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6 maggio 1976 di Eddi Giacomini | ![]() |
Richiamare alla memoria fatti e situazioni vissute all'epoca del terremoto è un riaprire ferite che hanno lasciato un segno indelebile in ciascuno di noi ma che il tempo (vent'anni non sono pochi, anche se quella data non appare poi così lontana) ha via via lenite e rimarginate. Ciascuno ha vissuto quei tragici momenti in maniera del tutto personale, secondo una propria sensibilità collegata ad una particolare situazione tutta sua, individuale ma, nel contempo, collegata al mondo circostante, al disastro che veniva avvertito man mano che le ore passavano..... . Per la carica che rivestivo, mi trovavo quella sera ad una riunione dei sindaci della comunità collinare nella sede della DC di Majano. Il locale, un capannone nuovo in cemento armato, che ci ospitava fortunatamente ha retto a quei tremendi, interminabili sussulti, al termine dei quali, rialzatisi dal pavimento dove eravamo tutti quanti finiti distesi, dopo un attimo di smarrimento (personalmente ritenevo si fosse trattato di un attentato), qualcuno gridò che quello era un terremoto. Riuscimmo a fatica, a tentoni, a trovare l'uscita e fummo investiti da una nube di polvere che c'impedì di muoverci (soltanto l'indomani venimmo a sapere che quella nube era stata provocata dal crollo di numerosi edifici a più piani). Ci volle un po' di tempo (mi sembrò un'eternità) prima che la nube diradasse per consentirci di raggiungere le auto parcheggiate lungo la stradina di accesso. II cuore batteva forte forte anche se non ci rendevamo conto di cosa veramente fosse accaduto; l'unico pensiero era di poter salire in macchina e raggiungere al più presto il proprio paese, la propria casa, per vedere, per sentire, per capire cos'era successo, ignari di cosa ci attendeva..... . Infatti, vinto il tremore che aveva per uri po' preso il sopravvento sulle mie facoltà, partii seguendo alcuni colleghi diretti per la stessa strada che trovammo sbarrata dai ruderi di abitazioni crollate, costringendoci a deviare per stradine di campagna che presentarono stesse difficoltà, finchè non giungemmo in località Casasola dove non fu proprio possibile proseguire in alcuna maniera. Non ci fu altra soluzione che tornare indietro e tentare di raggiungere la strada provinciale di Tiveriacco. In ogni punto in cui trovavamo la strada sbarrata dai ruderi c'era qualcuno che ci supplicava di fermarci per prestare soccorso alle persone intrappolate all'interno delle abitazioni. Cinicamente decidemmo di proseguire perchè ci premeva di arrivare a casa, ansiosi di vedere se anche nei nostri paesi, nelle nostre borgate era successo quel finimondo. E così raggiunsi dalla via Osovana la mia terra, senza rendermi conto più di tanto di quello che era avvenuto, perchè il buio non consentiva di vedere alcunchè. Arrivato in piazza Mercato in S. Stefano mi resi conto della tragedia...: i morti li stavano già portando via, alcuni cercavano già di sgombrare in parte la strada ostruita da pietre, travi, calcinacci. Era veramente un disastro! Qualcuno mi si avvicinò per dirmi che non voleva essere nei miei panni. Dopo un momento di smarrimento, a piedi raggiunsi la mia abitazione e con enorme sollievo constatai che tutti erano sani e salvi! Lodai il Signore in cuor mio, anche se sapevo che da quel momento avrei dovuto dedicarmi esclusivamente agli altri, a tutti quelli che erano stati colpiti negli affetti e privati delle proprie case. Non fu facile capire immediatamente l'entità del dramma che si era abbattuto sul nostro paese. E la terra continuava a tremare, a sussultare. Non mi posso dilungare su tutti gli episodi che si susseguirono in quei primi tristissimi momenti: c'era un andirivieni di autoambulanze L'espressione di profondo sconforto nel viso di questa ragazza, fra le macerie del suo borgo. civili e militari, di mezzi dei pompieri, con l'esasperante urlo delle sirene, gente che vagava senza meta. Al solo pensiero di quelle scene allucinanti vengono i brividi, sembra di rimanere bloccati, senza forza, senza speranza. L'indomani mattina, con i colleghi della Giunta comunale ed i capigruppo consiliari iniziavamo, senza sapere da che parte cominciare, la nostra opera di aiuto, di conforto, di presenza, in ciò coadiuvati dal locale comando dei Carabinieri, solo punto di riferimento rimasto, stante anche la possibilità di utilizzare l'unico collegamento telefonico. Una tenda in prossimità della loro caserma costituì la nostra prima nuova sistemazione. Seguirono giorni di inevitabile caos, di disorientamento