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Un nuovo vocabolario

di S.R.

 

Nel prendere in mano questo nuovo vocabolario bilingue del fecondissimo Gianni Nazzi – 1800 pagine in veste tipografica nitida ed elegante, coperta da un’attraente custodia gialla, fasciata di azzurro – si resta sorpresi dalla rapidità con cui l’autore è riuscito a concludere questo ponderoso lavoro.

Certo Nazzi, attento e laborioso cultore della lingua friulana non ha timore di confrontarsi con il Centri Friûl Lenghe 2000, patrocinato da Università di Udine, Consorzio universitario di Udine, Società filologica friulana e da altri, che sta preparando da gran tempo, con notevole impegno anche economico, un grande Dizionario friulano bilingue - cfr. “InformeOLF” pag. 3 (2.2003) - e, quale che sia il momento in cui esso sarà ultimato, nonché la sua mole, il suo valore, ecc. l’apparizione del vocabolario di Nazzi dovrebbe (anche se egli non è che una free lance, puntuta talvolta, ma tutto sommato, uno spirito portato a “far parte per se stesso”) suscitare accese reazioni, costituire un fatto eclatante.

In attesa di aggiungere poi qualche nota precisa sull’insieme e su qualche dettaglio dell’opera, ci sentiamo subito di dire che essa, pur rimanendo legata a certe vecchie concezioni lessicografiche dei lavori sul friulano, segna, non fosse altro che per la sua compattezza e maneggevolezza, per la sua nitida veste e per il buon equilibrio (finalmente!) tra prima e seconda parte, un notevole passo in avanti. Probabilmente non troverà grande accoglienza presso i “dotti”, presso certe vestali del friulano tradizionale, ma offrirà uno strumento importante a quanti, senza troppe conoscenze “erudite”, refrattari a certe questioni sottili, vorranno sapere “come si dice”, “come si chiama”, “cosa vuol dire”, ecc. in friulano questo e quello…

Servirà nelle scuole non tanto per scrivere (a che servirà scrivere in friulano?; tra l’altro la grafia del Faggin, qui adottata, può essere facilmente e, per certi aspetti, utilmente impiegata per comprendere meglio certi tratti fonetici anche delle varietà friulane: si pensi alla presenza tanto utile di c, g, s con la pipa, per esempio) ma soprattutto per arricchire il vocabolario dei singoli e il repertorio dei gruppi, per sorreggere la ricchezza espressiva dell’orale, ossia della strumentalità comunicativa che ha modellato nel profondo la lingua e che ancora ne costituisce la modalità di impiego essenziale. Servirà ai forestieri, non meno che agli autoctoni, al vasto pubblico cui Gianni Nazzi ha già, in più occasioni rivolto raccolte importanti in varie lingue.

Resta da dire qualcosa su qualche punto di valutazione e/o di riserva da cui non può esentarsi ogni esame critico su di un’opera di tanta rilevanza nel campo della lessicografia friulana. Seguiamo da anni i lavori di Nazzi, in questo campo, per non esentarci dal segnalare, malgrado gli indubbi e i notevoli progressi fatti, alcune mende, deficienze, imperfezioni, ecc.

Ricorre anche in questa occasione il difetto, non certo dovuto al solo autore, del farci ritrovare nella sua raccolta – dato il problema della frantumazione diatopica della lingua, il suo stato di Ausbausprache, l’assenza di una estesa koinè del parlato, ecc. – molti accostamenti e mescolamenti, non segnalati come dovuto all’utente, tra diverse varietà, tra voci vecchie, desuete e nuove, tra tratti diastratici, diafasici e diamesici diversi; il “friulano comune” appare, malgrado i numerosi prestiti che continua ad introitare - fino ad assumere una nuova facies strutturale - soprattutto dalla Dachsprache - l’italiano - una lingua “in costruzione” o “in espansione”, che dir si voglia.

Nazzi, more solito, resta preso fra due fuochi: l’amore per gli arcaismi e i tanti regionalismi rientranti con difficoltà entro quella koinè di cui vorrebbe farsi promotore (vedi ad es. avoli, cenglâr, bandere, fastili, pidâl, vergonge, ecc., per i comuni avori(o), cinghiâl, bandiere, fastidi, pedâl, vergogne) e la necessità di provvedere con i neologismi (spesso molto idiolettali alcuni dei suoi) ad arricchire, specie sul versante tecnologico-scientifico, le grandi, caratteristiche carenze della parlata locale: è perciò che vi troviamo cèlule, celulite, celulose (linguaggio scientifico-tecnico), cenacul, cenobite (linguaggio storico-culturale).

Venendo poi a ribadire ancora una volta che qui come nei vari altri vocabolari di Nazzi, manca un minimo di corredo grammaticale (ci potevano essere dei quadri grammaticali allegati) - indispensabile specie per chi non sappia servirsi comunemente della lingua – dobbiamo rimproverarlo per l’eccessiva sobrietà ed oscurità di certe sigle, la parchezza o l’assenza di un contorno esplicativo minimo.

Inoltre la ricca, spesso, per altri versi, pregevole fraseologia che accompagna molti importanti lemmi, non pare obbedisca, neanche stavolta, ad alcun criterio “distributivo”, ad alcuna maieutica orientativa, ma tutto resta presentato pêle-mêle senza una chiara ratio. Vari neologismi – come quelli derivati direttamente dal Dizionario del Faggin, per esempio: cap di tren, cap di stazion (ma non c’è in friulano châv, in ogni caso?) – non sono certo accettabili, specie nel parlato. Ci si può invece domandare perché ci siano certe curiose assenze – c’è autodrom, per esempio, ma non c’è autostrade; c’è , ma nulla si dice di , corrente in tanta larga parte del Friuli; c’è grampe, ma non c’è grampâ (c’è pero la forma più rara ingrampâ); c’è amâr ma non la tanto più frequente forma aferetica mâr (indispensabile, tra l’altro, per ben capire marum che segue poco sotto.

Ma non ci dilunghiamo, tanto più che rispetto ai vecchi lavori, ci sono state varie innovazioni positive: per esempio a vicino, presso si fa corrispondere (frequenza!) donğhe e quindi dacîs e daprûv (rari!); la targa delle automobili non è plui solo plache, ma anche targhe; a ossia si fa corrispondere ossei, ma anche venastaj; a partoriente accanto a letoane (raro) si fa figurare parturient (corrente). Nazzi ha capito che un vocabolario deve essere concepito anche in base al pubblico cui ci si vuol rivolgere, ai suoi bisogni “effettivi” e, un po’, alle sue aspettative, che esso deve farsi in un certo senso un prodotto ben preparato per il marketing interessante una determinata massa di utenti.

Concludiamo raccomandando ai tanti friulani che amano conoscere sempre meglio la loro lingua, di usare spesso questo nuovo “Nazzi”, di considerarlo come un lavoro, certo perfettibile, ma molto utile e ricco di straordinarie suggestioni linguistiche e culturali e ancora come un elaborato per l’avvio di discussioni che portino ad approfondirlo e migliorarlo sempre più.