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Questa volta parlo io

Capitolo 7

 

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7) Rimettete quella lapide al suo posto

Quando penso che, alla fine del conflitto, parte del Friuli, compreso il sottoscritto, ha corso il rischio di passare alla Jugoslavia, sento il bisogno di andare avanti e dirvi tutto senza peli sulla lingua. Anche se questo a molti potrà dispiacere, correrò forse il rischio di generalizzare, ma non certo quello di non essere chiaro.

Conosco, infatti, troppo bene il difettuccio di voi umani che con il passare del tempo tendete a dimenticare gli episodi spiacevoli e lasciate sopravvivere abbellendo e adattando il resto a seconda del vento che tira.

Per quanto riguarda invece i torti subiti, nulla da eccepire, avete tutti una memoria di ferro.

Che giudizio date ad esempio di colui che, il 13 settembre del 1944, diede l’ordine a dei ragazzi di compiere l’agguato a San Floreano di Buja, presso il ponte sul fiume Ledra posto in prossimità delle case della borgata, dove morirono cinque anziani riservisti tedeschi che stavano andando a portare il rancio ai commilitoni nel vicino campo di aviazione di Osoppo?

I nostri eroi, dopo averli ammazzati e rubati alcuni cavalli, si dileguarono prontamente mentre la borgata rischiò di essere incendiata e cinquanta bujesi di essere passati per le armi in applicazione delle leggi di guerra. Fu grazie al buonsenso (o coraggio) del Comandante Tedesco se solo trentatrè paesani vennero spediti nei campi di concentramento da dove purtroppo, diversi non fecero più ritorno. Un Capitano austriaco, che aveva contribuito a fermare la rappresaglia venne ucciso assieme al suo attendente in un agguato, nella stessa borgata, venti giorni dopo.

E che cosa pensate dei caporioni di certe forze partigiane che in nome dell’Internazionalismo, mandarono, volenti o nolenti, migliaia di giovani friulani a combattere in Iugoslavia agli ordini del IX Corpus di Tito?

A che scopo, ci avete mai pensato? Chi li mandò, voleva ridarvi la libertà o portarvi nel nuovo paradiso di cui si stavano costruendo le fondamenta?

Troppa gente allora visse nel terrore, non sapeva da chi si doveva difendere: se dai tedeschi e dai cosacchi invasori, oppure dai collaborazionisti e dai partigiani di casa nostra!”.

Alla fine però, tutti passarono per Liberatori, ma perchè non ammettere che se questi avessero prevalso sareste passati da una dittatura nera ad una rossa?

Perchè continuare a sottacere l’evidenza e cioè che i loro capi politici desideravano ardentemente farvi provare lo stesso paradiso portato in Iugoslavia, Bulgaria, Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria.

Ecco spiegato il motivo per cui, allora, tanta gente che aveva capito, pregava Iddio perchè li salvasse da certi liberatori.

Forse è per questo che altri Liberatori, in genere più moderati, soprattutto perchè usciti dalle canoniche friulane, cominciarono a battersi, loro sì, per un’Italia democratica, anche se da voci messe in giro ad arte furono fatti passare spesso, nella migliore delle ipotesi, per collaborazionisti dei tedeschi, e nella peggiore…  ricordate Porzus?

Nessun bujese ricorda quanto successe a Buja il 1° maggio 1945 fuori le mura del cimitero di San Bartolomeo? Nessuno ha visto e sentito nulla?

Forse qualcuno ha pensato che, tacendo e dimenticando l’accaduto, si possano cancellare pure vittima e carnefici?

Rimorsi di coscienza?

Quel giorno non solo io, ma in tanti nelle frazioni di Ursinins Piccolo e Camadusso udirono Leonardo Seravalli che, portato davanti al plotone di esecuzione, urlò più volte con quanto fiato aveva ancora in gola: «State ammazzando un innocente, le accuse sono tutte false», prima di cadere a terra sotto la scarica del plotone di esecuzione.

Era colpevole certo; colpevole innanzitutto di aver continuato a credere in ciò che tutti,  ripeto tutti, avevano più o meno creduto fino a pochi mesi prima. A decidere della sua sorte però fu soprattutto l’ingrato lavoro di esattore che svolgeva come dipendente della Banca per cui lavorava.

