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Questa volta parlo io

Capitolo 8

 

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8) L’Apocalisse del ’76

Finita la Seconda Guerra Mondiale, negli anni sessanta la casa dove mi trovavo venne venduta ad Agostino Zuccato; Ninute aveva mantenuto in usufrutto una stanza, dove visse fino alla morte, avvenuta nel 1971.

Io allora passai di proprietà con mobili ed immobili per il semplice fatto di trovarmi lì. I nuovi proprietari intanto, colpiti dalla piaga biblica che periodicamente colpisce il Friuli, avevano dovuto fare la valigia e si erano trasferiti a Troyes in Francia dove avevano trovato lavoro e casa. Furono per me anni di disperazione: le paure e il freddo patito in Siberia era nulla in confronto a questi lunghissimi anni di solitudine.

Lassù, in Siberia, quasi ogni giorno Luigi prendendomi in mano, mi riscaldava, sfogliandomi con calma, mi faceva sentire importante anche se avevo perso il mio caratteristico odore di cellulosa.

Ora invece mi trovavo in solaio accanto ad un’altra decina di libri, che avevo già conosciuto anni addietro, alcuni dei quali erano molto più anziani di me.

Eravamo i sopravvissuti alla requisizione libraria che monsignor Venier aveva fatto alla morte di Vincenzo, il Mago, avvenuta il 25 ottobre 1892. Il giorno dopo il funerale il mio autore giunto a Ursinins, riempì due sacchi di libri e li portò in canonica. Per una questione di scrupolo? Perché molti libri gli appartenevano? Forse l’uno e l’altro, fatto sta che rimanemmo solo una decina, fra cui un volume proveniente da Vendoglio.

Il nonno della compagnia, che mi stava accanto appiccicato alla copertina, per consolarsi attaccava bottone vantandosi di essere stato stampato a Venezia nel lontano 1733 «ai tempi della Serenissssima» diceva, allungando a dismisura la pronuncia delle esse finali per darsi importanza, ma era bruciacchiato in un angolo e l’odore di pesce marcio che emanava in certe giornate umide non era dei migliori.

Quello che invece mi stava appoggiato sull’altro lato aveva il dorso mancante, e non faceva altro che lamentarsi per il freddo e gli acciacchi. Qualcuno, mosso a compassione, lo aveva riparato cucendo malamente un pezzo di panno alle copertine fronte e retro.

Il più allegro di tutti era un libro di orazioni scampato alla requisizione che, felicissimo di non essere ritornato in canonica, ripeteva spesso:

«Non lamentatevi e guardate chi sta peggio, voi non sapete la fortuna che ho avuto a rimanere qui. Là in chiesa ogni giorno rosari, orazioni mattino e sera, messe, vesperi, sacre funzioni, litanie, passare di mano in mano, non parliamo dell’alito che puzza d’aglio di alcuni fedeli… una sofferenza continua; quaggiù invece, d’accordo che nessuno ci considera, ma almeno ci lasciano respirare in pace...», al che c’era chi gli urlava di rimando:

«Bastaaaa...!! quando ero giovane mi dicevano di guardare sempre i migliori, ora mi sento dire che si deve guardare chi sta peggio, ma io devo sempre stare a guardare?» ascoltandoli dimenticavo i guai e ritornava il buonumore.

La casa rimase disabitata per qualche anno, finchè un giorno vidi entrare diversi giovani della borgata. Dopo aver chiesto il permesso ai proprietari, liberarono e pulirono una stanza al pianterreno e ci installarono un giradischi.

La nostra casa era diventata un luogo di ritrovo domenicale e di fine anno, frequentato da ragazzi e ragazze, che, a volume sconsiderato ballavano, ridevano e insomma ... si divertivano.

Noi libri, stupiti, allungavamo le orecchie per sentire quella strana musica così ritmata e urlata. Non avevamo mai sentito rumori del genere, abituati come eravamo a cori, organi e Messe cantate.

Ricordo benissimo una delle prime serate quando l’allegro della nostra compagnia ascoltando un brano Rock, mi pare dei Beatles, che i giovani di sotto avevano mandato a tutto volume, ruppe improvvisamente il silenzio con un grido: «Ragazziii, questa siii che è musica…» e incominciò a ballare quel ritmo indiavolato allargando e stringendo la copertina e i fogli a fisarmonica.

Rimasi esterrefatto nel notare che uno dopo l’altro si erano messi a fare altrettanto anche tutti gli altri libri, ultracentenari pieni di acciacchi! Lo ammetto, fu uno spettacolo indecoroso ed io, lo giuro, ballavo solo perchè in mezzo a loro non potevo fare altrimenti.

