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Questa volta parlo io

Capitolo 3

 

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3) In Siberia

Appena arrivato, Luigi terminò i soldi avuti alla partenza come anticipo acquistando immediatamente un paio di valenki di feltro, stivali adatti a quei climi, un colbacco e una pelliccia; a me pareva di essere arrivato nel luogo più freddo del mondo!

Assieme ad altri tredici friulani, il mio proprietario ed io andammo ad occupare una baracca dormitorio; tutto era fatto in tronchi di legno e l’ambiente era molto scuro. Al centro stazionava una stufa sempre accesa con sopra un samovar pieno di the caldo che aiutava a rimuovere dalla gola la polvere prodotta dagli scalpelli durante le lunghe giornate di lavoro. Ognuno aveva a disposizione un pagliericcio, pieno di chiazze di ogni forma, colore e origine. Io trovai posto fra le sue poche cose vicino ad una specie di cuscino. Fuori da ogni baracca c’era una grande catasta di legna che d’inverno aveva la parte superiore coperta di neve.       

I lavori della ferrovia andavano avanti lentamente in luoghi spesso acquitrinosi, disabitati e selvaggi, dove non esistevano strade o sentieri, tutto doveva essere portato e costruito di sana pianta, dal nulla e questo ovviamente richiedeva doti di adattabilità e ingegno incredibili. Ad ogni squadra di operai specializzati veniva affiancata una quarantina di deportati che, con le catene ai piedi, svolgevano il lavoro di bassa manovalanza per pochi copechi giornalieri.

Erano i cosacchi a fare la guardia ai forzati, che in tanti casi erano stati seguiti dalle loro famiglie fino al luogo di confino e dove, quasi sempre, poi si stabilivano al termine della detenzione.

In certi paesini, quando capitava, la domenica Luigi andava alla Messa Ortodossa; era un continuo farsi il segno della croce e passarsi di mano in mano le candele, i riti erano tenuti in una lingua che lui ancora non capiva, ma li seguiva ugualmente poichè sentiva in quei riti una profonda religiosità.

Le prime volte la presi male, mi sentivo tradito, messo da parte. Capii col tempo che Luigi aveva bisogno di entrare in Chiesa, di ritrovare quel Dio che a poco a poco stava perdendo. In quel momento era come trovarsi a Buja, fedele tra i fedeli, come da bambino, domenica dopo domenica.

Durante le funzioni i fedeli intonavano cori dalle sonorità gravi e profonde che lo riempivano di nostalgia. Capimmo entrambi ben presto che quel Dio era sempre lo stesso, quel Dio che non si trova nelle parole degli uomini, ma nel voler bene. Spesso mi venivano dei dubbi: mi chiedevo se fosse stato Dio ad aver creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, o se fosse il contrario. Forse ognuno di noi risponde al disegno che Dio ha fatto per lui.

Il primo gennaio dell’anno 1900 alla fine di una giornata di duro lavoro, presa in mano la matita, scrisse sulla mia ultima pagina, queste poche parole che, scoperte tanti anni dopo, mi avrebbero dato la notorietà, permettendomi di apparire su libri, riviste e giornali italiani e russi.

 

«Oggi 1mo dell’anno 1900 sfida i rigori più tensi del freddo in una lugubre e lorda baracca Giordani Luigi in conpagnia di altri 13 Friulani stando sempre allegri in aspettativa di un avenire prospero e lucroso. Stà quindi à Dio il affretarcelo quale noi tutti gli rendiamo unito i ringraziamenti, anche il quore. Massavoja – Siberia».

 

Sono poche parole ma dicono tantissimo, permettono di comprendere quali fossero le effettive condizioni di vita di quelle persone, lontanissime da casa, senza affetti e senza notizie, in condizioni di vita veramente al limite della sopravvivenza.

