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"Pier Arrigo Barnaba 
Tenente degli Alpini: 
generosità e coraggio di un 
"agente speciale"
in missione dal cielo nella 
Grande Guerra" 

di Sergio Burigotto

 

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Pier Arrigo Barnaba nasce a Buja nel 1891 da famiglia friulana “illustre per nobiltà e per devozione all’Italia”.[1]

Il padre Barnaba Barnaba aveva partecipato al Risorgimento italiano già nel 1848, con la difesa di Venezia e di Osoppo e si era poi arruolato nel 1859 nell’Esercito Piemontese battendosi valorosamente a S. Martino. Poi, nel 1860, con i volontari friulani, agli ordini di Garibaldi, aveva preso parte alle battaglie di Milazzo, Maddaloni e Volturno. L’eroe poeta Giuseppe Cesare Abba ha pagine smaglianti per i componenti questa famiglia che “in eroismo nasce e d’eroismo si nutre”, mentre il Marchese di Colloredo, parlando dei Barnaba, li chiama “i Cairoli del Friuli”.

Da questa nobile famiglia nasce dunque Pier Arrigo.

I suoi studi in Udine lo vedono allievo del collegio Toppo - Wasserman, ove gli viene assegnata per vari anni una borsa di studio in ragione dei risultati ottenuti. La caccia ed altre passioni lo avrebbero più tardi distolto dagli studi: troncato il corso universitario appena intrapreso, “si accontenta” di un diploma di geometra, che per altro era un traguardo di tutto rispetto, anche tenuto conto dei tempi.

La sua vita civile era una continua avventura, costellata di episodi di coraggio e generosità.

Negli incendi che spesso si sviluppavano qui a Buja e in paesi vicini soprattutto nei fienili, Arrigo era sempre il primo ad accorrere. Si vedeva la sua figura giganteggiare sui tetti in fiamme, armato di scure, con cui cercava di abbattere le travi ed isolare il fuoco.

Testimoni narrano che un giorno, lungo la ripida china di S. Stefano, un cavallo imbizzarrito si dava a corsa sfrenata, trascinando una carretta con sopra una donna ed una bambina. I presenti, terrorizzati, assistevano impotenti alla triste scena che certamente avrebbe avuto tragiche conseguenze. Arrigo s’impadronisce di una bicicletta e si lancia giù, a rotta di collo per la discesa. Oltrepassato di qualche decina di metri il cavallo in corsa, getta la bicicletta e si pianta in mezzo alla via ad attendere l’urto della bestia inferocita, dalla quale sarebbe stato sicuramente travolto se la sua forza non fosse stata sufficiente per affrontarla. Ma, giovane e forte, riesce a vincere e a domare il cavallo, benché sbuffante e recalcitrante. E poi via, si dilegua in bicicletta per sottrarsi agli applausi degli accorsi e alle benedizioni della donna!

Un altro episodio gli valse la medaglia d’argento al valor civile: dopo la guerra, nella spaventosa alluvione del 1920, a Majano, con gravissimo pericolo della propria vita, trascinandosi appresso con sforzi sovrumani una zattera alla deriva, portava infatti in salvo un’intera famiglia di cinque persone che sarebbe altrimenti perita nei flutti del fiume.

Questo era il personaggio Pier Arrigo Barnaba nella vita civile.

Nel gennaio 1916 lo troviamo invece protagonista di atti altrettanto valorosi nella vita militare. Sottotenente dell’8°Alpini nel battaglione Val Fella, sul Monte Rombon, quindi in Val Raccolana e in Val Dogna, si distingueva infatti per ardimento in numerose azioni di pattuglia e in colpi di mano contro gli apprestamenti difensivi del nemico. In uno di questi, per essere riuscito a distruggere una teleferica, meritava la medaglia di bronzo.