Venne accusato di essere lui la causa dell’incendio di Bordano da «…quello che al padre l’Ufficio (la Banca) molti anni fa ha mandato all’asta la proprietà per imposta non soddisfatta. Di conseguenza il falso accusatore non è altro che un criminale» scrisse nel testamento redatto da don Pacifico Durisotti che conoscendolo, fece tutto il possibile per rimandare l’esecuzione. Da lì a poche ore sarebbe entrato in vigore l’armistizio e non si sarebbe potuto, teoricamente, fucilare nessuno.

Il sangue versato da quest’uomo è riuscito a tappare la bocca di tutti per tutto questo tempo e nessuno in sessant’anni, dico nessuno ha avuto il coraggio di dire o scrivere pubblicamente in una delle periodiche commemorazioni: «Fra tante cose giuste che abbiamo fatto, qui abbiamo sbagliato. Che Dio e la sua famiglia, se possono, ci perdonino».

Tutti avrebbero capito, capito e perdonato come lui stesso raccomandò cristianamente ai suoi fratelli nel testamento «...non vendetta ma perdono».

Anche suo figlio Gianalberto, che sessantacinque anni dopo, non riesce ancora a farsene una ragione, avrebbe capito. Il suo perdono cristiano vi assicuro, lo ha già dato da tanti, tanti anni.

La speranza comunque è l’ultima a morire.

Vicino al muro esterno del vecchio cimitero, dove venne eseguita l’ingiusta sentenza c’era un tempo una lapide che ricordava la sua morte.

Bujesi, lasciate che sia un libro a chiedervi di rimettere al suo posto quella lapide o di rifarne una, per ricordarci che nelle vicissitudini dell’esistenza umana ci si può trovare dalla parte sbagliata per i più nobili motivi o, dalla parte giusta, per i più vergognosi, ma soprattutto che un uomo non può sentenziare della vita o della morte di un altro uomo.

Dopo tutto questo, naturalmente molti, anzi troppi in Italia, credettero di aver vinto la guerra, pertanto si sentirono esentati dal fare quanto richiesto ai vinti.

Tutte cose che avevo purtroppo già viste, da anni le mie pagine raccomandavano inutilmente un necessario periodico esame di coscienza.

Mi vengono in mente le parole di Einstein che dicevano pressapoco così:

«Le grandi tragedie non avvengono mai per colpa di qualche invasato, ma perché la grande maggioranza della gente per bene lo lascia fare».

La stessa colpevole indifferenza con cui avete accettato le vergognose leggi razziali.

Riconosco che è facile oggi sentenziare stando comodamente appoggiati sugli scaffali di una libreria, so bene che allora l’unico modo per non indossare di nuovo una divisa, o per non essere deportati, era quello di andare alla macchia.

E’ indubitabile che fra le fila partigiane ci siano stati tanti “martiri per la libertà”, ma è altrettanto vero che i martirizzati da loro o a causa di certe “prodezze”, compiute in certe regioni anche a guerra finita, siano molti di più.

«Se andiamo dietro a tutto quanto è stato detto e scritto sulla Resistenza ne deduciamo che in due anni, ci sono stati tanti di quei martiri da far invidia alle persecuzioni subite dai cristiani, ad opera degli imperatori, nei primi tre secoli.  Se poi parliamo a quatt’occhi con la gente, sentiamo tutt’altra storia.»  scrisse un Sacerdote friulano. (31)

«Quando un paese subisce una disfatta, inventa o esagera dei “gloriosi episodi” su cui richiamare l’attenzione  dei contemporanei e dei posteri e distrarla dal risultato finale.» scrisse Montanelli raccontando di Muzio Scevola (32).

Comunque ritengo che l’unico modo onesto per onorare tutti i giusti, che allora morirono per un ideale, è di dire sempre e comunque la verità, anche se a volte fa male.

Dopo tutto quanto vi ho detto, so essere stato poco patriottico, compatitemi e, se potete, perdonatemi forse ciò è dovuto al fatto che la mia patria, pardon..., il mio Regno sta da tutt’altra parte.

 

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