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Interessi sociali
 del "Bide"

di Andreina Nicoloso Ciceri

 

IMMAGINI

 

 

Vincenzo Giordani (1820-1892), del ceppo dei "Miòt" di Ursinins Piccolo, ha continuato a vivere a lungo nella memoria locale sulla scia delle leggende tramandate dalla gente e raccolte nei bellissimi scritti di Pieri Menis e di Maria Forte, che hanno potuto attingere informazioni da fonti orali ormai inesistenti (cfr. Buie pore nuje, n. 1). Il successivo ritrovamento, dovuto ad un caso fortunato, di un grosso fascicolo manoscritto di pugno dallo stesso Giordani, alias mago Bide, rappresenta una specie di spartiacque nella conoscenza di questo personaggio. Il manoscritto, salvato dal signor Silvano Taboga, è un curioso "codice" che complessivamente comprende quasi 400 pagine, non tutte numerate (cm. 18 x 28). In esso il Bide ha profuso le sue memorie ed i suoi pensieri. Esso rappresenta di certo una copia da precedenti brogliacci sparsi ed il nostro vi appone anche una specie di indice; non ha tuttavia un ordine cronologico, ma sembra raccogliere scritti che vanno circa dal 1840 alla morte. Esso ha permesso un tipo nuovo di approccio alla personalità di Vincenzo: un'analisi rigorosa basata esclusivamente sulle testimonianze interne. 

La dottoressa Emanuela Pessina ne ha ricavato una tesi di laurea in psicologia (Buie pore nuje, n. 2) ed io stessa ne ho derivato un consistente contributo, con un titolo ripreso da un segmento del manoscritto: "Un libro chiamato florileggio" (pubblicato a Trento nel 1989 in un volume gratulatorio per il prof. G. Šebesta). Restano tuttavia molti altri lavori da fare per studiare a fondo questo singolare ed inquietante personaggio: ad esempio, per sviscerare il tipo di cultura da lui assorbita ed il modo di piegarla alla sua forma mentis. Egli infatti era un lettore ac­canito, soprattutto di testi di erboristeria, di pseudomedicina, pseudomagia, e simili. 

Molti libri riceveva in prestito dai parroci del luogo (nomina più volte don Bonetti e don Venier), libri che parlavano della scienza di Galieno, Doscoride, Michele Scotto, Girolamo Cardano, e molti altri. Certamente altri libri acquistò anche in proprio, specie quelli riguardanti la magia bianca, i trucchi ed i segreti dell'ipnotismo e dell'illusionismo, come gli scritti del Cavalier Pinetti e di Bartolomeo Bosco. 

Proprio questo suo amore per il libro e per la scrittura (con qualche spruzzo di "latinorum"), in una società ancora semianalfabeta, aveva diffuso la credenza (che riteniamo erronea) che egli avesse frequentato scuele di predi. Invece egli aveva percorso il curriculum più ovvio e comune: quello del lavoro precoce e dell'emigrazione, come fornaciaio e muratore, in Carinzia e nel Cragno, che, se non altro, lo abituarono ad una capacità manuale che egli poi piegò alle sue inclinazioni artistiche, in manufatti come le sue belle Madonne in terracotta ed in legno e, certamente, anche in qualche pittura che non ci è rimasta, ma che gli stessi schizzi, di cui correda il manoscritto, rendono credibile. "La statua è quella che feci di legno imagine della B.V. Maria per esponerla al pubblico..." e (nel sogno) "la vidi su di un pesco, ed io ero abasso, ella mi dava la mano in segno di salutarmi"; ecco che già questo passo del suo scritto ci introduce nella sua mentalità e ci indica i due piani spirituali su cui si muovono la sua mente ed i suoi ricordi: quello della realtà e quello della immaginazione, che in lui non hanno mai un confine netto, ma piuttosto una continua commistione ed interferenza. 

