AUTOCRAZIA, LIBERTA' E BOLSCEVISMO

Rina di Brazza - Savorgnan- Cergneu

 
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6) La Città incendiata

Così passarono altre cinque giornate, fra i tormenti della fame, della sete e della paura. Una notte, mia figlia porta l'annunzio che tutta intera una strada arde, che i grandi magazzini, Vtoroff sono in fiamme, che l'incendio s'avvicina e che è duopo stare all'erta, poichè anche la nostra casa poteva subire la stessa sorte. Tutti tacquero, colpiti dal terrore ed io mi sentii mancare l’animo; dove andare? dove fuggire e trovare un ricovero? La situazione si delineava tragica, disperata e senza via d'uscita.

Quella notte si ebbe una donna uccisa ed un uomo ferito mortalmente e poi morto. Non si sapeva più che fare e la vista di quelle povere salme metteva orrore e ribrezzo. Fu proposto di portarle nel cortile; ma nessuno voleva metterci mano, sia per la paura delle fucilate, sia pel ribrezzo, che sentivamo di quei cadaveri. Finalmente dopo molte suppliche e minaccie, si trovarono due uomini che s'incaricarono della triste bisogna. Fu un sospiro di sollievo.

Verso le 3 p. m. vennero i Bolsceviki a farci la seconda visita; ma questa volta, per intimarci di sgomberare perchè la casa sarebbe stata incendiata. Il momento tanto temuto era giunto. Che fare? dove andare? dove rifugiarci?... Alle 4 tutti erano pronti; ma dove, ma dove?...

Nella foresta - risposero i Bolsceviki. Il dilemma era terribile. All'aperto la morte era più che certa, con 48 e più gradi di freddo, estenuati dal lungo digiuno e col morale depresso. Bisognava risolversi, sfidare le palle e cercare qualche altra cosa, Se si fosse potuta guadagnare la parte alta della città, forse si sarebbe stati più sicuri: ma c'erano per lo meno tre chilometri da percorrere... e... ci si arriverebbe?... Stanchi, allora, i Bolsceviki, delle nostre troppo, lunghe titubanze, ci cacciano colla forza, mentre un manipolo de' loro compagni stanno cospargendo la casa di petrolio. Terrorizzati, ne usciamo. I proiettili fischiano, le granate scoppiano a varie distanze: ho l'impressione del finimondo. I più giovani si danno ad una pazza corsa; i più attempati cercano di imitarli, ma incespicano nei cadaveri o nelle macerie dei tetti crollati o nei fili aggroviliati del telegrafo, che ingombrano la strada, Io e mia figlia siamo le ultime. Cerco di allungare il passo, ma impossibile: non ne ho la forza e le gambe rifiutano il loro dovere. Supplico mia figlia d'andarsene, di salvarsi, ch'io la raggiungerò; rifiuta, come è naturale, e mi dice molto seria: Avanti, andiamo al Grand Hotel.

Ci arrivammo sane e salve. L'albergo era tutto occupato di rifugiati, non c'era un angolo libero; ma non ne uscimmo più sino all'armistizio. Dalla finestra in lontananza si vedeva bruciare la nostra povera casa e tutte le altre vicine.

Sono dodici anni di lavoro intenso che coteste fiamme divorano - dissemi allora mia figlia, con voce profondamente accorata. - E' troppo, è troppo!

Dio ci lasciò la vita e ci darà forse la forza di ricostruire quello che ora ci tolgono - replicai per confortarla. Ma il cuore mi scoppiava dal dolore vedendo demolita in una sola ora tutto un lungo periodo di una vita di lavoro intenso, di volontà, di fermezza, di sforzi costanti per raggiungere l'ambito scopo di ritornare alla patria in condizioni se non brillanti almeno agiate.

 

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