Laggiù, d’inverno la vita era resa difficilissima dalle temperature polari, anche oltre i quaranta gradi sotto zero: in quei casi il lavoro doveva essere sospeso. Nevicava per giorni senza mai smettere obbligando tutti a rimanere rinchiusi nelle baracche, mentre spesso la notte i lupi ululavano all’esterno.

A volte i fiocchi di neve erano cosi grandi da ridurre la visibilità a solo qualche passo. Se in quei giorni gli operai per qualche esigenza corporale dovevano uscire, per evitare di perdersi nel bianco, avevano preso l’abitudine di legare uno spago ad una trave della baracca per poi srotolarlo man mano che si allontanavano.

Faceva così freddo che respirando all’aperto, l’alito si solidificava in perline di ghiaccio che andavano a depositarsi su barba e baffi. Granelli di ghiaccio si formavano nel naso, le palpebre facevano fatica a svolgere la loro funzione, l’urina nel momento in cui toccava terra era già passata allo stato solido. Le orecchie se non coperte adeguatamente gelavano e si staccavano come pezzi di ghiaccio. Gli indumenti incominciavano a fare uno strano scricchiolio e toccare dei metalli era pericolosissimo: c’era il rischio di rimanere incollati.

Terribili erano, poi, i giorni nei quali soffiava il Sarma, freddissimo vento del nord. Insomma erano condizioni davvero proibitive, tanto che tra i siberiani si tramandava questa leggenda:

«Dio, dopo aver creato la Siberia ed averle donato inestimabili ricchezze, per impedire che gli uomini ne approfittassero, decise di ricoprire tutto con uno strato di ghiaccio».

Spesso qualche baracca isolata veniva ripulita di ogni suo avere dai briganti che poi si dileguavano nelle boscaglie da dove erano usciti.

Il lunghissimo inverno terminava finalmente a maggio, ma d’estate erano le zanzare a rendere problematica la vita!

Quando non riusciva a prendere sonno, Luigi lasciava la baracca per andare a distendersi sulla nuda terra di una pianura sterminata che non frapponeva ostacolo alla volta celeste.

Lo vedevo guardare il cielo, un cielo spettacolare, inimmaginabile in Friuli. Osservava prima le poche costellazioni che conosceva, l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore con la sua Stella Polare; poi cercava Venere, l’astro più brillante, alzava le mani al cielo quasi a voler toccare con la punta delle dita quel puntino così luminoso, che sembrava lì, a pochi metri di distanza.

La puntura di decine e decine di grosse zanzare lo facevano, però, subito ritornare alla realtà. Non c’è bellezza che non abbia il suo prezzo.

Zanzare, tafani mosche e topi sono una delle caratteristiche più negative della Siberia oltre ai già citati coinquilini... Nei mesi estivi entrare nelle foreste era impossibile se non adeguatamente protetti da veli. A fare da guardia a questi luoghi ci sono infatti migliaia di questi insetti a cui vanno aggiunti ragni, zecche e formiche rosse giganti che con il sopraggiungere della stagione calda aumentano di numero in una maniera inverosimile.

Non a caso una delle punizioni che veniva inflitta ai deportati era quella di denudarli, legare loro le mani dietro la schiena e lasciarli per un’ intera notte all’aperto, magari vicino ad un acquitrino. Al mattino trovavano il prigioniero che si rotolavaper terra tumefatto, non era cosa rara che di lì a poco sopraggiungesse la pazzia.

Non vanno inoltre dimenticati i lupi, pericolosi in inverno e gli orsi che in primavera, dopo il risveglio dal letargo, erano particolarmente affamati.

A queste latitudini, polenta e formaggio erano sostituiti dall’Omul, il pesce tipico del Bajkal che, salato ed affumicato, è buonissimo, basta stare attenti alle lische.

Forse non ci crederete, ma nel lago Bajkal, che non supera mai la temperatura di 18 gradi, si trovano anche le foche. Quale evento misterioso le abbia portate o lasciate prigioniere a in questi luoghi, nessuno è in grado di spiegarlo con certezza.