E proprio questo l'aspetto fondamentale della sua personalità, dove la forte carica narcisistica finisce per dare uguale forza di verità sia al visibile che all'invisibile. Egli è ricco di intuizioni ed ha una certa "cultura", ma la sua struttura mentale conserva pieghe proprie del popolare, come il gusto del meraviglioso e la facilità, appunto, a trasferire il reale sul piano della fiaba (e viceversa)

Più evidenti sono questi dati nella parte del manoscritto occupata dalla descrizione dei sogni (circa 150), quasi sempre interpretati a livelli di simbolo, oppure sentiti come premonizione e prefigurazione di futuri accadimenti. 

I sogni rappresentano quindi una specie di mondo alternativo, anche perché, spesso, più che di sogni, si tratta di fantasticherie oniroidi, dove egli può meglio appagare il concetto che ha di sé, come persona che si ritiene dotata di poteri superiori, quasi per una sorta di investitura sacra. Via via se ne è autoconvinto, lungo la sua stessa esperienza di guaritore, che faceva accorrere presso di lui gente da una vasta area. 

Del manoscritto una grossa porzione è infatti dedicata alle sue "teorie" mediche, specialmente attinenti alla complessione umana ed ai sintomi tratti dallo studio delle urine. Stende inoltre lunghi elenchi di malattie e disturbi vari, richiamandosi alle cure usate da don Alessio Piemontese; infatti, questa abitudine a copiare testi altrui era iniziata fin dalla giovinezza e perdurò per tutta la vita: 

"E io Jordani Copiando questa adesso la quarta volta, onde meter tutte le scuole in buona regola, comincio oggi sabato Li 4 Luglio 1856, e ò corretto qualche parola mediante che ò fatti più di dieci mile esperimenti, e questa copia val asai più, della stampa perché io dico puntualmente quel che è scritto, e quel che Dio Onnipotente a voluto darmi le prove di sperimentarlo, è emendarlo...". 

Un'altra sezione descrive ed illustra molti giochi di prestigio, che sicuramente non praticò, ma che, in certo senso, supportarono la sua attività di "curandero". Non mancava del resto di una qual furberia: ce ne accorgiamo almeno da come riesce molte volte a gabbare la forza pubblica, durante le molteplici perquisizioni che subì: "imputato di vendite senza permesso di medicinali, e desercizio abusivo d'arte medica". Una delle fonti del suo guadagno era infatti la preparazione di medicine a base di semplici e sui principi dell'omeopatia; ma faceva anche contrabbando, specie di tabacco. 

E tutto questo teneva ben nascosto, tanto che non gli trovarono neppure "due armucie benche inabili al loro uso per la grandissima rugine". È singolare che egli non attribuisca questo a sua scaltrezza, ma alla protezione superiore e all'intervento di qualche spirito misterioso, come i "poliginetti" (non sempre però gli andò liscia, ché dovette subire anche l'arresto!). Aveva intrapreso questo mestiere di empirico, tutto da inventare, giorno dopo giorno, per poter abbandonare la via dell'emigrazione e "per rendere agiata di vitto e pecunie la famiglia". Si era sposato a 30 anni, forse perché prima le condizioni non glielo permettevano o forse perché amava la libertà, se dobbiamo dare qualche credito a questi suoi versi, che però hanno il sapore ludico ed il tono scherzoso del genere popolare detto della "malmaritata":

Nubile ero libero

Di suonar la mia chitara

 Ovunque andavo libero 

buona vita a tutti cara 

          Facevo cantilene 

          Suonavo il violino 

          Buoni pranzi e cene

          E bevevo birra e vino 

Riposavo di notte e giorno 

mi dilettavo di molti amici 

passegiavo tutto il contorno 

allegro e lontan dai capricci 

           Se comandavo ero servito 

           Se parlavo ero ascoltato  

           Adesso pare chio sia fallito 

           E per servire mezzo stancato 

Nubile ero giovane e libero 

Galgiardo allegro gioviale 

Agiato Giocondo col Zigaro 

plausibile ero sempre in carnevale 

            Mi dilettavo di canti di suoni e spassi 

            Bevendo vini e birra e liquori 

Ora son amolgiato 

con donna savia e pulita 

quasi ogni bene miè mancato 

ogni fortuna miè smarrita 

              Non più un poco di allegrezza 

              Non un minuto di libertà 

              Ogni mia voglia si disprezza 

              di qualunque qualità 

Qualunque cibo imperfetto 

devo prenderlo per buono 

e finger di esser uomo schietto 

per non udire qualche tuono

 