Seguì una peccaminosa musica lenta, fu allora che il veneziano dopo essersi ricomposto, forse per darsi un contegno, proferì: “Andè a vardar cossa i xe drio a far la soto ...” (“Andate a guardare cosa stanno facendo là sotto …”). Ci eravamo tolti molta polvere di dosso ed alla fine di quelle serate eravamo stanchi, ma allegri e ci auguravamo che quei ragazzi fossero ritornati presto a movimentare un po’ la noia delle nostre giornate.

Quella quiete durò fino al giorno dell’Apocalisse: il 6 maggio 1976.

Alle nove di sera le pareti cominciarono muoversi, una forza disumana ci spinse da una parte all’altra del pertugio dove ci avevano infilati, il tutto accompagnato da un rumore sordo di cocci e vetri che si stavano rompendo. Non riuscivamo a capire e a vedere nulla a causa della grossa nube di polvere che copriva ogni cosa.

L’indomani, nonostante la polvere che avevamo addosso, alle prime luci dell’alba notammo che il solaio era particolarmente luminoso. Grossi squarci alle pareti si erano aperti e dal tetto si poteva scorgere un cielo limpido e azzurro. Cocci di tegole rotte erano sparsi dappertutto.

Fortuna volle che la parte di tetto sopra di noi, fosse rimasta in buone condizioni, tanto che quando la settimana dopo si scatenò il diluvio, non ci bagnammo.

Buja era diventata un ammasso di rovine sotto le quali erano morte oltre cinquanta persone. Pochi giorni dopo il sisma, da Brescia, giunsero nella borgata di Ursinins Piccolo degli Angeli, che aiutarono e confortarono gli abitanti della frazione. In soli sessanta giorni con le offerte dei bresciani realizzarono il primo villaggio prefabbricato del Friuli terremotato.

In quei giorni rientrò dalla Francia Ermes, figlio ventenne di Agostino, il proprietario della casa. Era venuto a controllare quanti e quali fossero i danni riportati dal vecchio edificio dove, da qualche mese, erano iniziati dei lavori di ristrutturazione.

Ermes, al suo arrivo, si trovò davanti una casa pericolante. Con qualche rischio fece un giro veloce per tutte le stanze, constatando che era impossibile pensare di recuperare i pochi vetusti mobili presenti. Arrivò fino in soffitta, ci vide impolverati e tremanti di paura e probabilmente pensò che noi eravamo l’unica cosa che avrebbe potuto salvare.

Così, guardando bene dove metteva i piedi, si avvicinò tentoni e ci raccolse.

Quando in estate Ermes rientrava a Buja da Troyes per le vacanze con la sua famiglia, andava sempre a giocare da un suo lontano cugino, Celso Gallina, che abitava lì vicino.

Così anche quel giorno, dopo aver constatato le condizioni della casa, tenendoci sotto braccio si recò subito dal suo amico. Si stupì nel vederlo indossare una tuta mimetica. Celso era scappato dalla caserma la sera del sisma e prima di mezzanotte si trovava già a Buja. Aveva trovato i genitori vivi e la casa crollata. Quella sera terminò il suo servizio militare ma la divisa dovette giocoforza tenersela addosso per diverso tempo. A dire il vero non tutta la casa era crollata, rimaneva in piedi la parte ovest, il vecchio fienile che il padre Valerio aveva trasformato in appartamento per suo figlio.

Tutto era però ancora allo stato grezzo; al pianoterra c’era ancora il pollaio.

In quei giorni chi aveva un tetto sopra la testa, comunque si sentiva un privilegiato, e così in poco tempo il pollaio si trasformò in abitazione, in fondo sempre di  galline si trattava!

Dopo aver salutato i suoi familiari, Ermes disse a Celso:

«Ho trovato questi sul solaio, vuoi tenerli o li butto?».

Celso ci prese senza neppure degnarci di uno sguardo e ci mise in una cassetta di legno di quelle che si usavano per la frutta, assieme ad altri libri.

Avevo cambiato per la sesta volta padrone e mi ritrovai stretto in mezzo ad un’altra cinquantina di testi che il mio nuovo possessore aveva recuperato dalla sua camera crollata.

Rimasi ammutolito quando seppi che al mio nuovo proprietario era stato imposto quel nome per ricordare lo zio disperso in Russia, a Nikolajevka, durante la Seconda Guerra Mondiale. (33) 

 

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