Luigi con il suo lavoro aveva contribuito alla costruzione della Transbajkalika, ma nei venti anni trascorsi in Siberia aveva cambiato mestiere ogni volta che era stato necessario. Le peripezie della vita lo avevano messo di fronte a prove che aveva dovuto accettare volente o nolente, forse perché i friulani, figli di un popolo disperso per il mondo, per tutta la vita sono stati abituati a ricevere ordini dal padrone di turno e ad obbedire e servire troppo spesso senza fiatare pur di assicurarsi la polenta, cercando di disturbare il meno possibile.

Strana gente voi friulani, dalla grande volontà e capacità, ma incapaci di valorizzare quello che fate, sempre pronti a dar retta ai parolai di altre parrocchie... a coloro che, salvo eccezioni, fanno per uno, ma sanno vendervelo per dieci.

Avevo invano cercato fra le mie pagine, dove c’era scritto che un buon cristiano deve aiutare il prossimo, i diseredati, gli ammalati, i bisognosi, ma fra tutti questi, non ero riuscito a trovare una sola parola in favore dei furbi.

Facendo lo scalpellino, la paga giornaliera si aggirava intorno ai 6-7 rubli, che non erano pochi, ma quel lavoro aveva il rovescio della medaglia: in molti si ammalavano di tisi o silicosi perché all’aria si aggiungeva il pulviscolo delle rocce.

Nelle miniere poi, la roccia era dura come granito e si incontravano difficoltà di ogni tipo, si lavorava spesso a torso nudo. Dopo lo scoppio delle cariche di dinamite seguiva il lavoro fatto con picconi, martelli, scalpelli, con l’acqua che gocciolava dalle pareti: era un inferno dantesco che divorava uomini e capitali enormi per la sua realizzazione.

I ricordi della famiglia lasciata in Friuli riemergevano soprattutto la sera, gli stavano accanto, dovunque si trovasse, anche se con il passare degli anni sbiadivano sempre più.

Io comunque ero sempre lì, presente a ricordargli la storia e i valori appresi da bambino, il paese che aveva lasciato dove erano sepolte le sue radici, i suoi genitori.

A ricordare il padre poi, c’erano i racconti degli indigeni riguardo gli Sciamani, i quali assicuravano che con la sola imposizione delle mani o con qualche intruglio di erbe, riuscivano a guarire quello che i medici avevano dato per incurabile. In certe località, appese sui rami degli alberi, si potevano notare centinaia di striscioline di stoffa colorata che rappresentano le preghiere delle persone di passaggio.

Alla fine del 1905, terminati i lavori sulla curva meridionale del lago Bajkal, ci fu il rientro in patria, ma non per tutti. Il mio padrone, che aveva cominciato a masticare un poco la lingua locale, decise di rimanere. Cosa lo portò a prendere la decisione di rimanere in quei luoghi sperduti, anziché tornare dalla sua famiglia che aveva lasciato tanti anni prima?

Questo purtroppo è un tasto delicato e preferirei non parlarne. Sono fatti legati al privato e ai sentimenti di una persona a cui ero molto legato.

Successe a tanti italiani che, a prezzo di grandi sofferenze e sensi di colpa, decisero di rimanere e là ricominciare una nuova vita.

Dirò solo che, come è facile immaginare, nessuno, uomo o donna che sia, può vivere tanto tempo in luoghi sconosciuti ed ostili senza cercare di stabilire qualche rapporto che possa consolare, dare un po’ di serenità e far sentire il calore degli affetti senza i quali non è possibile sopravvivere. Per quanto riguarda Luigi, lascio così alla vostra intuizione immaginare ciò che può essere successo.

Molti cantieri erano nati al seguito della costruzione della ferrovia; vennero persino alla luce depositi di carbone a cielo aperto. Questi cantieri necessitavano di operai esperti, muratori, carpentieri, pittori, fornaciai, boscaioli, fabbri.

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