Maria Crapiz, la sua prima moglie, aveva un anno più di lui, ma certamente egli l'amò molto, se così spesso ricompare nei suoi sogni, dopo che gli fu strappata dalla morte, lasciandolo con tre figli piccoli. Fu probabilmente per questi che si risposò quasi immediatamente, forse affidandosi ad un sensale di matrimoni (certo Gabriele), come allora usavano fare i vedovi. 

Egli stesso annota la sua situazione famigliare: 

"Memoria di Batesimi delli eredi Vincenzo qm Vincenzo Jordani nato li 4 decembre 1820. amolgiato li 9 febrajo dì di Santa Apolonia giorno di Sabato la mattina circa le ore 5 - 1850 con Maria di Domenico Crapiz nata li 23 7bre 1819. 

Valentino Vincenzo nato in martedi 14 Batezato li 15 mercoredi, è nato alle ore 4 pomeridiane, dico 14 decembre 1852. 

Maria Augustina nata in venerdi li 13 batezata li 14, cioè nata li 13 alle ore una e mezza dopo mezodi li 14 batezata, nata alle ore 5 pomeridiane 1855 nel mese di aprile. 

Luigi detto Zefferino nato li 26 Agosto 1857 in Martedi alle ore 7 pomeridiane e batezato li 27 alle ore 11 antemeridiane. 

Passò all'Eternità Maria Crapiz li 22 lulgio 1859 in giorno di venerdi, fu seppellita in giorno di Sabato alle ore 6 pomeridiane. 1 a volta vidi Lucia Piccilini in giorno di Mercoredi li 6 7bre 1859. li 13 di 7bre in giorno di Martedi fui a trovarla, li 14 fui dal paroco di Cavazzo, fui pubblicato la Ima volta li 17. la II li 21. la IIIza li 24: di 7bre e sposato li 25 in giorno di Lunedi. 

Questa Sposa detta Lucia nacque li 2 Agosto 1832. Madalena sorella passò all'Eternità li 11 9bre 1869". 

In questo specchietto non sono citati: la madre (di cui rimase orfano da bambino), il padre morto da poco, il fratello Federico che di lui doveva essere invidioso. Se il suo mestiere gli procurò qualche soddisfazione economica, fu però controproducente per la sua collocazione pubblica nella società bujese, nonostante egli fosse molto religioso e nonostante facesse sfoggio di opere, oblazioni, visite a santuari (S. Antonio di Padova, Loreto, Madonna di Grazie e del Monte, e Barbana, con cui ebbe una vicenda molto particolare) e fosse iscritto alle Confraternite della Cintura del SS. Sacramento: 

"Qui voglio far memoria che l'ultimo giorno dell'anno 1863 inalzai due imagini al altare di San Bartolomio e di quel giorno in poi lavorai palme colorij laltare vasi ordinai candelieri ed altre cose [...] ed il mio lavoro fù lodato...". 

Ma il suo personaggio era ingombrante, per vari motivi. Nel marzo 1874, se possiamo credere alle sue parole, "voleva liberare li poveri dalla tassa del fuoco" (probabilmente, la prediale o una tassa di famiglia, non certo il medievale focatico). Non è chiaro, ovviamente, "come" riusciva ad intrigare:

 "Resti qui noto che in questo giorno (10.3.74) fui quasi minacciato, che se farò valere l'esenzione dei poveri potro avere la paga di varie procedure, ecco quindi per far bene per paga saranno i processi? le prigioni? le Calunnie? Nò chi fa ben lo fa per sé E Dio lo fa a tutti". 

Aveva dunque anche velleità sociali o ero solo un visionario? Avrebbe voluto forse farsi capopopolo? Gli accenni sono troppo vaghi ed esigui per affermarlo e solo il ritrovamento, assai improbabile, di altre testimonianze, potrebbe chiarire questo affaire e quello che segue: 

"In agosto (1881) si scoperse le acuse ai preti dai nuovi framassoni". 

