Questa volta parlo io Capitolo 2 |
2) Luigi Giordani Vi voglio presentare ora il mio secondo proprietario, Luigi Giordani, che ad essere sincero, in circa vent’anni me ne ha fatte vedere di cotte e di crude, tanto da farmi passare alla storia. Luigi era figlio del Mago, era nato il 22 Agosto 1857, di martedì alle ore 7 pomeridiane, come annota suo padre. Quando Luigi aveva circa due anni, la madre Maria Crapiz morì e il Mago, vista la giovane età dei figli, decise di risposarsi subito con Lucia Picillini, una ventisettenne di Cavazzo. Un giorno che mi avevano dimenticato sul davanzale con le finestre aperte, potei ascoltare le chiacchiere dei borghigiani di Ursinins riguardo la morte della prima moglie del Mago, Maria, seguita dal matrimonio con Lucia, avvenuto solo due mesi dopo. «E cor vôs che la femine e sedi colade pes scjales cause i tancj spavents che i veve fats cjapâ.» (corre voce che la donna sia caduta dalle scale a causa dei tanti spaventi che gli aveva fatto prendere) diceva uno, «No, noo, e je colade parcè che no j plasevin i foncs!…» (No, noo è caduta perchè non le piacevano i funghi!...), commentava una seconda linguaccia. Ma torniamo a Luigi che a 24 anni, il 22 giugno 1881, sposò Vincenza Aita (Piç 1859-1937) di Ursinins Piccolo. Negli anni che vanno dal 1882 al 1898 la coppia ebbe ben 13 figli. Gli unici che sopravvissero furono: Lucia Antonia (Ninute di Vissense 1884-1971), Giuseppe (Zef di Vissense 1889-1979) e Francesco (Checo di Vissense 1893-1957), i restanti rimasero vittime della spaventosa mortalità infantile di quei tempi. (12) Erano anni di miseria quelli, Venier scriveva: «Sono circa cinquant’anni che gli uomini di Buja hanno cominciato a girare le Germanie onde procurarsi il vitto essendo che il territorio non dà da mangiare neppure per la metà di un anno. (…) Da due o tre anni hanno incominciato a migrare anche le giovinette. In quest’anno, 1873, da venti a ventidue sono andate in Baviera in una fabbrica di fulminanti. (…) Nella stagione estiva da 4 a 5 cento giovani sono fuori Parrocchia in maggior parte a tirar seta.» (13) Il periodo di partire per il mondo a cercar fortuna, iniziato qualche decennio prima, proseguiva alla grande. Nel 1894 arrivò ad Osoppo la prima richiesta di lavoratori per la costruzione della Transiberiana. Sotto la direzione di un certo Perini di Artegna erano già stati costruiti i tredici pilastri del ponte Sirzan sul Volga, lungo 1435 metri, ora occorrevano operai specializzati, soprattutto scalpellini, per la costruzione della ferrovia sulla grande curva del lago Bajkal (1899-1904). Fu così che il mio proprietario, dopo la morte nel 1898 della sua ultimogenita Angelica, spinto dalla miseria e dal desiderio di cercar fortuna, decise di mettere a frutto le sue qualità e di partire per quelle lontanissime e sconosciute terre, insieme a tanti altri friulani. Lasciò così la moglie e i tre figli e nell’anno, non ricordo bene se il 1898 o 1899, partì per quell’avventura portandomi con sé. La realizzazione della ferrovia Transiberiana era iniziata nel marzo del 1891, fu suddivisa in spezzoni ed iniziò contemporaneamente dalle due opposte estremità: Mosca e Vladivostock. Nei cantieri furono impiegati operai russi, coreani, cinesi ed i condannati ai lavori forzati: decine di migliaia di uomini. Nella Siberia centrale i problemi derivavano dalla conformazione montuosa del territorio, da laghi, fiumi, foreste, torrenti; inoltre d’inverno il gelo, la neve il fango rendevano particolarmente faticosi i lavori. Per invogliare gli operai a spostarsi inqueste zone, i costruttori offrivano salari più alti che altrove. La posa delle rotaie era terminata nel 1901, ma c’era un problema di continuità: i treni dovevano attraversare il lago Bajkal su un traghetto speciale. Nel 1901 iniziarono i lavori per la costruzione della Transbajkalika: era questa un’ansa lunga 250 km in cui si dovettero scolpire le pareti rocciose e realizzare una imponente opera di muratura sulla riva sud del lago Bajkal, lago Siberiano che