Questa volta parlo io Capitolo 6 |
6) La Seconda Guerra Mondiale Dopo quanto successo mi ero persuaso che certe dottrine politiche potessero far presa sulle masse solo in stati governati da regimi oppressivi e corrotti come quello che avevo conosciuto in Russia. Mi stupii pertanto della situazione politica che trovai al mio arrivo in Italia: scioperi, manifestazioni e bandiere rosse al vento. La rivoluzione Russa da questi era considerata come il cielo in terra, ed io, confesso, li avrei subito mandati a provare quel paradiso… A calmare le acque arrivò un ex Socialista che in poco tempo, salvo rare eccezioni, mise tutti d’accordo. In lui gli Italiani trovarono quello che stavano cercando, un “capo”. In pochi anni riuscì a farli felicemente marciare tutti al passo dell’oca e come ogni regime che si rispetti, provocò prima, un aumento incredibile dei pappagalli, ed infine, tanti asini salirono al volo in cattedra, per il semplice motivo di portare la camicia del colore giusto. Abitudine quest’ultima apprezzata, e praticata tuttora da tanti politici sensibili ai ragli. Alcune di quelle rare eccezioni si trovavano proprio a Buja, erano state messe assieme da Tito Zaniboni, spesso presente nella cittadina collinare dove riusciva a coniugare perfettamente l’utile, politico, con il dilettevole... Classe 1883, poco più che quarantenne, nel 1919 era stato eletto Deputato nel collegio Friulano, ma non rieletto nel ‘23. Aiutato da alcuni bujesi, nel ‘25, organizzò un attentato al Duce. Sfortunatamente la polizia era a conoscenza di ogni particolare, sin dall’inizio, poichè il segretario particolare di Zaniboni, Carlo Quaglia, faceva il doppiogioco. I congiurati poterono proseguire con i preparativi fino all’atto finale (4 novembre ‘25), a Roma, quando furono fermati. Li lasciarono fare per poi giustificare agli occhi dell’opinione pubblica italiana la promulgazione delle famose leggi speciali. Uno degli attentatori, riuscì a fuggire all’estero, mentre molti altri bujesi subirono varie condanne detentive. Se poi un giorno si trovassero, nell’archivio del comune di Buja, le prove documentali riguardo la testimonianza rilasciata al mio ultimo proprietario da un anziano bujese il quale afferma che nel 1917 a salvare Mussolini rimasto gravemente ferito dallo scoppio di un lanciabombe sul Carso, fu suo cugino…….., un vostro concittadino che lo trasportò a forza di braccia nel più vicino ospedale da campo, la cosa diverrebbe paradossale... Il Fascismo negli anni che seguirono non riuscì a fare di voi italiani una Nazione, in compenso vi diede l’Impero, l’ultimo a nascere e il primo a cadere qualche anno dopo. E non raccontatevi bugie, se allora si fossero tenute delle regolari elezioni, non ci sarebbe stato bisogno di brogli, il fascismo avrebbe stravinto. «Ancora una volta la nostra Patria, trascinata dalla forza degli eventi, costrettavi da una fatale congiuntura di partiti avversi, è scesa in armi ed è impegnata, nell’Africa Orientale, in una guerra di difesa dei suoi interessi, la rivendicazione dei suoi diritti, per la causa della civiltà. (…) Non è questo il momento, ne tocca a noi discutere le ragioni della guerra e della pace. Il nostro dovere, diciamo, è di cooperare efficacemente per il successo delle nostre armi ed il trionfo della nostra causa…». (27) Chi commentò con queste parole la nascita dell’impero non fu un gerarca fascista, ma un alto prelato friulano di cui, per carità di Patria, ometto il nome. Chissà se avrebbe cambiato opinione qualora fosse venuto a conoscenza dei 449, fra monaci e diaconi Cristiani di rito Copto, assassinati a pochi chilometri dalla loro città-monastero di Debrà Libanòs per il solo sospetto di essere in qualche modo implicati nell’attentato contro il vicerè d’Etiopia Rodolfo Graziani nel 1937? (28) Le sue parole, rimangono comunque il classico esempio di una grossa occasione persa. Io rimasi a casa con Vincenza che visse fino al 1937, quindi passai di nuovo di mano: la mia proprietaria divenne sua figlia Lucia (Ninute di Vissense 1884-1971), la seconda figlia rimasta nubile (12). Andai ad abitare da lei, sempre ad Ursinins, dove passai di cassetto in cassetto per finire, infine, sul solaio. Nel settembre del ‘39, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ebbe inizio per voi uomini un periodo che avevo conosciuto e potuto studiare per ben due volte in solitudine e con calma, quando mi trovavo in Siberia. Presentava aspetti e modalità che mi avevano lasciato sconvolto ed allo stesso tempo incuriosito. Con i conflitti, infatti, inizia una fase in cui tutti i valori umani, tutte quelle certezze che hanno ferme radici anche nelle mie pagine, vengono legittimamente sovvertiti. Fratellanza, amore