Egli voleva farsi paladino: contatta un pre Giovanni Ursella e l'economo pre Nardo:

 "... voleva farle conoscer queste acuse e la oposizione mia"! 

In effetti erano quelli gli anni dei forti attriti tra clericali ed anticlericali. Sorge il sospetto che questi suoi atti pubblici, veri o immaginati, potessero essere una forma di rivalsa per le sue frustrazioni sociali e per i complessi di persecuzione di cui soffriva, come rivela quest'altro passo, dove dichiara le altrui riserve e la sua autodifesa:

 "... tu sei atempato e non dimostri nessuna abilità, se non perditempo, non abile al lavoro, né a lettere, ne a scritti ne a nulla. Io risposi sono sì uomo lento, ma ciò che io faccio fù ed è sempre da tutti lodato, come muratore non temo nessuno, e le mie pitture, e le mie scolture chi le à dispregiate, e li miei consulti? ...". Pertanto "Mi sono risolto di non badare a nesuna vergogna di chi sà quanti che sapranno beffare questa mia opera, e senza timore di perder tempo in vano, volgio a Gloria Magiore della Celeste patria, e a solievo dei soferenti dare tutti quei ajuti e tutte quelle condizioni che per 45 anni di esperimenti o acquistati..."

Certamente era segnato da una "diversità" che lo faceva emergere dalla massa degli uguali che gli brulicava intorno, e che è proprio quanto attira il nostro interesse per lui. Questa diversità non era necessariamente asocialità, eppure, nell'ultima fase della sua vita, oramai sufficientemente appagato, egli sembra dimostrare una particolare ansia di pubblica considerazione e di dare prova della sua volontà di beneficiare gli altri. Forse quanto lo ha più accomunato al destino dei suoi compaesani è stata la prova dell'emigrazione, che egli spesso ricorda nel suo manoscritto: ricorda le dolorose partenze col fagotto sulle spalle; ricorda le malattie sofferte all'estero, come la "variola" (vaiolo) che gli "tenne il sangue e tutta la machina grave inferma febricante", quando era "lavorante in Clanfurt con il Sig. Domenico Venchiarutti". Più misterioso è l'accenno ad altri guai che gli capitarono, come ricorda in questo passo: 

"Se la Gran Madre di Dio, non mi volle annegato a Trieste nel mare, ne martire a Locca...".

 Ad una triste esperienza migratoria allude anche questa composizione in versi (nelle sue tipiche quartine popolareggianti) inviata alla prima moglie, forse nel periodo iniziale del suo matrimonio:

Lettera alla moglie di cattiva fortuna mandata da Vincenzo

Caris. ma molgie che tanto ti amo

anunzio linfelice esser mio 

mi và tutto rovescio al mio bramo 

però mi trovo sano grazia Dio. 