gli indigeni chiamano Mare viste le sue enormi dimensioni (come Lombardia e Friuli messi assieme). Vennero scavati 33 tunnel e costruiti decine di viadotti. Era qui che erano diretti i friulani, poiché erano esperti nel lavorare la pietra. La fine dei lavori porta la data del 29 ottobre 1905. In seguito 2080 km di Transiberiana vennero costruiti, per lo stesso motivo, lungo il fiume Amur dal 1907 al 18 ottobre 1916. La ferrovia che lo Zar aveva voluto per collegare Mosca con Vladivostock, sul Pacifico, era lunga 9434 chilometri. Fu un lavoro ciclopico che durò oltre un ventennio (1894-1916) - certo non quanto la Salerno-Reggio Calabria, 443 Km, iniziata nel lontano 1962 dallo Zar Amintore Fanfani e ancora non terminata, ma questa è un’altra storia... Partì dalla stazione di Gemona il mio lunghissimo viaggio verso quei paesi lontani. Luigi era arrivato fin lì a piedi, portandosi dietro un bauletto contenente gli attrezzi da lavoro ed un sacco a tracolla dove aveva messo, oltre al sottoscritto, un po’ di cibo che sarebbe bastato solo per i primi giorni. Il datore di lavoro aveva inoltre dato a tutti un anticipo in denaro per le spese necessarie durante il lungo viaggio. Passata Vienna, arrivammo al confine dove, dopo il controllo dei documenti, trasbordammo su un treno delle Ferrovie Russe. I vagoni erano divisi in scompartimenti ognuno dei quali aveva ai suoi lati tre comode cuccette poste una sopra l’altra. Passata la Polonia Russa arrivammo a Brest-Litowsk dove sostammo per poi proseguire per Minsk, Viazma, Tula, Samara, dove scese gran parte dei passeggeri lasciando il posto a molti soldati. Avevo notato che poco dopo entrati in territorio russo, Luigi e i suoi compagni di viaggio avevano incominciato a grattarsi sempre con maggior insistenza. Avevano avuto il loro primo approccio con i pidocchi russi, che sarebbero diventati loro coinquilini per tutta la durata della loro permanenza in quelle terre. I pidocchi allora tutti sapevano cosa fossero, periodicamente anche da noi facevano la loro comparsa, ma quando ciò succedeva venivano presi drastici provvedimenti, di lavaggio e bollitura degli indumenti fino alla loro scomparsa. Pochissimi russi facevano altrettanto, sembrava quasi che loro non ci facessero caso e si fossero abituati a quella pruriginosa convivenza che, se poco percepibile quando ci si muoveva, diventava intollerabile stando fermi, per non parlare della notte! Per arrivare a destinazione ci vollero circa quaranta giorni. Il convoglio viaggiava giorno e notte verso est, fra sobbalzi e lunghe fermate. Arrivò, infine, in una steppa immensa, sempre uguale, una terra piatta e desolata, di esilio e deportazione. Raramente si scorgeva all’orizzonte la sagoma di qualche foresta: immaginate cosa doveva provare Luigi abituato al paesaggio di Buja, circondata da dolci colline e dalla corona dei nostri monti. I giorni di viaggio passavano, lunghi e sonnacchiosi, la monotonia del viaggio era interrotta ogni tanto dalla fermata in qualche stazione situata in mezzo a sterminate distese pianeggianti che si allungavano fino all’orizzonte. Quando il treno si fermava, alcune contadine con il capo coperto da un grande fazzoletto, si portavano a ridosso dei finestrini, gesticolando. Allora, armato di santa pazienza, Luigi riusciva a farsi dare da bere da un bicchiere bisunto un po’ di the caldo, o acquistava del pane, delle patate cotte, qualche cavolo per mangiare. Le facciate delle stazioni sperdute nella taiga in cui ci fermavamo, riportavano i nomi dei paesini posti nelle vicinanze. Formati da poche isbe dalle pareti di fango e tetti di paglia che fumavano intensamente, questi villaggi, ora in alcuni casi diventati città, stavano nascendo dal nulla, insieme alla ferrovia che faceva loro da balia. Infine, con altri mezzi superammo centinaia di villaggi composti da baracche, dispersi nella taiga, che facevano riferimento ad altrettanti cantieri, che fornivano alloggio a tutte le anime impegnate in quella strana guerra contro la natura dei luoghi. |