paesi di tradizione plurisecolare come Buja e Majano che vengono ora per imposizione regionale scritti in friulano Buie e Maian invece del tradizionale e storico modo di Buje e Majan. Mi risulta che la comunità di Buja ha chiesto il, rispetto e il mantenimento della sua avita tradizione. Ma non voglio andare avanti ad esemplificare le numerose contraddizioni: vocali pronominali non distinte da congiunzioni e preposizioni pure in vocali analoghe. Solo il Prof. Manlio Michelutti ha avuto il coraggio di opporsi alle infelici e peregrine oratsion, manifestatsion, atsion e di far ripristinare orazion, manifestazion, azion. Erano forme lamueliane, usate anche per il sardo, uscite dal cestello della provincia di Udine. Un’altra perla è l’abolizione della Q che rende la U semivocalica. ‘Qui’ non è la stessa cosa di ‘cui’ e la regola italiana che conservava l’etimologia latina e indoeuropea del gruppo qu poteva essere benissimo conservata. Perché l’alfabeto friulano non fosse privo della Q si è convenuto di lasciare un relitto di essa in Aquilee, omaggio all’antichità. Questa sarebbe la logica salomonica. Passiamo ora al neofriulano, frutto di ‘esperti’, di puristi, di ristrutturatori, di filocatalani, filofrancesi e filo inglesi. Tra di essi ci sono anche degli amici dei quali salvo le intenzioni e l’amore per la lingua e la cultura friulana, ma non la possessiva manipolazione delle medesime. Da notare, su modello catalano, la progettata ‘purificazione’ (o epurazione?) della letterature friulana del Passato, una vera falsificazione storica. Le realtà storicizzate non possono venire cancellate o considerate non avvenute. Troviamo l’ibrido ‘d’acuardi’ per d’accordo (dacordo), populâr, per popolâr, fsichementri per fisicamentri, malementri per malamentri, Nederlandie per Olande, le infinite agglutinazioni verbali in ‘indi’, tipico il caso di grivorian per gregorian reinventato sulla base di grivôr. Nessun Grivôr friulano ha introdotto tale canto. Esso deriva il nome da Gregorius (Gregori), portato da un Papa, cui si attribuisce la promozione e la regolamentazione dei canti della Chiesa romana nel VI-VII secolo. Il vocabolo ‘grivorian’ è stato immesso per la prima volta nel vocabolario frulano di G. Faggin (Del Bianco Editore 1985) e quindi mutuato da altri dizionari. Con l’invenzione di grivorian il friulano si trova isolato dalla serie dei termini aggettivali della comunicazione culturale neolatina ed europea. Abbiamo infatti: italiano, gregorianospagnolo, gregoriano, portoghese, gregoriano, francese, grégorien, inglese, gregorian, tedesco, gregorianisch, sloveno gregorijanski. E’ solo il vocabolo tradizionale e storico ‘gregorian’, usato da secoli nelle tre Diocesi di Concordia-Pordenone, di Udine e di Gorizia che permette alla lingua friulana di rimanere nel concerto comunicativo delle comuni radici della cultura europea. Nell’attualità globale esiste il problema della frazionata latinità mondiale che dovrebbe procedere con maggiore convergenza nell’acquisizione delle nuove terminologie sulle realtà emergenti e attingere alle sorgenti per i recuperi storici. Questa reinvenzione di vocaboli è la spia di un populismo artificiale e idiotico e di un etimologismo astorico. Gli ipercorrettismi sono di moda come i finti arcaismi. La regola del ca trasformato in cja deve investire tutte le radici di base latina in ca. E così si nega la duplice linea di sviluppo che pure esiste. Da calare latino sono derivati sia calâ (calare) sia cjalâ (guardare) e nel caso di incarnarsi, incarnazione va lasciata la distinzione del termine teologico ‘incarnâsi’ con incarnazion (Misteri da l’Incarnazion) da incjarnâsi di senso fisico come in ‘ongule incjarnade’. I nomi dotti che sono tornati ad arricchire il lessico immiserito dei dialetti romanzi in tutto il mondo neolatino e non solo in esso hanno mantenuto fedeltà alla loro origine. In friulano moderno non si può! Non contenti di aver trovato il linguaggio gli studiosi hanno voluto riformarlo secondo i propri criteri. La o finale è stata messa al bando. Solo i. Le doppie sono proibite e ‘rosse’ va scritto come ‘rose’, ‘fasse’ come ‘fase’, dimenticando che la doppia s in friulano rende la aspra e la singola s generalmente la dolce. E avanti di questo passo. Invito tutti a meditare sugli opuscoli O. L. F. e su quanto si scrive oggi in friulano: idiotismi, pseudonormalizzazioni, scopiazzature da inglese francese e spagnolo, solo però per allontanare lo spettro di una vicinanza all’italiano, (ma grafia e storia restano) esiti, arbitrari. Si è in tal modo diffuso ‘european’ al posto di europeo/europèu a imitazione dell’inglese european e del francese europèen e altri consimili. Gli artisti della parola sono liberi di forgiare nuove parole ed espressioni, ma a differenza dei grammatici o dei politici essi non impongono agli altri quanto la loro genialità inventa. Essi propongono prima a se stessi e poi agli altri e la loro comunicazione non è ufficiale e neppure quella di tutti i giorni. Per questo è riconosciuta loro una maggiore libertà. Le mie osservazioni valgono per il friulano generalmente usato e comunicato, aderente al popolo dei parlanti quotidiani. Un altro esempio distorto, trovato su manifesti regionali è quello della ‘data’. In friulano si è sempre detto e scritto ‘date’ (anche l’inglese ha ‘date’) e non ‘dade’, come il neofriulano ufficiale recita oggi. Dade vuol dire data come participio del verbo dare o nell’epressione ‘a une dade’ a un tratto e in ‘a dadis’ alle volte. La ‘dade’ per data temporale è filologismo errato e di accatto, frutto di friulanisti dilettanti e superficiali, ma ben retribuiti e politicamente corretti. Quanto conoscano la nostra letteratura e la storia della lingua lo dimostra il caso di archibugi tratto dall’italiano archibugio quando abbiamo in friulano il collorediano arcabûs. E i neologismi vanno creati con accuratezza secondo il genio della lingua. Non procedo oltre perché non finirei più a citare storture e brutture. Accenno soltanto alla lingua che impiego nelle mie opere o produzione, per dirla nella moda economico-materialista di attualità. E’ una lingua che nella prosa può identificarsi sufficientemente con la Koinè e che nella poesia se ne distacca per l’esito dei nomi femminili di prima classe al plurale. Evita la caduta della vocale finale nei nomi maschili di prima classe. Dico quindi: poete e profete come Colloredo, Zorutti e tutti i non neofriulani, che sempre per imitare linguaggi stranieri ‘occidentali’ dicono poet e profet. L’unica eccezione era planet (pianeta) per non far confusione con planete (pianeta in quanto paramento liturgico). I neogrammatologi hanno escluso gli aggettivi relativi e pronomi come quâl e io, sia pure raramente l’ho impiegato. Hanno escluso i participi presenti e io li impiego. Di mio ho aggiunto i latinismi con aggettivi gerundivi in àndul/àndule come in educandul/e (da educarsi, educando/a) e il comparativo sintetico di maggioranza in iôr come lusinziôr (lucenziore/più lucente) ma questi latinismi esclusivamente poetici non ci sono nei grandi poemi della prima quadrilogia ma solo a partire da ‘Crist Padan’, nel quale poema ne è contenuta la maggior parte. Però sono rari e quali sassi gettati nello stagno, quali proposte che possono essere o no raccolte, ma che testimoniano il mio attaccamento alla matrice latina, alla lingua che ha generato nel tempo e nella storia il ladino friulano. Quando scrivo per servizio del popolo sono popolare anche nel linguaggio. Quando compongo opere di poesia epico-narrativa o mistica il discorso si fa elevato, a volte classico e aulico, e guardo oltre il Friuli, al mondo e all’intera umanità. Sono consapevole di forgiarmi una lingua adatta allo scopo, ma pur sempre friulana, sempre innestata nelle radici aquileiesi e concordiesi, zugliesi e cividalesi, nella latinità che continua a vivere e a sopravvivere da oltre due millenni fra le Alpi Carniche e Giulie e l’Adriatico. N. B. La grafia di Marchetti rimediava a una grafia italianizzante per disposizione ministeriale, che non registrava le peculiarità di pronuncia proprie del friulano quali le prepalatali o postpalatali ma estendeva eccessivamente l’uso della Z (zetacismo). La grafia ufficializzata rende monco il sistema delle velari e delle palatali. Non esiste la G palatale, sostituita sempre dalla Z. Si scrive infatti scuvierzi, rezi, zimul, zemi, invece dell’autentica pronuncia non venetizzata cuviergi, regi, gìmul, gemi (cfr.Latino regere, geminus, gemere). La ç rimane di interpretazione non univoca. Per la s palatale non contemplata, Ceschia postula il gruppo anglosassone inglese SH non pertinente alle grafie latine. Non intendo polemizzare quanto rilevare. Ho visto troppi voltafaccia e mi sono trovato a spalle scoperte. Ringrazio gli amici che sono venuti incontro alla pubblicazione delle mie opere. Essi hanno reso possibile la libera diffusione di un messaggio di umanità e di pace, di valori cristiani e civili, di poesia e d’arte, che rischiava per volere politico e consortile di rimanere sepolto o di andare distrutto. Spero che ci sarà qualcuno che lo ricorderà. |