                      E son disfortunato in ogni conto 

                     privo del lavoro che ò giustati 

                     non fossi in sti paesi io mai gionto 

                    a fare questi giorni travalgiati 

Io mi trovo qui mal impiegato 

benche e buon. lavor e buona gente 

la che sempre mai io o dispregiato 

o dovesto andar con cuor dolente

                     Benchè nesun si vuole lamentare 

                     esendo ben sicuro il pagamento 

                     ed un fiorin al giorno i fa notare 

                     dirotti la ragion del mio lamento 

Qui si dee mangiare al'osteria 

si spende per dormire e per mangiare 

e non si puol far altra cogheria 

insomma sol non sò ciò chè da fare 

                    Si mangia esendo festa e sel piove 

                    piutosto più che quando si lavora 

                    il oste fà il conto otto e nove 

                    che se ne manca un manda in malora 

Quatro bori di pan benche sia bruno 

non basta per saziare nianca un gallo 

or chi e quel che stà sempre digiuno 

se non li corpi fatti di metallo 

                    Laltro male e il più che a mè dispiace 

                    di tutto quel che già o racontato 

                    che qui e aria e aqua sì capace 

                    di condurmi a casa amalato 

Laria con fumata si ritrova 

tutti i giorni in fin al'ore dieci 

la par che ci volesse far la prova 

di congelare il sangue e tor li beci 

                     Ecco che succede afare strano 

                     volendo io cercar la mia fortuna 

                     quaranta e tre fiorini o speso invano 

                    senza guadagnare un carantano 

O pure in mente io altro dubbio 

che lo pianetto già m'a dimostrato 

secondo quel che lessi nel mio studio 

dovrò esser mendico ò pur malato 

                    Un segno ò più in me qui si ritrova 

                    di sterile fortuna à me sogetta 

                    dei quali altre volte ebbi la prova 

                    che son pari al canto della civetta 

Finché di mè tal segno non si parte 

mostrandosi benigno in altro segno 

non valmi il saper qualunque arte 

se anco fossi il primo ad ogni impegno 

                    Aprendi sto raconto cara molgie 

                    e di tutto ciò non ti turbare 

                    Esendo Idio quel che dà e toglie 

                    sol per dispor li cuori a ben orare 

Ogni calamità che Dio espone 

lo fà per nostro amore e nostro bene 

facendosi conoscer da patrone 

e per privarci delle eterne pene 

                    Il mondo non è valle di contenti 

                    ma di sospiri e pianti e di fatiche 

                    con molti mali al corpo e a cor pungenti 

                    e al alma le passioni son nemiche 

Ti dirò ancor che tai pensieri 

non mi danno grande turbamento 

avendone provati di più fieri 

che mi fecer star più malcontento 

                    Crediamo nella grande providenza 

                    aciò diriga i nostri afari e passi 

                    pregando per la sua gran clemenza 

                    che non ci abandoni come sassi 

per me di più non penso cara niolgie 

trovandomi in ottima salute 

Se IDio poi, ancora quella tolgie 

farem riasegnazioni assolute 

                    Se tu sei sana Gratie a Dio rendo 

                    E se ti ocorre qualche mio ajuto 

                    fammi saper alla risposta atendo 

                    in breve tempo con un tuo saluto 

Finalmente datti questi avisi 

che tetro stò per te cara consorte 

vedendo i nostri cuori alfin divisi 

che tai pensieri mi guidano a morte 

                    Altro non ti dico in questo foglio 

                    Sol ti saluto in vivo e vero amore 

                    ed eser totum tum io sempre volgio 

                    E tù sta tota mea e Col signore

 

Questa lunga lettera in versi (dove non mostra di sentire il contrasto Provvidenza-pianeti) fa parte di un piccolo nucleo di manoscritti che il signor Taboga mi ha ulteriormente fornito e di cui lo ringrazio. 

Riporteremo ora anche un altro scritto interessante: esso pure si configura come una lettera e si rifà al motivo dell'emigrazione, anche se indirettamente. È indirizzata al "Caro Innocente". È egli persona reale o simbolica? Personalmente amerei che si trattasse di Innocenzo Forte, contemporaneo del Nostro ed emigrante stagionale in Austria, dove fece studiare il proprio figlio Ugo, mio nonno materno. Questa "lettera" è un testo veramente straordinario, e nuovo, rispetto al "ritratto" del Giordani che ci è noto. Sono quattro fogli, fincati dallo stesso Bide, dove su tre colonne per facciata, sono distribuite 42 domande. Pare di poter affermare che questo singolare documento può essere nato sullo stimolo dei tanti questionari che le potenze di occupazione usavano diramare nei territori occupati, per conoscere il quadro socioeconomico della popolazioni soggette: così avevano fatto i Francesi, così fecero anche gli Austriaci (anche se le inchieste statistiche sono ancora più vecchie). Giordani può aver avuto occasione di prendere visione di questi tipi di questionari nell'archivio della parrocchia, visto che non aveva entrature negli Uffici del Comune, dove, per sua affermazione, era inviso. Ma, se anche l'idea di partenza non è sua, sta di fatto che egli ha inteso rovesciare l'operazione, capovolgere cioè gli obiettivi a favore delle genti nostrane e per la conoscenza di aree straniere, dove la nostra emigrazione trovava o poteva trovare sbocco. L'intuizione è abbastanza sorprendente, anche se velleitaria per l'inadeguatezza degli strumenti operativi. Dal suo personale "osservatorio" intellettuale, il Bide dilata la sua curiosità umana, stende una griglia dettagliata, quasi a voler fare una retata di informazioni che avrebbero potuto costituire una vera panoramica socio-antropologica. Alcuni quesiti sono abbastanza conformi all'ottica dei questionari di pubblico uso, ma talune domande (come la n. 4: Se sia proibita la Botanica e il medico senza diplomi) sono particolarmente vicine ai suoi luoghi mentali. Il vocabolario di certo non è quello burocratico, ma risponde al suo piacere per la parola ed egli sembra abbandonarsi ad un gioco verbale, nella sovrabbondanza di termini, con una presenza di venetismi (comuni allora nell'italiano delle nostre popolazioni) e, più ovviamente, di friulanismi (tavele, moschini, farcs, pudiese, grappe, ordegni, caratelli, settine, zupielli, talmine...). Con questo piccolo documento, il mago Bide dimostra grande intelligenza ed aggiunge un aspetto in più al ventaglio dei suoi interessi: quello sociologico.

