1941 Settembre |
I doveri dei genitori per l’educazione (5) di Giovanni Chitussi |
Abbiamo visto che l'educazione dei figli deve essere religiosa e che nessuna altra cosa la può sostituire. Orbene a chi spettano il dovere e le responsabilità dell'occasione del fanciullo? - Spettano in primo luogo, per dovere di natura, ai genitori, i quali, dopo aver con Dio dato loro la vita, debbono necessariamente indirizzare e formare questa vita per il fine stesso per cui Dio ha voluto che fosse loro data. La stessa ragione naturale li insegna, il Papa lo ha confermato in una sua Enciclica: «Noi asseriamo che il dovere dell'educazione incombe per diritto naturale ai genitori, per diritto divino alla Chiesa e, come necessario adiutore ed integratore per realizzazione d'ambo i diritti, allo Stato. Il primo e fondamentale diritto e dovere dell'educazione, secondo natura, spetta ai genitori, diritto inalienabile perchè inseparabilmente congiunto con lo stretto obbligo, diritto anteriore a qualsiasi diritto della società civile e dello Stato, e quindi inviolabile da parte di ogni potestà terrena». Il Card. Minoretti in una sua Pastorale scrive: «Chiunque ha un'idea esatta della famiglia, non paragonabile alla riproduzione degli esseri inferiori, non avrà difficoltà ad accettare la dottrina esposta. È solo la concezione materialistica che, rinnegando la superiorità dell'uomo, si ferma alla parte inferiore e non vede in lui che un animale evoluto. La famiglia deve dare l'uomo, e l'uomo oltre la vita materiale e ciò che la sostenta e sviluppa abbisogna della vita dello spirito. Questa è data dall'educazione. Il padre e la madre sono i naturali maestri, e prima che piacesse al Signore stabilire una religione positiva con un sacerdozio distinto, il padre era il naturale sacerdote della famiglia, incaricato della preghiera familiare, del culto che la famiglia collettivamente tributava a Dio. Ciò che natura suggerisce, l'amore assicura, e l'amore dei genitori ai figli vuole in essi riprodotta non solo la propria fisionomia materiale, ma più la fisionomia morale. I genitori che si disinteressano dell'educazione dei figli sono una mostruosità di natura, e natura offesa si vendica preparando ai genitori incuranti un'altra mostruosità, quella dell'ingratitudine dei figli e magari dell'abbandono». Da quanto si è esposto seguono due conseguenze: 1) La prima sulla responsabilità, e ben grave, dei genitori in riguardo all'educazione dei figliuoli, i quali saranno moralmente buoni o cattivi secondo che saranno stati educati, poiché l'educazione forma la loro coscienza e segna il principio e l'indirizzo della vita che terranno. Bisogna che i genitori si convincano di questa severa e salda verità: sono maggiori e più sacri i doveri dei genitori verso i figli che dei figli verso i genitori. I secondi non sono altro che una conseguenza necessaria dei primi, i genitori che hanno condotto saviamente e amorosamente sino alla gioventù valida e sicura di se i propri figli, hanno compiuto l'opera più difficile e più bella che si possa immaginare. Il sottrarvisi costituisce un triplice delitto, religioso, umano e sociale. 2) La seconda conseguenza ci fa vedere l'assurdità della teoria naturalistica di non educare religiosamente il fanciullo, aspettando che egli divenuto maggiorenne decida in proposito. Il fanciullo ha diritto di essere educato e formato religiosamente ha diritto di conoscere, appena ne è capace, i suoi doveri verso Dio, ha diritto di venire formato nell' animo, nella coscienza all'adempimento di questi doveri. Questa teoria è la violazione dei diritti di Dio non meno di quelli del fanciullo, dei diritti e dei doveri dei genitori. Violazione irreparabile perché una volta che l'individuo si è formato lo spirito morale e religioso non lo cambia se non con somma difficoltà e dietro studi seri e lunghi da cui ripugna il suo spirito, di cui non solo non può intravedere l'importanza anzi la necessità, ma che si è abituato a considerare indegni d'un uomo serio e superiore. Aspettare quella tarda decisione è aspettare ad insegnare la religione quando il giovane sarà nemico della religione che frena le sue passioni, a insegnargli la morale quando sarà pervertito e depravato, quando si riderà della religione e della morale. Queste gravissime conseguenze pratiche rendono assurde religione e morale per la mente del fanciullo cresciuto senza religione. Appare inoltre, da queste considerazioni, come l'educazione del bambino non incomincia mai troppo presto, poiché anche quando non ha ancora l'uso di ragione, il suo spirito o la sua intelligenza si va formando, ed egli - sia pure inconsciamente - già segue le direttive o dell'autorità ferma pur nella amorevolezza dei genitori, o quelle delle sue passioni che egli, è vero, non conosce ma che già esperimenta, specialmente quelle del capriccio, della gelosia, della prepotenza, della gola, ecc. Quanta sapienza pratica in queste osservazioni del P. Semeria: «Per cominciare l'opera educativa non è mai troppo presto. Ce ne siamo venuti convincendo anche nel campo pedagogico morale e ci aveva preceduti nell'intuizione di questa legge la pedagogia cristiana. Una volta si cominciava a sei o sette anni, con la scuola elementare, quella parte o forma di educazione ch'è l'istruzione. Adesso si parla di Asilo infantile a tre anni. Ma le buone mamme sanno che istinti buoni e cattivi si sviluppano per buona o per cattiva educazione anche prima che suonati i tre anni l'Asilo accolga il bambino. Bisogna risalire indietro, in su, e non si trova dove fermarsi. Persino l'allattamento può in mano d'una mamma debole avvezzare un bimbo capriccioso, in mano d'una donna forte un bimbo disciplinato. (Continua) |