generale, di sconforto per la nostra impotenza di fronte a tale tragedia. Fortunatamente la presenza di tante caserme in Friuli, oggetto di aspre critiche e polemiche che duravano da anni sulle servitù militari, permise una tempestività nei primi soccorsi e nei primi interventi da parte dei militari dell'Esercito, che tutti i cittadini hanno apprezzato e lodato (pasti caldi, tende, roulottes e sgombero delle macerie). La pubblica amministrazione, sia a livello locale che provinciale, si trovò completamente tagliata fuori e ci volle un po' di tempo perchè si riuscisse a coordinare gli aiuti che via via giungevano da ogni parte dell'Italia e dall'estero, in particolare su iniziativa dei corregionali emigrati nei vari Stati europei. Man mano che i giorni passavano sempre più consistenti si facevano gli aiuti in viveri, tende, indumenti, al punto di dover organizzare, affidandoci al volontariato, veri e propri comitati di borgo e di frazione. Venne costituito, a livello di Comunità Collinare, un centro di coordinamento, con sede a Majano, per organizzare gli interventi da attuare con i fondi che a poco a poco la Prefettura e le amministrazioni, provinciale e regionale, avevano messo a disposizione per fronteggiare la prima emergenza. Intanto si intensificavano gli interventi da parte di privati per allestire tendopoli, installare precarie abitazioni che sostituissero, in parte, le tende, specie per i casi di particolare bisogno e disagio. Gli aiuti in denaro, che giungevano sempre più numerosi da sconosciuti cittadini e da organizzazioni benefiche dell'intera Italia, contribuivano a rincuorare e ad incoraggiare quanti si prodigavano nel prestare aiuto e nel collaborare con l'amministrazione comunale per venire incontro alle enormi esigenze del momento. Mi preme ricordare l'incontro, fra i numerosissimi che si susseguirono senza sosta, avuto con una delegazione di cittadini di Messina, giunti sin quassù per portare sì un significativo aiuto in denaro ma soprattutto per raccomandare, con insistenza, di non accettare le baracche, per non essere poi condannati a rimanervi per sempre, come la loro esperienza insegnava. Conclusa la fase della prima emergenza, si iniziò l'esame della seconda fase, quella della individuazione delle abitazioni riparabili e di quelle da demolire, con puntuali provvedimenti legislativi da parte dello Stato e della Regione. Intanto sia associazioni varie (vedi in primo piano l'Associazione nazionale Alpini con il suo cantiere in Sottocostoia) sia privati cittadini, costituitisi in comitati veri e propri (vedi ad esempio quelli bergamaschi, in particolare per la scuola materna "Nicoloso" di S. Stefano), si prodigavano per provvedere alle riparazioni di quelle abitazioni che non presentavano grossi problemi strutturali. Per non parlare dell'intervento operato dal Giornale di Brescia con la sua tendopoli prima, i prefabbricati poi con la scuola e l'ambulatorio, oltre agli aiuti in viveri, medicinali e denaro. Tutte generosità commoventi. A questo punto le amministrazioni comunali chiedevano alla Regione che venisse finanziato un piano per la costruzione di alloggi (baracche) sostitutivi delle tende per affrontare con minor disagio la stagione autunnale ormai alle porte e quella ben più dura dell'inverno. La Regione rimase inspiegabilmente insensibile a tale richiesta. Noi sindaci della zona disastrata allora concordammo di agire con una azione di forza, minacciando di dare in blocco le dimissioni dalla carica. Non fu necessario, perchè ci pensò nuovamente il terremoto, che 1'11 settembre riprese con vigore la sua attività distruttiva dando il colpo di grazia a questi nostri paesi, devastandoli, cancellando tutto il lavoro sin qui fatto con tanto amore e dedizione da parte dei volontari giunti da ogni dove, vanificando tutti gli sforzi, le pene, i sacrifici finora sopportati con dignità e coraggio. Rimasero sconforto e desolazione. Parve proprio la fine. L'esodo della popolazione a Lignano e la riattivazione dei posti di lavoro consentirono di riprendere una diversa forma di ricostruzione, con una seconda emergenza che vide la sistemazione della gente nei prefabbricati e successivamente la realizzazione della ricostruzione vera e propria, dov'era e com'era. Protagonista di questa nuova fase fu Gino Molinaro che mi sostituì alla guida dell'amministrazione, prodigandosi con competenza, capacità, professionalità e conseguendo i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, grazie ovviamente ai massicci interventi finanziari da parte dello Stato e alla solidarietà nazionale e internazionale. |