"Caro Inocente per comissione di alcuni patriotti che vorebbero venire a trovarti e prima vorebbero essere da té bene informati. E per facilitare questo anderai da una persona da bene, è che sia inteligente e tù farai qui il sì, o il nò, e il numero secondo le domande 

1 - Quanto denaro si spende - da Buja fin là 

2 - la lingua Tedesca - Cragnolina - Spagnola - Francese 

3 - Quale Religione - Cattolica - Luterana - Ebrea - protestante 

4 - Quale mestiere - è più paga - o comercio: Muratore - fabro - fornaciajo - Sarte - Calzolajo - pittore - Scultore - Contadino 

5 - Se sia proibito - la Botanica - e il medico - senza diplomi 

6 - La gente se - bestemiano - ladra - invidiosa - barufante - falsa - dispettosa - criticona - Ubriacona 

7 - prezzi dei - giornalieri - muratori - marangoni - fornaciajo - Scultori 

8 - Se la terra è - grassa - magra - argillosa - sabioniva - pietrosa - prativa - Boschiva - paludosa - Sterile ò - fertile 

10 - le case e fabriche - se sono basse - alte di più piani - fabricate di matoni - di sassi - di legni - ò altre cose - Se coperte di paja - di tole - ò di tavele - ò di coppi 

11 - delle Bestie usate - Bovine - Cavalline - Asini - porci - pecore - Galline - Oche - anitre 

12 - delle bestie cattive - Orsi - lupi - serpenti - Ragni - Scorpioni - moschini - Cavalette - Sorci - topinare detti - farcs - pedocchi - piatole - cimici - pudiese - ucelli pericolosi - Cani pericolosi 

13 - Se malatie si - causano per - aria cattiva - o aqua - o animali velenosi - come febre gialla - collera - Tiffo - peste - ò venerio per donaccie 

14 - Se trovisi buoni - ucelli - lepri - e selvatici - per caciatore - Se sia proibita - la caccia - senza licenza 

15 - Se trovisi buoni - pesci - gambari - e altri pesci - se sia proibita - la pesca; 

16 - Se l'Ortolano à - Radichio - Salata - Rosmarino - finochio - presemoli - endivia - bietole - Orar - Uva - pomi diversi 

17 - Se sono grandi - tasse - prediali - dazij - arte comercio - strazza carte - pitocchi - facendieri - e simili persone - dannose 

18 - Militari se sono - tutti - quanto stanno - obligati - di che età entrino - al servizio - se lasciano liberi - li invalidi - se lasciano uno - o più per casa - se sono obligati - per sempre - buoni e cattivi 

19 - Ordegni se trovansi - facili, e buoni - prezzi, come quì - Badilli - Zapponi - manere - falcette - zappe - seghe - verigole - cortelle - temperini - Forbici - Aghi - tanalgie - martelli 