Nei tristi giorni della ritirata di Caporetto viene designato col suo plo­tone e due mitragliatrici a proteggere il ripiegamento del battaglione. In un’azione di fuoco viene ferito al viso ed alle braccia; una scheggia gli fracassa la mano destra, ma il giovane ufficiale non abbandona il suo posto fino all’ordine di ri­piegamento. Ancora una medaglia di bronzo premia il suo eroismo.

Lunghi mesi di ospedale, una convalescenza altrettanto lunga, poi la sentenza: inabile alle fatiche di guerra. Il tenente Barnaba, col suo carattere, non può accettare una simile decisione. Venuto a conoscenza che al Comando Supremo occorrevano informazioni sulla dislocazione e sui movimenti delle forze nemiche nei territori invasi, sulle loro opere difensive, sullo stato d’animo e sulle condizioni di vita dei connazionali rimasti nelle terre occupate, e ben consapevole del fatto che solo ufficiali pratici della zona, di indubbia fede e di alto valore e serietà potevano essere impegnati in operazioni tanto pericolose e difficili, il Barnaba si presentava volontario ed accettava le missioni del Comando senz’ombra di dubbio e di paura.

Si rende disponibile a farsi paracadutare in Friuli per effettuare gli atti di sabotaggio in vista della controffensiva che avrebbe portato alla vittoria finale e gli viene assegnata la zona d’azione corrispondente al territorio di Buja e zone contermini. Le informazioni raccolte dovranno venir trasmesse al Comando dell’Ottava Armata a mezzo di colombi viaggiatori.

Hanno così inizio i preparativi: frequenza di un corso a carattere informativo e preparazione dell’aereo da impiegare nella missione.

Il tenente Barnaba prende così dimestichezza con l’organico dell’esercito nemico e impara a distinguere i reparti, i gradi, le sigle, i segni convenzionali, ol­tre che a maneggiare le bombe Radi, precisi ed efficacissimi ordigni ad orologeria. Un breve addestramento presso la colombaia dell’ottava armata lo abilita infine a compilare i “colombigrammi” e a ben impiegare questo preziosissimo mezzo di comunicazione. Nello stesso tempo prende avvio la preparazione dell’aereo per l’esecuzione della missione: un’avventura nell’avventura.

Il paracadute e lo spazio del candidato-paracadutista devono essere infatti adeguatamente sistemati facendo andare d’accordo i limiti di spazio propri dell’aereo, la funzionalità del marchingegno e, naturalmente, l’efficacia del risultato. Il paracadute, contenuto in un involucro di alluminio del diametro di circa cinquanta centimetri, viene fissato ad un gancio applicato sotto la carlinga del­l’aeroplano e collegato con la persona destinata ad essere lanciata; lo spazio per il paracadutista viene ottenuto nella coda della carlinga, asportando una parte del fondo della carlinga stessa. il vano così ottenuto viene dunque chiuso soltanto parzialmente, in basso, da una tavoletta - sedile, incernierata da una parte all’intelaiatura e dall’altra fissata con due spinotti, dai quali parte una fune che fa capo all’ufficiale osservatore. Questi, tirando le funi e sfìlando gli spinotti, può provocare la caduta della tavoletta - sedile e, come in un trabocchetto, la caduta nel vuoto del paracadutista. Con la soluzione adottata, il paracadutista viene perciò a trovarsi con le gambe penzolanti nel vuoto e la schiena rivolta ai motori e all’equipaggio: una volta decollato, non è più in grado di comunicare con l’osservatore nè di proteggersi gli arti inferiori dal basso.

Per arrivare in zona, il tenente Barnaba suggerisce una rotta semplice: partendo dal campo di aviazione di Marcon, superare il Piave, raggiungere il Tagliamento, superare il Monte di Ragogna e dirigere per pochi chilometri verso levante.

Alle tre del mattino di uno dei primi giorni di ottobre il tenente Barnaba si avvia verso il suo destino.

Dopo il monte di Ragogna, il pilota si dirige in volo plané e a motori spenti verso la pianura di Tomba di Buja. A circa 700 metri di quota, l’osservatore dà lo strappo per azionare la botola, ma le leve scricchiolano, non vogliono ubbidire. Uno strappo ancora più forte, più deciso e la botola si apre lanciando Barnaba nell’aria!

