1941 Ottobre

Doveri dei genitori per l’educazione

di Giovanni Chitussi

 

ALCUNE NORME PRATICHE. L'educazione è anche una scienza importantissima e molto difficile. Riassumo qui i principali e più ordinari principii a cui devono inspirarsi i genitori per una buona educazione.

1)  Innanzi tutto è necessario che i genitori siano ben persuasi e ben intendano la missione  soprannaturale  che essi compiono coll'educare, l'importanza ed efficacia assoluta che l'educazione ha, quando essi la impartono come incaricati di Dio, a cui devono pur chiedere, colla preghiera, luce e grazia.

È noto che come non vi sono due, fisionomie identiche, così non vi sono due caratteri pienamente identici, e che quindi i principi generali e dottrinali dell'educazione non si possono ugualmente applicare a tutti. Come le varie qualità di piante hanno bisogno di una coltivazione particolare, così ogni carattere ha bisogno di una particolare educazione.

Vi sono caratteri deboli e incostanti che hanno bisogno di essere spinti, sostenuti, vi sono caratteri ardenti e focosi che invece hanno bisogno di essere frenati e trattenuti, vi sono caratteri violenti testardi che presi risolutamente di fronte si ostinano come il mulo, essi possono venire, come si dice, spezzati ma non si piegano, si farebbero ammazzare.

Educare è coltivare, e quindi le regole generali vanno applicate con discernimento e adattate ai bisogni di ogni carattere e di ogni individuo. Primo studio dei genitori è di ben conoscere il carattere e il bisogno particolare di ogni loro figliuolo.

2)  Principio generale poi è questo, che l'educazione è fondata sull'autorità, non tirannica o capricciosa, sebbene buona, amorevole e premurosa, ma sempre autorità ferma che dispone, che deve essere rispettata e ubbidita. Questa fermezza non è brutalità e meno ancora irritabilità. Nel rimprovero e nella correzione le nervosità della voce o del gesto dimostra la mancanza di calma e di padronanza di sé, con ciò sparisce ogni superiorità dei genitori. E se rimane loro una superiorità, essa non è più che quella della forza fisica, bruta e materiale, dinnanzi alla quale il fanciullo perde ogni rispetto e confidenza e che subirà unicamente come forza violenta.

La forza senza bontà e soavità è forza brutale, al contrario la soavità, la bontà apparente ma priva di forza, non sostenuta dalla fermezza, è incostanza e debolezza.

L'autorità deve sapersi imporre e ottenere l'ubbidienza ma senza prendere mai l'aspetto di tirannia, però il fanciullo deve comprendere e ben sentire che dinanzi all'ordine non c'è che la via dell'ubbidienza. La madre specialmente si guardi dal mendicare e supplicare l'ubbidienza con moine e con promesse, questo non è comandare, ma far nascere nel fanciullo la persuasione di poter eseguire o rifiutare di fare ciò che la madre vuole. E allora ecco la conseguenza, il fanciullo contratta la sua ubbidienza: «Lo faccio se mi dai quello, se mi prometti quell'altro.

L'accompagnare un ordine con imprecazioni, maledizioni, bestemmie, (fatti che avvengono molto spesso e da parte di molti genitori) vuol dire distruggere dalle fondamenta i principi più elementari dell'educazione e minare dalle basi l'autorità dei genitori. Questo non è educare, ma distruggere. 

3) Una domanda grave si fa spesso sull'educazione: conviene talora cedere o conviene invece imporsi sempre risolutamente e a qualsiasi costo al fanciullo? In linea di principio bisogna imporsi. Il cedere o il condannare un castigo sarebbero altrettante forme di debolezza di cui il fanciullo si accorge e per cui perde il rispetto e la confidenza nell'autorità paterna e che presto saprà sfruttare a suo talento e vantaggio. Un perdono generoso quando il fanciullo riconosce il proprio torto e mostra che l'animo suo è cambiato, diviene segno di grandezza e rassoda il rispetto e la confidenza del fanciullo nei suoi genitori.

Si osservi   inoltre  che vi sono dei caratteri duri che  si farebbero spezzare senza mai piegarsi alla forza violenta, con questi occorre somma prudenza perché la fermezza non venga mai a spingerli  al punto che essi abbiano a ribellarsi. Se si prevede che un ordine non venga eseguito è meglio non darlo. Dato che sia, alle volte conviene dissimulare, ma poi con bontà, bisogna riprendere la questione e insistervi sino a  che il  fanciullo  abbia riconosciuto il torto. L'autorità che sa prudentemente insistere,   deve riprendersi appena il fanciullo rientra, calmo, in se. Ecco alcune  norme pratiche di cui conviene tener gran conto se si vuole dare carattere  di fermezza alla propria autorità:

a) Bisogna saper bene ciò che si vuole, e come ciò che si vuole dev'essere conveniente, ragionevole e proporzionato alle forze del fanciullo.

b) Ciò che si vuole bisogna volere fortemente, risolutamente e immediatamente. Il fanciullo è fatto così che se ha speranza anche solo di spuntarla una volta su dieci contro un ordine, o di sfuggire una volta su dieci alle conseguenze della disobbedienza, egli sarà tratto quasi sempre ad affrontare quest'eventualità.

c) Non si dia mai un ordine che non si è in grado di mantenere, e non abusare di osservazioni che finiscono per stancare e stordire il fanciullo.

d) Bisogna far attenzione a non spingere, come si dice, il fanciullo agli estremi. Allora ci si espone al pericolo che il fanciullo non avendo più nulla a perdere, si ostini e a sua volta spinga i genitori agli estremi. Il che sarebbe per lui una vittoria e per i genitori una diminuzione di autorità.    

e) Non permettete dì discutere gli ordini dati, Bisogna abituare il fanciullo a ubbidire perché è comandato e non perché ne vede e riconosce la ragionevolezza o necessità. 

 

(Continua}