20 - Ordegni di casa - Caldiere - pignatte - Scodelle - chuchiari - pironi - Candelieri - Lucerne 

21 - generi di casa - sale - olio - aceto - petrolio - candele - tabacco - sapone - canella - garofani - pevere - fulminanti - penne da scrivere - inchiostro - carta - Sedie - letti - specchi - petini - cafè - zuccaro 

22 - Ordegni agricoli - se si trovano - Animali da tiro - Carri - Caretto - Arnesi per arar - Grappe - Rastelli - Catene - forche di fieno - forche di letame 

23 - Materie di fabrica - se si trova facile - pietre ò sassi - matoni - Calcina - sabia - travi - tole - chiodi - serature - cancari - bertiole - Saltelli - Vetri per finestre - Vetri per licori - coppi tavele per coperto - quadri per salizo - Lastre per salizo 

24 - Se facile si trovano - mulini - Seghe per far tole - pestelli per orzo - per formento o anco - per pestar tabacco - o per gusciar altre - semenze 

25 - Ordegni di - Cantina se trovasi - Tinazzi - Vascelli - Caratelli - Mastelli - secchi - settine - Barilli 

26 - Vestiti se alla - italiana - ò di pelli - corame - ò di seta - bombace - caneva - lino - stofe - strucchi - panno - mezalana - tela - tutta lana 

27 - Scarpe - Stivali - zoccoli - papuzze - stivelle - zupielli - talmine - zoccole 

28 - capelli di palgia - o di pelo - fino - o grezo - o scuffie - di pelli - o altri generi 

29 - se la gente - e di lusso - vestita, ò ordinaria - ò gregia - mondi - o sporchi 

30 - Se rivender - vino - liquori - cafè - zuccaro - pane - o altri generi fusse - facile a viver 

31 - Se sono dei poveri - dei mendichi - dei debitori - dei amalati - dei litiganti dei processati - dei condanati - delle prigioni - dei medici - dei farmacisti - dei botanici - dei maldicenti - dei avocati - dei tribunali - delle leggi - dei galntuomini - dei gabbatori - dei Religiosi - delle dottrine - prediche - Catechismi - Messe - Benedizioni - Vesperi 

32 - Se sono là, delle - superstizioni - streghe - maghi - incantatori - stregati o spiritati 

33 - Se divertimenti - di musica - di balli - di teatri - di maschere - di comedie - di giochi - di corse 

34 - Se un nostro - giovane potesse - sperare là, di - incontrar matrimonio - con persone - colte - prudenti - economiche - costumate - cattoliche - faticose - con dote - ò senza 

35 - Se qui sono dei - vagabondi - straza giorni - liberali - libertini - pezenti - Acatoni - miserabili 

36 - Nelle chiese - se sono Messe - Vesperi - Benedizioni - prediche - Catechismi - Dottrine - Cantori - Organi - Musicanti - e se cantano in - latino o in loro lingua 

37 - la spesa di un - batesimo - di un Matrimonio - di una sepoltura - di una messa 

38 - Sacerdoti se si - dà loro quartese - la decima - ò soldi - ò li paga lerario - Sacerdoti intendano - per italiano - la confesione 

39 - Se scuole italiane - latine - tedesche - francesi - spagnole - cragnoline 

40 - Vettovalgia se - usano polenta - formagio - pane - risi - fasioli - verze - carne domestica - o di animali - selvatici 

41 - bevande più - usate se è vino - Birra - o altri liquori 

42 - Se per dormire - usano letti - stramazzi - fieno - palgia 

43 - Se per il freddo - anno stufe - abiti buoni - o fuoco 

44 - Se cucinano nel - focolare - nei forni - ò sparerti - in pignatte - o caldiere 

41 - Se usano cucinare - mezo cotto - mezzo crudo 

42 - Al fine se un - ignorante stupido - di poco ingegno e forni - di pretesa falsa - e di poca paga et  - esercizio e male usato - potesse pretender di - viver bene frà - quelli è lo scritto di cui ti servi di - aviso - e giordani Vincenzo - a tè conosciuto - Adio Adio".