L’impatto con il terreno, in un campo di granoturco, avviene con la schiena. Avendo battuto la nuca Pier Arrigo rimane un po’ intontito a terra. Il freddo della notte gli dà però la sferzata necessaria a riprendersi ed il coraggioso alpino paracadutista è ben presto in grado di raccogliere il suo equipaggiamento e di allontanarsi dalla zona di atterraggio. Con la perdita di una sola gabbietta di piccioni viaggiatori, Barnaba comincia la rischiosa ma esaltante missione che ha lo scopo di procurare ai comandi militari preziose informazioni.

è l’aurora. Rivestito della sua divisa di tenente degli Alpini deve trovare un rifugio sicuro prima di imbattersi in qualche soldato nemico.

Attraversa campi e siepi, guada innumerevoli corsi d’acqua e giunge finalmente in vista di una casa amica. Il padrone di casa, Paolo Vattolo “mestri Pauli dal Batafiêr” lo fa entrare nell’officina adiacente la casa, dove Barnaba trova finalmente riposo. Intanto mestri Pauli, con la gerla in spalla, va a recuperare colombi e paraca­dute che poi nasconde sotto uno strato di fogliame secco.

L’indomani Arrigo parte verso la casa paterna. Cammina di notte e si nasconde di giorno, a causa della divisa di Ufficiale che indossa.

Arrivato a Casasola di Majano una coraggiosa ragazza di 13 anni, venuta a cono­scenza dei fatti, recupera un vestito da cacciatore e glielo porta sfidando la paura della notte ed il pericolo dei militari. Così travestito, il tenente può muoversi a suo agio e mettersi a contatto coi Nuclei Verdi, cioè i prigionieri italiani fuggiti che vivono alla macchia. Sono Geremia Rottaro, Angelo Fabbro, Guglielmo Nicoloso, Giovanni Ursella, i sergenti Molinaro e Calligaro e tanti altri. Può anche spedire il primo colombo viaggiatore.

Riesce poi a collegarsi con l’altro bujese, il Tenente Ferruccio Nicoloso, pure paracadutato fra le linee nemiche, ma lanciato per errore lontano dalla zona prevista.

Rischiando mille volte di essere catturato, si traveste da cacciatore e da contadino, cerca rifugio tra le galline ed i maiali, quindi in una cantina di Dobes, nascosto dalla stessa donna che aveva salvato dal cavallo imbizzarrito a S. Stefano, e riesce sempre a sfuggire alla cattura e alla fucilazione.

La sua missione termina il 4 novembre, quando una pattuglia avanzata di soldati italiani entra a Buja.

La massima ricompensa al valor militare, la medaglia d’oro, avrebbe premiato in seguito il suo coraggio e la sua intelligenza operativa.

Oggi che la vita è spesso messa a rischio senza ideali, a causa di una pasticca da sballo o di un colpo di troppo sull’acceleratore, oppure è svenduta alla ricerca di modelli omologati al solo tornaconto e di progetti senza futuro, storie come quella del Tenente Alpino Pier Arrigo Barnaba possono sembrare incredibili, forzate da improbabili aloni di leggenda. Eppure le medaglie al valore civile e quelle al valor militare documentano di per sé episodi di una cronaca che ambisce a diventare storia: la storia di un Bujese, di un Alpino, di un Uomo che, senza chiedersi dov’era il confine tra coraggio ed incoscienza, ha comunque messo la propria vita a disposizione di ideali senza tempo: la solidarietà verso gli altri, lo spirito di servizio, la Patria.

Sono gli stessi ideali in cui gli Alpini ancora oggi si riconoscono, riconoscendo a lui e a tanti altri generosi il merito di un esempio da guardare con ammirazione e rispetto.

 

NOTE:

[1] Gli eroi: Pier Arrigo Barnaba di Mariano De Fraja Frangipane