e solidarietà per il prossimo, che regolano o dovrebbero regolare la vita civile di ogni popolo, risultano capovolti. L’omicidio, le distruzioni e le stragi che normalmente vengono severamente perseguiti dalla legge diventano per voi naturali e lecite, anzi da premiarsi con onori e medaglie se fatti alla grande. I buoni diventano, stranamente, tutti i componenti di una nazione, gli altri, i nemici, sono i cattivi e i senza Dio contro i quali tutto è lecito. Tutti diventano improvvisamente entusiasti ed euforici e si fanno in quattro pur di distruggere il frutto di anni di indicibili fatiche. Al termine dei conflitti naturalmente è il vincitore a stabilire in modo definitivo chi siano i buoni, degni di ascolto, citazioni, monumenti, medaglie e gloria, e chi i cattivi che hanno sempre il dovere di farsi un approfondito esame di coscienza e soprattutto di stare zitti, zitti sempre e comunque, per non interferire nelle bugie, più o meno grandi, dette immancabilmente dai vincitori per nascondere le loro vergogne. Arrivati a questo punto si possono iniziare a scrivere i libri di storia, senza alcun timore di essere smentiti. Partendo da questi presupposti, passati alcuni anni, alcuni riescono persino a stupirsi di eventuali mancate riconciliazioni. Nel 1940 anche l’Italia entrò in guerra ed io incominciai subito a stare male. Quando seppi che un corpo di spedizione Italiano che in seguito avrebbe raggiunto il numero di oltre duecentotrentamila uomini era stato mandato in Russia, avrei voluto far sentire la mia voce e urlare tutta la mia rabbia. Avrei detto innanzitutto quello che ogni libro di Chiesa deve dire, e cioè che le guerre non si fanno. Che a pagare, alla fine, sarebbe stata la povera gente, la stessa che purtroppo avevo visto gioire e inneggiare per l’entrata nel conflitto. Avevo il voltastomaco, per non dire altro, nel sapere di Sante Messe con i armi da benedire e fucili in bella mostra ai lati degli altari. Cosa successe poi, qualche mese dopo la partenza, ad oltre novantamila di quei poveri ragazzi lo sapete, ormai fa parte della Storia. Rimasi stupefatto, non credevo ai miei occhi quando nell’ottobre del ’44, vidi arrivare, sui loro strani carri, i Cosacchi a Buja e soprattutto nel sentire che i tedeschi avevano deciso che la nostra terra sarebbe diventata la loro nuova patria, Cosakenland in Nord Italien. Dal settembre 1943, il Friuli era diventato a tutti gli effetti parte del territorio tedesco. Se penso a come si concluse per tanti di loro quel calvario, mi vengono i brividi; molti preferirono annegare nelle acque gelide della Drava piuttosto che essere rispediti nel paradiso staliniano dove Dio era considerato una droga. Nel maggio del 1945 giunse finalmente la pace. Tutto si era concluso peggio del previsto. Dopo che gli alleati tedeschi li avevano salvati da magre figure militari in Grecia ed in Libia, togliendoli dai pasticci in cui si erano cacciati, a causa del solito, pressappochismo, gli italiani vista la malpartita fecero il salto della quaglia, gli alleati di un tempo divennero i nemici, e viceversa, in pochi giorni milioni di fascisti, diventarono convinti antifascisti. L’Italia voleva uscire da un conflitto diventato insostenibile, in cui non avrebbe mai dovuto entrare, ma non si accontentò di una sacrosanta pace, salì sul carro del vincitore credendo forse di andare a vincere, da altre sponde, una guerra già persa. Centinaia di migliaia di soldati vennero lasciati in balia di sé stessi, in Italia e all’estero. Il solito pasticcio all’italiana cucinato da cuochi di quart’ordine che finì per buttare alle ortiche quel poco che le era rimasto, la possibilità di poter dire: “Tutto è perso fuorchè l’onore”. Alla fine gli italiani si ammazzarono fra di loro e, come sempre accade, tutti coloro che all’inizio applaudivano ora piangevano i loro morti e maledivano la causa delle loro disgrazie, i cattivi, che erano comunque e sempre gli altri, meglio se tedeschi. «…Arrivammo a qualche distanza da un piccolo paesetto ed era una vera desolazione a vederlo. Non era una sola casa in stato di abitazione, tutte distrutte e rase al suolo. Ove fanno resistenza agli alpini e agli albanesi, fanno strage…» (29) Questo che avete letto sono solo tre tragiche righe tratte dal diario di guerra dell’alpino bujese Tobia Venturini, che consiglio vivamente di leggere a coloro che credono ancora a certe favole. Alla fine del conflitto i criminali di guerra richiesti all’Italia dai paesi occupati, “... per la causa della civiltà….” erano oltre millecinquecento, ripeto per i duri di comprendonio, oltre millecinquecento (plui di milecincent), Badoglio e Graziani in testa. Consegnati:… nessuno. Servono altri commenti? |